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martedì 23 giugno 2026

Rivoli

Rivoli che s’ingrossano, diventando torrenti e poi fiumi che trascinano a valle umane vite.

Rivoli alimentati da infiniti occhi che come sorgenti gettano nei loro letti lacrime come ultimo saluto.

Rivoli su cui galleggiano persone care portate via come fuscelli e dalla corrente della morte sospinte verso l’eternità. 

martedì 14 aprile 2026

Arcani

Maggiori o minori, grandi o piccole speranze, grandi o piccole paure: futuro forse da svelare nel buio dell’imprevedibile o del non ancora visto.

Pretesa di conoscere un destino che forse destino non è ma solo tendenza su cui si potranno, si dovranno far scelte per recar cambiamenti alla rotta della vita, per aggirare o superare massi che ancor non sappiamo se troveremo davanti a noi.

Pericolo di confondere destino o fato col disegno che Dio ha fatto per noi, che possiamo capire senza avere la presunzione di conoscerne gli sviluppi.

Perché avere paura del futuro? Perché cercare nella lettura di variopinte figure ciò che Dio prima o poi ci farà vedere, ciò su cui ci metterà alla prova senza mai abbandonarci?

Di sicuro la carta della Morte non indica la fine di tutto ma solo in cambiamento radicale, spesso già in questa vita terrena. Perché averne terrore?

Di sicuro la morte stessa, corporea, non è una fine ma un nuovo inizio, è l’entrata in una nuova vita, eterna e celeste? Perché temerla anziché considerarla l’ultimo dono terreno di Dio?

In questa vita, fatta di età, di stagioni, di dodici mesi, abbiamo tante mani dei tarocchi che dobbiamo saper giocare per guadagnarci l’accesso alla Gerusalemme Celeste.


Riflessione ispiratami dalla visione del dipinto "Arcani", tempera su tavoletta in legno, dell'Artista Patrizia Bonazelli.

Il finale è chiaramente gucciniano.


venerdì 10 aprile 2026

Petalo stanco

Petalo stanco,

      passano i giorni e il tuo colore svanisce.


Petalo stanco,

      ormai su di te il bianco della morte ha soppiantato il rosso, il rosa o il giallo della vita.


Petalo stanco,

      fra un po' ti staccherai e con leggerezza planerai sulla terra accogliente d'un vaso o d'un campo.


Petalo stanco,

      la tua agonia strazia l'anima e la riempie del ricordo in cui la tua pienezza cromatica era stimolo e inno di speranza e di vita, e questo contrasto ancor più straziante rende il tuo scivolare lungo il declino fatale, come se il tuo colore ti fosse strappato da artigli rapaci, senza che tu abbia la forza neppure di proferire un acuminante lamento.

venerdì 3 aprile 2026

Perché avere paura?

Perché avere paura della notte, quando il giorno è pieno di insidie?

Perché avere paura del buio, quando le trappole si nascondono anche alla luce del sole?

Perché avere paura degli sconosciuti, quando le persone note si apprestano a pugnalarti alla schiena?

Perché avere paura della morte, quando spesso è la vita a ucciderti? 


giovedì 5 febbraio 2026

Oscure nubi dal cielo incombono

Oscure nubi dal cielo incombono: tetri presagi di morte si presentano all'anima si presentano, nonostante la loro realtà di fenomeno fisico.

Oscure nubi dal cielo incombono: non scaturirà dalle loro cateratte  un rinfrancante stillare di morbide gocce ma un’acida pioggia che l'anima corroderà con nuovi dolori o facendo crescere strazi già presenti in essa.

Oscure nubi dal cielo incombono: emettono un muto rumore, scricchiolanti gemiti di diga pronta a cedere e a travolgere fragili spemi.

Oscure nubi dal cielo incombono: angoscioso e spesso sipario che col suo pesante silenzio impedisce all'udito dell'anima di percepire l'allegro gorgogliare dei raggi del sole e che, prima o poi, prenderà il loro posto.

Oscure nubi dal cielo incombono: peccati commessi che Dio potrà anche perdonare ma che peseranno per sempre sull’anima del peccatore veramente pentito.

lunedì 29 dicembre 2025

Nei giardini di pietra

Nei giardini di pietra respiri una pace serena, anche se galleggia su lacrime di rimpianto uscite all’aperto o trattenute nell’anima.

Mentre cammini sulla ghiaia dei sentieri, la morte ti appare dolce madrina, parte integrante seppur finale del percorso della vita.

Chi silente riposa sotto o dietro un litico manto non ti sembra perduto ma solo allontanato lungo una via che prima o poi percorrerai anche tu.

Di colpo la pace svanisce: ti trovi di fronte a due date troppo ravvicinate fra loro. Una struggente tristezza ti prende di fronte al sepolcro di un bambino e, che tu abbia fede o no, ti prende l’irrazionale e ingiusto sospetto sulla crudeltà di Dio.

Sopra una tomba sdraiato è un cane: i suoi occhi dolenti rivelano la sua ferma volontà di non separarsi da chi gli ha dato cibo e carezze.

A questa commovente e sublime prova di amore assoluto fanno da amaro contrasto decine di tombe abbandonate all’incuria, che ospitano i corpi di persone dimenticate in fretta da parenti ed amici, da quelli che solo di nome possono essere definiti “i loro cari”.

Ma altri sarcofagi dimostrano invece ben altro atteggiarsi: scritte traboccanti d’amore nel ricordo e freschi fiori provano che non tutti sono caduti nell’oblio dell’ingratitudine.

In fondo, i giardini di pietra sono lo specchio fedele della città dei vivi, in cui trovi di tutto: dall’amore all’insensibilità, dall’affetto alla solitudine.


martedì 9 dicembre 2025

Testa di Indiana. Riflessioni sull'omonima scultura di Patrizia Bonazelli




La creta assume colore sanscrito: parole ancestrali di creazione e di morte escono da uno sguardo pietrificato dal Tempo, lungo le nascite e i dissolvimenti delle civiltà.

La creta fissa l’Intuizione e inevitabilmente si dissolverà ma l’Intuizione dell’Artista rimarrà per sempre lungo le linee infinite dell’Eternità.


Riflessione ispiratami dalla visione dell'omonima scultura dell'Artista Patrizia Bonazelli.


mercoledì 19 novembre 2025

Medusa. Riflessioni sull'omonimo dipinto di Patrizia Bonazelli


Gorgo di pietra è l'abisso da cui assassina proviene.

Gorgo di morte è lo sguardo che nella morte seco trascina chi incauto la osserva.

Alle sue spalle cupo vortica il Caos di notte da cui emerge, il Caos del buio senza fine, dell'oscurità senza ritorno.

Sul suo capo vorticano spirali d'oblio in attesa di risucchiare le sue incaute vittime, sul suo capo cinto da serpentifera chioma, pronta a somministrare morsi velenosi, letali.

La sua serrata bocca fredda ed astuta nasconde zanne di cinghiale, pronte a carpire anime e corpi.

Le sue mani sono bronzee trappole, pronte ad afferrare anime e corpi.

Solo l'alata leggerezza di Perseo, di specchio dotato, riuscì ad avere la meglio su di lei dormiente.

L'eroe la testa le troncò, evitando il destino di pietra ad altri toccato.

Dal suo capo reciso schizzarono tosto l'equino Pegaso e Crisaore: simbolo della Vita che libera fugge dalla prigionia della Morte.


Riflessione ispiratami dalla visione del dipinto "MEDUSA" dell'Artista Patrizia Bonazelli.

martedì 28 ottobre 2025

La tristezza di un ospedale di sera

D’autunno inoltrato o d’inverno, quando inizia la sera e il sole si avvia al tramonto, le luci sono già accese nei corridoi e nelle camere del vecchio edificio probabilmente più adatto ad ospitare una facoltà universitaria che un ospedale: tutto conferisce, guardando dall'esterno, un aspetto triste alla Casa della Vita. E della Morte.

Il pensiero, che consente di volgere sguardi penetranti con occhi ben più attenti di quelli fisici (che consente cioè di guardare gli occhi dell'anima), corre a tutte le persone che sono ospiti dell'ospedale.

A chi sta soffrendo molto fisicamente: qualcuno, chissà?, ha talmente tanto male da non riuscire a concentrarsi su altro che sul dolore che sta provando; qualcun altro, forse, ha negli occhi e nel resto del corpo la paura di una fine che per lui significa la conclusione di tutto; la fede di altri, invece, consente loro di pensare alla morte come a un passaggio verso una forma di vita migliore (come mi ha raccontato il mio amico Paolo Stefano Riccadonna, ci sono persone che, nonostante le sofferenze, muoiono col sorriso sulle labbra dicendo ai propri cari un'ultima, confortante parola: "Arrivederci"). Ognuno reagisce in modo diverso dagli altri alle esperienze e, a maggior ragione, anche a quella del dolore e al pensare alla morte.

Ma il pensiero corre anche a chi non sta (o non sta più) soffrendo in modo acuto: a chi è in più o meno ansiosa attesa di un intervento chirurgico previsto per il giorno dopo; a chi aspetta trepidante di essere sottoposto ad accertamenti diagnostici per valutare la gravità o meno delle sue condizioni di salute; a chi è già a conoscenza di un responso non positivo e cerca di abituarsi all'idea di un lungo decorso o di una durata di vita di pochi mesi; a chi, al contrario, ha superato con successo esami ed operazioni e, sapendo che guarirà completamente, passeggia serenamente nei corridoi, nella più o meno breve attesa del giorno delle dimissioni e poteva tirare un grosso sospiro di sollievo. Ma anche in quest'ultimo caso è difficile pensare a un animo gioioso e spensierato, visto che si è comunque a contatto con l'altrui sofferenza, con le altrui condanne (a meno che, naturalmente, uno non sia completamente insensibile ed egoista): un po' di tristezza incombe certamente anche su chi sta per uscire dal tunnel.

Si sta avvicinando l'orario delle visite serali e anche da questo aspetto l'immaginazione corre a fotografare diverse situazioni: chi, rimasto o lasciato solo, guarda con tristezza, con rabbia forse, agli altri ricoverati circondati dal caloroso affetto di parenti ed amici; chi non si aspetta una certa visita ed ora prova la gioia di una gradita sorpresa; chi gode del conforto di visite quotidiane di persone care, della consolazione di non sentirsi abbandonato.

E vario è anche lo stato d'animo dei cari dei ricoverati: chi vive già nel sollievo di un ricovero per una cosa non grave o per un pericolo che per fortuna è stato fugato dagli esami; chi, dopo un grave problema di un parente, è sì confortato dall'esito positivo delle cure ma aveva sul volto profonde rughe improvvisamente scavate da un patema improvviso che l'ha fatto invecchiare di vent'anni. E chi, di fronte ad un verdetto di condanna senza appello, sta vivendo il dramma di accompagnare negli ultimi giorni un caro consapevole della sua fine (standogli vicino con una straziante tenerezza e con sforzati sorrisi, promettendogli che sarebbe stato forte e che se la sarebbe cavata bene anche senza di lui) oppure l'opposto dramma di nascondere alla persona cara la fine imminente, violentando i propri occhi per impedire loro di lasciar tracimare lacrime che sarebbero corse come fiumi di lì a qualche ora, di lì a qualche giorno, e concedendo loro un temporaneo fluire durante brevi permanenze nel corridoio, al riparo dallo sguardo del proprio caro steso sul letto in una camera.

È triste un ospedale di sera.


Scritto ispiratomi passando una sera in auto lungo l'Ospedale Mauriziano di Torino.


giovedì 16 ottobre 2025

Il fuoco di foglie secche


Il fuoco di foglie secche non brucia vita ma morte, non dissolve ricordi ed affetti ma illusioni e caducità.

Il fuoco di foglie secche non provoca ustioni ma dona tepore, non dà un dolore infinito ma schiocchi di serenità.

Il fuoco di foglie secche non dura ore ma attimi, non è strazio ma soltanto imago del tempo che pur se ne va.

Il fuoco di foglie secche non brucia di certo gli amori ma solo improvvise passioni che fan parte delle vanità. 

venerdì 12 settembre 2025

Danza la pioggia


Danza la pioggia; le sue gocce cadenti sono passi d'un ballo su cui calerà il sipario del sole, lasciando forse gli applausi d'un arcobaleno.

Danza la pioggia, recando d'estate sollievo dall'afa e portando d'inverno un umido gelo che lesto arriva nelle ossa dei vivi.

Danza la pioggia sopra prati e su campi che l'accolgono felici, perché essa generosa procura crescita d'erba e di messi.

Danza la pioggia su tavolini all'aperto di dehors ormai deserti.

Danza la pioggia sulle tombe adagiate in cimiteri che altre gocce hanno già raccolto: quelle delle lacrime dei cari rimasti a piangere e pregare davanti a lastre di pietra recanti un nome e due date.

Danza la pioggia sulla vita e sulla morte, che nel mondo s'alternano oppure s'intrecciano in tessuti il cui disegno è stato fatto da Dio, in arazzi di tempo che solo la fede riesce a far accettare con l'anima rivolta alla Beata Speranza. 

lunedì 11 agosto 2025

Sogni di Kurosawa

Prologo.

      Due ore passate di domenica mattina guardando un film in cassetta non sono ore perse se si ha la fortuna di assaporare otto piccoli capolavori della Settima Arte.

      Dialoghi stringati, dallo stile essenziale, per non naufragare nella vana oratoria.

      Fotografia dai colori studiati, splendidi e armoniosi, e musiche raffinate, scelte per completare i racconti del grande regista, comunicano all’anima ciò che le parole non riescono a dire appieno.

      Grazie ad Akira questa non è stata una giornata sprecata. Grazie ad Akira ho un altro comodo bagaglio di sensazioni da portarmi dietro lungo il cammino del tempo: qualcosa che rimane, qualcosa che non mi peserà sulle spalle ma che mi darà forza per andare avanti, qualcosa che non scomparirà in mezzo all’oceano delle banalità effimere di cui i media ci circondano.

 

I.

Sole attraverso la pioggia.

      Bambino come nuovo Ulisse, tentato dall’andare a vedere le volpi, desiderio proibito che si trova oltre le Colonne d’Ercole del limite della foresta.

      Forza della buona educazione: la mamma che spinge il bambino ad andare a chiedere perdono alle volpi; invece di proteggerlo, gli chiude in faccia le porte della casa. Non è cattiveria, è amore: da grande non dovrà sottrarsi alle conseguenze delle sue azioni; è giusto che impari già adesso a rispondere di ciò che fa.

 

II.

Il pescheto.

      La dolce bellezza del rosa, la fresca bellezza del colore dei fiori di pesco.

      Le figure umane armoniosamente si muovono in una coreografia che evoca il muoversi al vento dei rami fioriti delle piante di pesco.

      Le piante riconoscono nel bambino l’eccezione, l’unico che ha pianto per il loro abbattimento; solo a lui è dato di vederle nella loro forma d’origine.

 

III.

La tormenta.

      Quando la neve si dirada, i colori riprendono forma, la vita riprende i colori e torna a respirare libera.

      Quando la vista torna libera, ci si accorge che l’obiettivo, creduto perduto per sempre, si trova invece a pochi passi di distanza, a portata di mano.

      Un dubbio si fa avanti: è il ritorno a casa oppure è il Campo-Base Definitivo?

      E la donna che premurosa ti scaldava nella bufera era la Fata della Vita venuta a proteggerti oppure era la Signora della Via Senza Ritorno?

      Ma alla fine ci si scuote dal torpore, ci si alza, ci si scrolla di dosso la neve, ci si incammina verso la meta prefissata: metafora sublime della Vita che vince la Morte.

 

IV.

Il tunnel.

      Un cane esce dalla galleria: è il fantasma dei bellici orrori o il messaggero d’un cupo futuro?

      L’ufficiale stremato lo ignora, entra nel buco orizzontale, ne esce uguale a prima.

      Un soldato pallido lo raggiunge, pallido del pallore di chi ha già conosciuto la morte. L’intera compagnia lo segue: è una centuria di trapassati, come la loro avanguardia.

      L’ufficiale prende coscienza degli orrori e dell’assurdità della guerra ma è troppo tardi: i soldati morti ritornano indietro ma il cane fantasma continuerà a seguirlo, continuerà a rimanere presente nella memoria col suo bagaglio di eccidi e di odio.

 

V.

Corvi.

      Osservare attenti le opere di Van Gogh, accingersi a lasciare la sala dei dipinti, mettersi il cappello in segno di commiato e ritrovarsi di colpo in un altro luogo, in un altro tempo, come se si fosse saltati dentro l’ultimo quadro.

      Camminare nei paesaggi visti dal maestro pittore, parlare con persone conosciute dal maestro pittore, incontrarlo, parlare con lui; e poi rimpicciolirsi e navigare nei suoi quadri, navigare nei suoi colori.

      Ritornare infine alla realtà, nel museo, davanti ai quadri, e togliersi il cappello in segno di rispetto per quanto Van Gogh ci ha lasciato.

 

VI.

Fujiama in rosso.

      Follia degli uomini, ennesima, tragica follia, quella di dominare la Natura andando contro il suo essere.

      I colori radioattivi, i colori della morte si avvicinano ai sopravvissuti, ai quali rimane una sola scelta: buttarsi a mare e annegare o restare contaminati senza speranza.

      La fine verrà comunque per tutti, adulti o bambini, colpevoli o innocenti.

 

VII.

Il demone che piange.

      Terra bruciata, cenere dappertutto: a questo ci condurrà la follia tecnologica scatenata dall’avidità umana.

      Demoni un tempo uomini piangono la loro sofferenza, i mali da essi commessi nel loro passato.

      Forse qualche umano è ancora in tempo, forse può evitare di trasformarsi in demone, di condannarsi a piangere il suo rifiuto alla vita, all’amore, all’altruismo.

 

VIII.

Villaggio dei mulini.

      Ruotano lente le pale dei mulini, come lenta dovrebbe ruotare l’esistenza degli uomini.

      Isola felice, il villaggio dove non solo i mulini ma anche gli abitanti ruotano calmi, secondo natura, senza l’ausilio e la frenesia dei mezzi tecnologici.

      Alla morte di ognuno, trovare in se stessi la serenità e la forza per congratularsi col trapassato per la sua esistenza spesa nel rispetto della vita.

      Deporre un fiore sopra una pietra, nel ricordo di chi non c’è più, senza aver bisogno di un volto o di una conoscenza per rendergli omaggio: atto puro d’amore e di rispetto, quello che si rende agli anonimi, ringraziandoli per il solo fatto di essere passati sulla Terra.