Sbocciamo
ancora alla vita, coltivando nella mane tornata la forza a tutti fornita da
un'altra dischiusa giornata.
Copyright © 2026 Gian Contardo Colombari
tutti i diritti riservati
Sbocciamo
ancora alla vita, coltivando nella mane tornata la forza a tutti fornita da
un'altra dischiusa giornata.
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Sale racchiuso nella miniera di persone che troppo hanno sofferto e le cui gemme d’amore e d’amicizia devono essere estratte con dolci picconi.
Sale che scioglie il ghiaccio dell’odio e della diffidenza, e conserva a lungo il cibo dell’anima costituito da preziosi ricordi e da belle amicizie.
Sale delle parole proferite senza rispetto e senza sensibilità, che rende più dolorose situazioni di sofferenza.
Sale dei proiettili, che sciolgono vite umane come lumache.
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A
poco a poco con tocchi sicuri prende forma la figura della modella che,
scontrosa, se ne sta fuori dall’inquadratura, nuda come sulla carta è ancora
l’abbozzo, l’embrione di quello che poi diventerà dipinto sulla tela.
Sembra
finito, il primordiale prendere consistenza della bozza del quadro ma
all’improvviso, come per cancellare un deludente risultato finale, il pittore
lo sommerge dai colpi d’un pennello da acquarello.
Sembra
la fine d’un pittorico tentativo, insoddisfacente approssimarsi alla verità
dell’opera finita sommerso dall’acqua, che tutto confonde, che tutto assorbe.
Ma
non era umile o presuntuosa volontà distruttrice del pittore: il tempo
dell’asciugarsi della carte ed ecco riapparire, consolidato, il bozzetto,
pronto ad essere trasferito su tela dalla mano creatrice dell’artista.
Scritto ispiratomi dalla visione di
una scena del film “La bella scontrosa” di Jacques Rivette.
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Sono passato che non ritorna ma che come un fiume continua a scorrerti dentro: ti chini, tendi invano la mano, che non riesce a sfiorarli, ma il loro ribollire rimane nel tuo cuore.
Rumori lontani, ridotti a sussurri, che l'anima riascolta provando dolcezza o strazio.
Il tempo, crudele o benigno, da te li allontana ma essi per sempre continueranno a parlarti di cose e persone che non torneranno.
Ecco, quando ho saputo che Francesco Guccini aveva raggiunto il Cielo dei Poeti (dove Borges e il Persiano non gli hanno di sicuro fatto avere un posto da genio minore), ho reagito con la stessa forza del mio padrino: tanta gratitudine e poche lacrime per il Maestrone. Sono addolorato per la persona, per quello che può aver sofferto e per i suoi cari ma tutto quello che ci ha dato rimarrà in noi e per noi. E darà frutti anche in futuro, con le prossime generazioni.
Questo per me è il tempo di ricordarlo col sorriso; forse per lui piangerò domani. È una questione di radici, di DNA montanaro.
E poi, da anni io materialmente scrivo su di lui. Ritorno a uno dei periodi strazianti della mia vita. Poche settimane di morire, mio padre soffriva talmente tanto che urlava in continuazione. Mai e poi mai avrei immaginato che sarei dovuto andare a chiudermi per un po’ in camera mia perché sentirlo soffrire così mi era diventato insopportabile. Una volta, per la disperazione diedi un pugno alla tastiera del pc e ne ruppi gli appoggi anteriori. Per poterla continuare ad usare con la dovuta inclinazione per le mani, ci misi sotto un libro. Naturalmente ne scelsi uno di Guccini, una raccolta dei testi delle sue canzoni. Da allora la prima di copertina si è quasi completamente sbiadita ma il contenuto è e rimarrà intatto.
Quando l'estate tornerà, inonderà di sole anche le tue rughe, che in tal modo perderanno la consistenza di ferite inferte dal passato e assumeranno l'essere parti consolidate di una vita che vale la pena di essere vissuta.
Le rughe altro non sono che solchi con dolore inferti dall'aratro della vita: solchi aperti per ricevere nel presente i semi di ulteriore futuro.