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giovedì 15 gennaio 2026

Occhi

Occhi neri: il buio che seduce, l’ignoto che attira, la sete di conoscenza e di esperienze che ti attira verso il non ancora conosciuto, verso il non ancora provato.

Occhi azzurri: la tensione verso il cielo, verso la leggerezza, verso la libertà, il fascino del mare, della profondità, dell’immersione in mondi diversi dal tuo, la serenità che sopra di te e sul mondo sta vegliando Dio.

Occhi verdi: il tuffo nella vita, nella prodigiosa architettura vegetale, nella Natura, il germogliare di pensieri, idee, progetti, all’insegna della speranza.

Occhi castani: la maturità delle piante ormai adulte, la serenità di chi accetta il proprio tramonto, la dolce tristezza delle cose passate e ormai proiettate in un tempo breve.

Occhi grigi: l’amarezza di una vita segnata dagli acidi solchi del dolore e delle delusioni, la perdita della speranza ormai assente lungo la teoria di giorni da consegnare alla noia e alla solitudine, l’offuscarsi del futuro ormai proiettato verso la parola “fine”.

Occhi arrossati: effetto del pianto, ustione dei rimorsi per i peccati che hai commesso, fiamme che ti danno le amate immagini dei tuoi cari perduti con la consapevolezza che rimani scottato dal vuoto che hanno lasciato in te.

domenica 9 novembre 2025

Luci


Luce nera, che frantuma la roccia del vivere, incendiandolo del dolore assoluto, del dolore che con te contrae matrimonio indissolubile: dolore di  incolmabili vuoti e di strazianti rimorsi.

I tuoi appigli via si sfilano dalle tue mani scivolose di pianto, che più non trattengono le gioie del passato.

Luce nera, destinata però a diluirsi nella Luce, che nell’anima continua a viaggiare con le sue particelle prive di materia ma colme di Dio.


Luce bianca, che non può essere vista dall’anima che non vede più la persona cara ma che continua la sua invisibile corsa e infonde di splendore chi più non calca il palcoscenico terreno.

I tuoi occhi vedono e da essi scendono lacrime di gratitudine per chi non c’è più.

Luce bianca, che ti fa vedere con chiarezza i tuoi errori, i tuoi peccati, mentre tu acquisisci contezza della giustezza dell’espiazione che prende la forma di strazio che non ti abbandona a causa del peso delle tue mancanze.

martedì 28 ottobre 2025

La tristezza di un ospedale di sera

D’autunno inoltrato o d’inverno, quando inizia la sera e il sole si avvia al tramonto, le luci sono già accese nei corridoi e nelle camere del vecchio edificio probabilmente più adatto ad ospitare una facoltà universitaria che un ospedale: tutto conferisce, guardando dall'esterno, un aspetto triste alla Casa della Vita. E della Morte.

Il pensiero, che consente di volgere sguardi penetranti con occhi ben più attenti di quelli fisici (che consente cioè di guardare gli occhi dell'anima), corre a tutte le persone che sono ospiti dell'ospedale.

A chi sta soffrendo molto fisicamente: qualcuno, chissà?, ha talmente tanto male da non riuscire a concentrarsi su altro che sul dolore che sta provando; qualcun altro, forse, ha negli occhi e nel resto del corpo la paura di una fine che per lui significa la conclusione di tutto; la fede di altri, invece, consente loro di pensare alla morte come a un passaggio verso una forma di vita migliore (come mi ha raccontato il mio amico Paolo Stefano Riccadonna, ci sono persone che, nonostante le sofferenze, muoiono col sorriso sulle labbra dicendo ai propri cari un'ultima, confortante parola: "Arrivederci"). Ognuno reagisce in modo diverso dagli altri alle esperienze e, a maggior ragione, anche a quella del dolore e al pensare alla morte.

Ma il pensiero corre anche a chi non sta (o non sta più) soffrendo in modo acuto: a chi è in più o meno ansiosa attesa di un intervento chirurgico previsto per il giorno dopo; a chi aspetta trepidante di essere sottoposto ad accertamenti diagnostici per valutare la gravità o meno delle sue condizioni di salute; a chi è già a conoscenza di un responso non positivo e cerca di abituarsi all'idea di un lungo decorso o di una durata di vita di pochi mesi; a chi, al contrario, ha superato con successo esami ed operazioni e, sapendo che guarirà completamente, passeggia serenamente nei corridoi, nella più o meno breve attesa del giorno delle dimissioni e poteva tirare un grosso sospiro di sollievo. Ma anche in quest'ultimo caso è difficile pensare a un animo gioioso e spensierato, visto che si è comunque a contatto con l'altrui sofferenza, con le altrui condanne (a meno che, naturalmente, uno non sia completamente insensibile ed egoista): un po' di tristezza incombe certamente anche su chi sta per uscire dal tunnel.

Si sta avvicinando l'orario delle visite serali e anche da questo aspetto l'immaginazione corre a fotografare diverse situazioni: chi, rimasto o lasciato solo, guarda con tristezza, con rabbia forse, agli altri ricoverati circondati dal caloroso affetto di parenti ed amici; chi non si aspetta una certa visita ed ora prova la gioia di una gradita sorpresa; chi gode del conforto di visite quotidiane di persone care, della consolazione di non sentirsi abbandonato.

E vario è anche lo stato d'animo dei cari dei ricoverati: chi vive già nel sollievo di un ricovero per una cosa non grave o per un pericolo che per fortuna è stato fugato dagli esami; chi, dopo un grave problema di un parente, è sì confortato dall'esito positivo delle cure ma aveva sul volto profonde rughe improvvisamente scavate da un patema improvviso che l'ha fatto invecchiare di vent'anni. E chi, di fronte ad un verdetto di condanna senza appello, sta vivendo il dramma di accompagnare negli ultimi giorni un caro consapevole della sua fine (standogli vicino con una straziante tenerezza e con sforzati sorrisi, promettendogli che sarebbe stato forte e che se la sarebbe cavata bene anche senza di lui) oppure l'opposto dramma di nascondere alla persona cara la fine imminente, violentando i propri occhi per impedire loro di lasciar tracimare lacrime che sarebbero corse come fiumi di lì a qualche ora, di lì a qualche giorno, e concedendo loro un temporaneo fluire durante brevi permanenze nel corridoio, al riparo dallo sguardo del proprio caro steso sul letto in una camera.

È triste un ospedale di sera.


Scritto ispiratomi passando una sera in auto lungo l'Ospedale Mauriziano di Torino.


lunedì 11 agosto 2025

Sogni di Kurosawa

Prologo.

      Due ore passate di domenica mattina guardando un film in cassetta non sono ore perse se si ha la fortuna di assaporare otto piccoli capolavori della Settima Arte.

      Dialoghi stringati, dallo stile essenziale, per non naufragare nella vana oratoria.

      Fotografia dai colori studiati, splendidi e armoniosi, e musiche raffinate, scelte per completare i racconti del grande regista, comunicano all’anima ciò che le parole non riescono a dire appieno.

      Grazie ad Akira questa non è stata una giornata sprecata. Grazie ad Akira ho un altro comodo bagaglio di sensazioni da portarmi dietro lungo il cammino del tempo: qualcosa che rimane, qualcosa che non mi peserà sulle spalle ma che mi darà forza per andare avanti, qualcosa che non scomparirà in mezzo all’oceano delle banalità effimere di cui i media ci circondano.

 

I.

Sole attraverso la pioggia.

      Bambino come nuovo Ulisse, tentato dall’andare a vedere le volpi, desiderio proibito che si trova oltre le Colonne d’Ercole del limite della foresta.

      Forza della buona educazione: la mamma che spinge il bambino ad andare a chiedere perdono alle volpi; invece di proteggerlo, gli chiude in faccia le porte della casa. Non è cattiveria, è amore: da grande non dovrà sottrarsi alle conseguenze delle sue azioni; è giusto che impari già adesso a rispondere di ciò che fa.

 

II.

Il pescheto.

      La dolce bellezza del rosa, la fresca bellezza del colore dei fiori di pesco.

      Le figure umane armoniosamente si muovono in una coreografia che evoca il muoversi al vento dei rami fioriti delle piante di pesco.

      Le piante riconoscono nel bambino l’eccezione, l’unico che ha pianto per il loro abbattimento; solo a lui è dato di vederle nella loro forma d’origine.

 

III.

La tormenta.

      Quando la neve si dirada, i colori riprendono forma, la vita riprende i colori e torna a respirare libera.

      Quando la vista torna libera, ci si accorge che l’obiettivo, creduto perduto per sempre, si trova invece a pochi passi di distanza, a portata di mano.

      Un dubbio si fa avanti: è il ritorno a casa oppure è il Campo-Base Definitivo?

      E la donna che premurosa ti scaldava nella bufera era la Fata della Vita venuta a proteggerti oppure era la Signora della Via Senza Ritorno?

      Ma alla fine ci si scuote dal torpore, ci si alza, ci si scrolla di dosso la neve, ci si incammina verso la meta prefissata: metafora sublime della Vita che vince la Morte.

 

IV.

Il tunnel.

      Un cane esce dalla galleria: è il fantasma dei bellici orrori o il messaggero d’un cupo futuro?

      L’ufficiale stremato lo ignora, entra nel buco orizzontale, ne esce uguale a prima.

      Un soldato pallido lo raggiunge, pallido del pallore di chi ha già conosciuto la morte. L’intera compagnia lo segue: è una centuria di trapassati, come la loro avanguardia.

      L’ufficiale prende coscienza degli orrori e dell’assurdità della guerra ma è troppo tardi: i soldati morti ritornano indietro ma il cane fantasma continuerà a seguirlo, continuerà a rimanere presente nella memoria col suo bagaglio di eccidi e di odio.

 

V.

Corvi.

      Osservare attenti le opere di Van Gogh, accingersi a lasciare la sala dei dipinti, mettersi il cappello in segno di commiato e ritrovarsi di colpo in un altro luogo, in un altro tempo, come se si fosse saltati dentro l’ultimo quadro.

      Camminare nei paesaggi visti dal maestro pittore, parlare con persone conosciute dal maestro pittore, incontrarlo, parlare con lui; e poi rimpicciolirsi e navigare nei suoi quadri, navigare nei suoi colori.

      Ritornare infine alla realtà, nel museo, davanti ai quadri, e togliersi il cappello in segno di rispetto per quanto Van Gogh ci ha lasciato.

 

VI.

Fujiama in rosso.

      Follia degli uomini, ennesima, tragica follia, quella di dominare la Natura andando contro il suo essere.

      I colori radioattivi, i colori della morte si avvicinano ai sopravvissuti, ai quali rimane una sola scelta: buttarsi a mare e annegare o restare contaminati senza speranza.

      La fine verrà comunque per tutti, adulti o bambini, colpevoli o innocenti.

 

VII.

Il demone che piange.

      Terra bruciata, cenere dappertutto: a questo ci condurrà la follia tecnologica scatenata dall’avidità umana.

      Demoni un tempo uomini piangono la loro sofferenza, i mali da essi commessi nel loro passato.

      Forse qualche umano è ancora in tempo, forse può evitare di trasformarsi in demone, di condannarsi a piangere il suo rifiuto alla vita, all’amore, all’altruismo.

 

VIII.

Villaggio dei mulini.

      Ruotano lente le pale dei mulini, come lenta dovrebbe ruotare l’esistenza degli uomini.

      Isola felice, il villaggio dove non solo i mulini ma anche gli abitanti ruotano calmi, secondo natura, senza l’ausilio e la frenesia dei mezzi tecnologici.

      Alla morte di ognuno, trovare in se stessi la serenità e la forza per congratularsi col trapassato per la sua esistenza spesa nel rispetto della vita.

      Deporre un fiore sopra una pietra, nel ricordo di chi non c’è più, senza aver bisogno di un volto o di una conoscenza per rendergli omaggio: atto puro d’amore e di rispetto, quello che si rende agli anonimi, ringraziandoli per il solo fatto di essere passati sulla Terra.