Ho reagito alla notizia della morte di
Francesco Guccini con una commozione tosco-emiliana, montanara: granitica, con
le lacrime intrappolate nel marmo dell’affetto e della gratitudine. Quando morì
la mia nonna paterna Anna Maria, di Villa Minozzo (nell’Appennino reggiano),
dopo il funerale la mia zia più giovane, Ines, continuava a piangere
disperatamente; a un certo punto il suo fratello maggiore, lo zio Ennio, le
disse con fermezza: ‘Adesso basta, smettila di piangere; la mamma non c’è più e
dobbiamo continuare a vivere anche senza di lei’. E non era insensibilità la
sua: il giorno prima, Ennio scoppiò a piangere davanti al feretro ancora aperto
della nonnina; fu l’unica volta che lo vidi piangere.
Ecco, quando ho saputo che Francesco Guccini
aveva raggiunto il Cielo dei Poeti (dove Borges e il Persiano non gli hanno di
sicuro fatto avere un posto da genio minore), ho reagito con la stessa forza
del mio padrino: tanta gratitudine e poche lacrime per il Maestrone. Sono
addolorato per la persona, per quello che può aver sofferto e per i suoi cari
ma tutto quello che ci ha dato rimarrà in noi e per noi. E darà frutti anche in
futuro, con le prossime generazioni.
Questo per me è il tempo di ricordarlo
col sorriso; forse per lui piangerò domani. È una questione di radici, di DNA
montanaro.
E poi, da anni io materialmente scrivo su
di lui. Ritorno a uno dei periodi strazianti della mia vita. Poche settimane di
morire, mio padre soffriva talmente tanto che urlava in continuazione. Mai e
poi mai avrei immaginato che sarei dovuto andare a chiudermi per un po’ in
camera mia perché sentirlo soffrire così mi era diventato insopportabile. Una
volta, per la disperazione diedi un pugno alla tastiera del pc e ne ruppi gli
appoggi anteriori. Per poterla continuare ad usare con la dovuta inclinazione
per le mani, ci misi sotto un libro. Naturalmente ne scelsi uno di Guccini, una
raccolta dei testi delle sue canzoni. Da allora la prima di copertina si è
quasi completamente sbiadita ma il contenuto è e rimarrà intatto.