Sbocciamo
ancora alla vita, coltivando nella mane tornata la forza a tutti fornita da
un'altra dischiusa giornata.
Copyright © 2026 Gian Contardo Colombari
tutti i diritti riservati
Sbocciamo
ancora alla vita, coltivando nella mane tornata la forza a tutti fornita da
un'altra dischiusa giornata.
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Rifletti, assaporando nella protettiva ombra il fresco ricordo del sole che nelle anime ha infuso la luce del giorno.
Rifletti sul senso profondo delle cose, la cui ricerca forse viene favorita dall'oscurità notturna, che però può anche confondere, usufruendo sì di silenziosa solitudine ma minacciata da incubi e sogni, da ancestrali paure.
Rifletti, scoprendo infine che questo tuo meditare, scavare, indagare, dà senso alla tua umanità, è base fondante del tuo essere nel mondo.
Riflessione ispiratami dall’indimenticabile Renata Di Leo.
Vele spiegate, spinte da un vento diventato burrasca.
Marosi fendono la prua, nella vana speranza di avere la meglio.
Visione da lontano, offuscata dagli scrosci di pioggia.
In che direzione navighi, veliero? Qual è la tua rotta?
Mai lo sapremo, perché questa domanda rimarrà senza risposta.
Come me, navighi verso l’ignoto, che non è privo di progetti e di mete ma che ci nasconde l’esito di sogni e speranze.
Sarà il futuro a decidere se approderemo al tanto ambito porto sicuro o se naufragheremo diventando ombre d’Averno.
Riflessione ispiratami dalla visione dell’acquerello su cartoncino "Veliero" dell'Artista Patrizia Bonazelli.
Passano i giorni, a volte sotto forma di corsa sfrenata lungo strade che i nostri piedi non sentono nemmeno e che i nostri occhi non vedono nemmeno, accecati dal dolore o dal rincorrere sogni sempre lontani, sempre irraggiungibili.
Passano i giorni, a volte lungo un tunnel di ore che sembra non finire mai, forse per la nebbia che dentro di noi ci impedisce di muovere passi timorosi, forse perché preferiamo non avanzare lungo percorsi che ci sono indifferenti per difenderci dal dolore delle disillusioni.
Passano i giorni: pagine bianche da riempire con l'inchiostro della vita che affrontiamo o da cui fuggiamo con la mina della matita indelebile dei nostri ricordi, fino a giungere, sereni o stremati, a scrivere la parola "fine" al nostro libro terreno.
Oceani che ti circondano, spazi infiniti in cui a trecentosessanta gradi non vedi altro che una liquida distesa azzurra, che ti dà smarrimento e che ti costringe a fare i conti con i tuoi limiti, con la tua solitudine, con la tua precarietà.
Oceani in cui navighi, spesso a vista, guidato dall’istinto, altre volte con l’ausilio delle bussole o delle stelle che la vita ti mette a disposizione, bussole che sono persone che ti stanno vicine coi loro consigli e stelle che sono saggi che ti orientano da lontano, nel tempo e nello spazio, con il loro esempio, con le loro parole.
Oceani di gente, in mezzo a cui sei immerso, che fluidamente sfiorano il tuo scafo senza che tu riesca a trattenerne che poche gocce sul palmo della mano, senza che tu possa berne la vicinanza e la compagnia.
Oceani di carta, in cui sei abbracciato da frasi, pagine, che ti fanno pensare suggerendoti cose che non sapevi, nuove idee con cui confrontarti, emozioni e sentimenti da altri provati e in cui puoi specchiarti.
Oceani di sogni, in cui nuoti o forse annaspi avendo davanti la profondità dell’inconscio che si rivela ad occhi chiusi e l’immensità dell’immaginazione che puoi cavalcare ad occhi aperti.
Nuvole che vagano libere nel cielo senza confini, metafora del nostro navigare nell’Universo.
Nuvole che a volte annunciano la tempesta, come un fato nemico che concentra su di noi eventi che portano la targa della sfortuna.
Nuvole che a volte vengono ad attenuare il caldo torrido indotto dal sole e a preannunciare la benedizione della pioggia, che recherà sollievo alla terra increspata dalla siccità.
Nuvole dell’umiltà, di cui abbiamo bisogno per essere riparati dai raggi accecanti e inaridenti della vanità, della presunzione e dell’arroganza.
Nuvole che col loro contrasto rendono più dolce la luce del sole e ce la fanno godere di più.
Nuvole che vengono e che vanno, inafferrabili come un sogno, ma che ci lasciano con la promessa che altre nuvole, altri sogni, verranno presto a portare conforto nella nostra vita.
Nuvole che vengono e che vanno, come gli amici che hanno rallegrato con la loro presenza un giorno della nostra vita e che hanno proseguito nel loro cammino, mentre noi ci siamo fermati alla nostra meta o abbiamo rallentato vedendoli allontanarsi: amici che hanno ripreso a vagare nella prateria dell’esistenza, scomparendo dal nostro orizzonte e lasciando dentro di noi la persistente dolcezza dei ricordi e la quieta ma insieme amara malinconia di saperli ormai distanti da noi.
Nuvole che impediscono all’anima di vedere Dio e obbligano a camminare lungo un cammino terreno poco illuminato e disseminato di occasioni di peccato: nuvole che solo la fede e la preghiera possono diradare; peccati che solo il pentimento e l’espiazione possono essere almeno in parte smacchiati consentendo di vedere meglio quel sole che è il Padre di tutti, di sentire accanto a sé il Figlio e la Beata Vergine Maria, e di essere investiti da quel rinvigorente vento che è lo Spirito Santo.
Piove
in questo 2 Novembre,
come se il cielo
facesse cadere le sue lacrime
sui sepolcri consacrati al ricordo.
Nelle gocce di pioggia
si rispecchiano le mie lacrime
che sgorgano dal rimorso
per il mio egoismo,
per tutte le volte che,
preso dai miei pensieri,
dai miei sogni, dal mio dolore,
non ho rivolto premure,
attenzioni e parole gentili
alle persone amate
che non ci sono più.
Piove e fuori
prima o poi smetterà,
ma sulla mia anima
continuerà a cadere
la pioggia acida dei rimorsi
per le mie azioni
e per le mie omissioni.
Due ore
passate di domenica mattina guardando un film in cassetta non sono ore perse se
si ha la fortuna di assaporare otto piccoli capolavori della Settima Arte.
Dialoghi
stringati, dallo stile essenziale, per non naufragare nella vana oratoria.
Fotografia dai colori studiati, splendidi e armoniosi, e musiche
raffinate, scelte per completare i racconti del grande regista, comunicano
all’anima ciò che le parole non riescono a dire appieno.
Grazie
ad Akira questa non è stata una giornata sprecata. Grazie ad Akira ho un altro
comodo bagaglio di sensazioni da portarmi dietro lungo il cammino del tempo:
qualcosa che rimane, qualcosa che non mi peserà sulle spalle ma che mi darà
forza per andare avanti, qualcosa che non scomparirà in mezzo all’oceano delle
banalità effimere di cui i media ci circondano.
I.
Sole attraverso la pioggia.
Bambino
come nuovo Ulisse, tentato dall’andare a vedere le volpi, desiderio proibito
che si trova oltre le Colonne d’Ercole del limite della foresta.
Forza
della buona educazione: la mamma che spinge il bambino ad andare a chiedere
perdono alle volpi; invece di proteggerlo, gli chiude in faccia le porte della
casa. Non è cattiveria, è amore: da grande non dovrà sottrarsi alle conseguenze
delle sue azioni; è giusto che impari già adesso a rispondere di ciò che fa.
II.
Il pescheto.
La dolce
bellezza del rosa, la fresca bellezza del colore dei fiori di pesco.
Le
figure umane armoniosamente si muovono in una coreografia che evoca il muoversi
al vento dei rami fioriti delle piante di pesco.
Le
piante riconoscono nel bambino l’eccezione, l’unico che ha pianto per il loro
abbattimento; solo a lui è dato di vederle nella loro forma d’origine.
III.
La tormenta.
Quando
la neve si dirada, i colori riprendono forma, la vita riprende i colori e torna
a respirare libera.
Quando
la vista torna libera, ci si accorge che l’obiettivo, creduto perduto per
sempre, si trova invece a pochi passi di distanza, a portata di mano.
Un
dubbio si fa avanti: è il ritorno a casa oppure è il Campo-Base Definitivo?
E la
donna che premurosa ti scaldava nella bufera era
Ma alla
fine ci si scuote dal torpore, ci si alza, ci si scrolla di dosso la neve, ci
si incammina verso la meta prefissata: metafora sublime della Vita che vince
IV.
Il tunnel.
Un cane
esce dalla galleria: è il fantasma dei bellici orrori o il messaggero d’un cupo
futuro?
L’ufficiale stremato lo ignora, entra nel buco orizzontale, ne esce
uguale a prima.
Un
soldato pallido lo raggiunge, pallido del pallore di chi ha già conosciuto la
morte. L’intera compagnia lo segue: è una centuria di trapassati, come la loro
avanguardia.
L’ufficiale prende coscienza degli orrori e dell’assurdità della guerra
ma è troppo tardi: i soldati morti ritornano indietro ma il cane fantasma
continuerà a seguirlo, continuerà a rimanere presente nella memoria col suo
bagaglio di eccidi e di odio.
V.
Corvi.
Osservare attenti le opere di Van Gogh, accingersi a lasciare la sala dei dipinti, mettersi il cappello in segno di commiato e ritrovarsi di colpo in un altro luogo, in un altro tempo, come se si fosse saltati dentro l’ultimo quadro.
Camminare nei paesaggi visti dal maestro pittore, parlare con persone
conosciute dal maestro pittore, incontrarlo, parlare con lui; e poi
rimpicciolirsi e navigare nei suoi quadri, navigare nei suoi colori.
Ritornare infine alla realtà, nel museo, davanti ai quadri, e togliersi
il cappello in segno di rispetto per quanto Van Gogh ci ha lasciato.
VI.
Fujiama in rosso.
Follia
degli uomini, ennesima, tragica follia, quella di dominare
I colori
radioattivi, i colori della morte si avvicinano ai sopravvissuti, ai quali
rimane una sola scelta: buttarsi a mare e annegare o restare contaminati senza
speranza.
La fine
verrà comunque per tutti, adulti o bambini, colpevoli o innocenti.
VII.
Il demone che piange.
Terra
bruciata, cenere dappertutto: a questo ci condurrà la follia tecnologica
scatenata dall’avidità umana.
Demoni
un tempo uomini piangono la loro sofferenza, i mali da essi commessi nel loro
passato.
Forse
qualche umano è ancora in tempo, forse può evitare di trasformarsi in demone,
di condannarsi a piangere il suo rifiuto alla vita, all’amore, all’altruismo.
VIII.
Villaggio dei mulini.
Ruotano
lente le pale dei mulini, come lenta dovrebbe ruotare l’esistenza degli uomini.
Isola felice, il villaggio dove non solo i mulini ma anche gli abitanti ruotano calmi, secondo natura, senza l’ausilio e la frenesia dei mezzi tecnologici.
Alla morte di ognuno, trovare in se stessi la serenità e la forza per congratularsi col trapassato per la sua esistenza spesa nel rispetto della vita.
Deporre un fiore sopra una pietra, nel ricordo di chi non c’è più, senza aver bisogno di un volto o di una conoscenza per rendergli omaggio: atto puro d’amore e di rispetto, quello che si rende agli anonimi, ringraziandoli per il solo fatto di essere passati sulla Terra.
Il sonno sta venendo, pesante come una coperta che ripara dal freddo, leggero come un balsamo che lenisce ferite vecchie e nuove.
Non oppongo resistenza, mi lascio andare al buio d'un cielo costellato di sogni.
17 febbraio 2020.