D’autunno inoltrato o d’inverno, quando inizia la sera e il sole si
avvia al tramonto, le luci sono già accese nei corridoi e nelle camere del
vecchio edificio probabilmente più adatto ad ospitare una facoltà universitaria
che un ospedale: tutto conferisce, guardando dall'esterno, un aspetto triste
alla Casa della Vita. E della Morte.
Il
pensiero, che consente di volgere sguardi penetranti con occhi ben più attenti
di quelli fisici (che consente cioè di guardare gli occhi dell'anima), corre a
tutte le persone che sono ospiti dell'ospedale.
A chi
sta soffrendo molto fisicamente: qualcuno, chissà?, ha talmente tanto male da
non riuscire a concentrarsi su altro che sul dolore che sta provando;
qualcun altro, forse, ha negli occhi e nel resto del corpo la paura di una fine
che per lui significa la conclusione di tutto; la fede di altri, invece,
consente loro di pensare alla morte come a un passaggio verso una forma di vita
migliore (come mi ha raccontato il mio amico Paolo Stefano Riccadonna, ci sono persone che,
nonostante le sofferenze, muoiono col sorriso sulle labbra dicendo ai propri
cari un'ultima, confortante parola: "Arrivederci"). Ognuno reagisce
in modo diverso dagli altri alle esperienze e, a maggior ragione, anche a
quella del dolore e al pensare alla morte.
Ma il
pensiero corre anche a chi non sta (o non sta più) soffrendo in modo acuto: a
chi è in più o meno ansiosa attesa di un intervento chirurgico previsto per il
giorno dopo; a chi aspetta trepidante di essere sottoposto ad accertamenti
diagnostici per valutare la gravità o meno delle sue condizioni di salute; a
chi è già a conoscenza di un responso non positivo e cerca di abituarsi
all'idea di un lungo decorso o di una durata di vita di pochi mesi; a chi, al
contrario, ha superato con successo esami ed operazioni e, sapendo che guarirà
completamente, passeggia serenamente nei corridoi, nella più o meno breve
attesa del giorno delle dimissioni e poteva tirare un grosso sospiro di
sollievo. Ma anche in quest'ultimo caso è difficile pensare a un animo gioioso
e spensierato, visto che si è comunque a contatto con l'altrui sofferenza, con
le altrui condanne (a meno che, naturalmente, uno non sia completamente
insensibile ed egoista): un po' di tristezza incombe certamente anche su chi
sta per uscire dal tunnel.
Si sta
avvicinando l'orario delle visite serali e anche da questo aspetto
l'immaginazione corre a fotografare diverse situazioni: chi, rimasto o lasciato
solo, guarda con tristezza, con rabbia forse, agli altri ricoverati circondati
dal caloroso affetto di parenti ed amici; chi non si aspetta una certa visita
ed ora prova la gioia di una gradita sorpresa; chi gode del conforto di visite
quotidiane di persone care, della consolazione di non sentirsi abbandonato.
E vario
è anche lo stato d'animo dei cari dei ricoverati: chi vive già nel sollievo di
un ricovero per una cosa non grave o per un pericolo che per fortuna è stato
fugato dagli esami; chi, dopo un grave problema di un parente, è sì confortato
dall'esito positivo delle cure ma aveva sul volto profonde rughe
improvvisamente scavate da un patema improvviso che l'ha fatto invecchiare di
vent'anni. E chi, di fronte ad un verdetto di condanna senza appello, sta
vivendo il dramma di accompagnare negli ultimi giorni un caro consapevole
della sua fine (standogli vicino con una straziante tenerezza e con sforzati
sorrisi, promettendogli che sarebbe stato forte e che se la sarebbe
cavata bene anche senza di lui) oppure l'opposto dramma di nascondere
alla persona cara la fine imminente, violentando i propri occhi per impedire
loro di lasciar tracimare lacrime che sarebbero corse come fiumi di lì a
qualche ora, di lì a qualche giorno, e concedendo loro un temporaneo fluire
durante brevi permanenze nel corridoio, al riparo dallo sguardo del proprio
caro steso sul letto in una camera.
È
triste un ospedale di sera.
Scritto ispiratomi passando una sera in auto lungo l'Ospedale Mauriziano di Torino.