Nei
giardini di pietra respiri una pace serena, anche se galleggia su lacrime di
rimpianto uscite all’aperto o trattenute nell’anima.
Mentre
cammini sulla ghiaia dei sentieri, la morte ti appare dolce madrina, parte
integrante seppur finale del percorso della vita.
Chi
silente riposa sotto o dietro un litico manto non ti sembra perduto ma solo
allontanato lungo una via che prima o poi percorrerai anche tu.
Di colpo
la pace svanisce: ti trovi di fronte a due date troppo ravvicinate fra loro.
Una struggente tristezza ti prende di fronte al sepolcro di un bambino e, che
tu abbia fede o no, ti prende l’irrazionale e ingiusto sospetto sulla crudeltà
di Dio.
Sopra
una tomba sdraiato è un cane: i suoi occhi dolenti rivelano la sua ferma
volontà di non separarsi da chi gli ha dato cibo e carezze.
A questa
commovente e sublime prova di amore assoluto fanno da amaro contrasto decine di
tombe abbandonate all’incuria, che ospitano i corpi di persone dimenticate in
fretta da parenti ed amici, da quelli che solo di nome possono essere definiti
“i loro cari”.
Ma altri
sarcofagi dimostrano invece ben altro atteggiarsi: scritte traboccanti d’amore
nel ricordo e freschi fiori provano che non tutti sono caduti nell’oblio
dell’ingratitudine.
In
fondo, i giardini di pietra sono lo specchio fedele della città dei vivi, in
cui trovi di tutto: dall’amore all’insensibilità, dall’affetto alla solitudine.