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venerdì 8 maggio 2026

Radici

Radici che vincono la resistenza del suolo, a volte soffice e generoso, a volte arido o pietroso.

Radici che prendono acqua, nutrimento, da strati di terra nascosti al sole, da geologici magazzini preservatori di cibo.

Radici che portano vita a tronchi, rami, foglie, che traggono da questi canali l’energia necessaria a produrre frutti.

Radici vegetali: fondamenta di piante, in quel meraviglioso cantiere che è la Natura.

Radici umane: cromosomi che si tramandano nell’atto del concepimento; educazione di madri e padri; racconti di nonne e nonni; testimonianze del passato, monumenti e libri.

Radici dell’acqua: fonti, sorgenti, da cui scaturisce il flusso iniziale che dà vita a ruscelli, a fiumi, a laghi, mari oceani.

Radici come fonti, da cui tutti veniamo, a cui tutti, prima o poi, attingiamo. 

venerdì 26 settembre 2025

Foglie d'autunno / 2


Foglie d'autunno, abbandonate dalla linfa, si staccano dai rami senza opporre resistenza, indebolite dallo scorrere del tempo e rasserenate dall’aver accettato la fine.

Leggere planano, trasportate dal vento, che le porta ad un suolo bisognoso di loro.

Proteggeranno le zolle dai rigori invernali; col loro rugginoso manto difenderanno le semine.

Secche si sbricioleranno oppure, impregnate di pioggia, con la terra si fonderanno per preparare il rifiorire della vita.

martedì 16 settembre 2025

Eppure è proprio nelle radici


Eppure è proprio nelle radici, apparente freno all'aspirazione all'universale e all'eterno, che si radica il nostro protendersi verso ideali e valori che non conoscono il turbolento scorrere del tempo.

Eppure è proprio nelle radici, che sembrano ancorarci al sedimentarsi del caduco e del passato, che nasce il nostro aspirare al futuro e all'immortale.

Eppure è proprio nelle radici, che paiono affondare nel deposito delle cose e delle persone perse, che troviamo la forza per sconfiggere dolore e strazio e per trovare sorriso e gioia.

Eppure è proprio nelle radici, illusoriamente sepolte da strati di foglie prima secche e poi marce, che l'albero della nostra vita trae il nutrimento per far crescere nuovi rami, nuove foglie, nuovi fiori, nuovi frutti e nuovi semi. 

lunedì 11 agosto 2025

Sogni di Kurosawa

Prologo.

      Due ore passate di domenica mattina guardando un film in cassetta non sono ore perse se si ha la fortuna di assaporare otto piccoli capolavori della Settima Arte.

      Dialoghi stringati, dallo stile essenziale, per non naufragare nella vana oratoria.

      Fotografia dai colori studiati, splendidi e armoniosi, e musiche raffinate, scelte per completare i racconti del grande regista, comunicano all’anima ciò che le parole non riescono a dire appieno.

      Grazie ad Akira questa non è stata una giornata sprecata. Grazie ad Akira ho un altro comodo bagaglio di sensazioni da portarmi dietro lungo il cammino del tempo: qualcosa che rimane, qualcosa che non mi peserà sulle spalle ma che mi darà forza per andare avanti, qualcosa che non scomparirà in mezzo all’oceano delle banalità effimere di cui i media ci circondano.

 

I.

Sole attraverso la pioggia.

      Bambino come nuovo Ulisse, tentato dall’andare a vedere le volpi, desiderio proibito che si trova oltre le Colonne d’Ercole del limite della foresta.

      Forza della buona educazione: la mamma che spinge il bambino ad andare a chiedere perdono alle volpi; invece di proteggerlo, gli chiude in faccia le porte della casa. Non è cattiveria, è amore: da grande non dovrà sottrarsi alle conseguenze delle sue azioni; è giusto che impari già adesso a rispondere di ciò che fa.

 

II.

Il pescheto.

      La dolce bellezza del rosa, la fresca bellezza del colore dei fiori di pesco.

      Le figure umane armoniosamente si muovono in una coreografia che evoca il muoversi al vento dei rami fioriti delle piante di pesco.

      Le piante riconoscono nel bambino l’eccezione, l’unico che ha pianto per il loro abbattimento; solo a lui è dato di vederle nella loro forma d’origine.

 

III.

La tormenta.

      Quando la neve si dirada, i colori riprendono forma, la vita riprende i colori e torna a respirare libera.

      Quando la vista torna libera, ci si accorge che l’obiettivo, creduto perduto per sempre, si trova invece a pochi passi di distanza, a portata di mano.

      Un dubbio si fa avanti: è il ritorno a casa oppure è il Campo-Base Definitivo?

      E la donna che premurosa ti scaldava nella bufera era la Fata della Vita venuta a proteggerti oppure era la Signora della Via Senza Ritorno?

      Ma alla fine ci si scuote dal torpore, ci si alza, ci si scrolla di dosso la neve, ci si incammina verso la meta prefissata: metafora sublime della Vita che vince la Morte.

 

IV.

Il tunnel.

      Un cane esce dalla galleria: è il fantasma dei bellici orrori o il messaggero d’un cupo futuro?

      L’ufficiale stremato lo ignora, entra nel buco orizzontale, ne esce uguale a prima.

      Un soldato pallido lo raggiunge, pallido del pallore di chi ha già conosciuto la morte. L’intera compagnia lo segue: è una centuria di trapassati, come la loro avanguardia.

      L’ufficiale prende coscienza degli orrori e dell’assurdità della guerra ma è troppo tardi: i soldati morti ritornano indietro ma il cane fantasma continuerà a seguirlo, continuerà a rimanere presente nella memoria col suo bagaglio di eccidi e di odio.

 

V.

Corvi.

      Osservare attenti le opere di Van Gogh, accingersi a lasciare la sala dei dipinti, mettersi il cappello in segno di commiato e ritrovarsi di colpo in un altro luogo, in un altro tempo, come se si fosse saltati dentro l’ultimo quadro.

      Camminare nei paesaggi visti dal maestro pittore, parlare con persone conosciute dal maestro pittore, incontrarlo, parlare con lui; e poi rimpicciolirsi e navigare nei suoi quadri, navigare nei suoi colori.

      Ritornare infine alla realtà, nel museo, davanti ai quadri, e togliersi il cappello in segno di rispetto per quanto Van Gogh ci ha lasciato.

 

VI.

Fujiama in rosso.

      Follia degli uomini, ennesima, tragica follia, quella di dominare la Natura andando contro il suo essere.

      I colori radioattivi, i colori della morte si avvicinano ai sopravvissuti, ai quali rimane una sola scelta: buttarsi a mare e annegare o restare contaminati senza speranza.

      La fine verrà comunque per tutti, adulti o bambini, colpevoli o innocenti.

 

VII.

Il demone che piange.

      Terra bruciata, cenere dappertutto: a questo ci condurrà la follia tecnologica scatenata dall’avidità umana.

      Demoni un tempo uomini piangono la loro sofferenza, i mali da essi commessi nel loro passato.

      Forse qualche umano è ancora in tempo, forse può evitare di trasformarsi in demone, di condannarsi a piangere il suo rifiuto alla vita, all’amore, all’altruismo.

 

VIII.

Villaggio dei mulini.

      Ruotano lente le pale dei mulini, come lenta dovrebbe ruotare l’esistenza degli uomini.

      Isola felice, il villaggio dove non solo i mulini ma anche gli abitanti ruotano calmi, secondo natura, senza l’ausilio e la frenesia dei mezzi tecnologici.

      Alla morte di ognuno, trovare in se stessi la serenità e la forza per congratularsi col trapassato per la sua esistenza spesa nel rispetto della vita.

      Deporre un fiore sopra una pietra, nel ricordo di chi non c’è più, senza aver bisogno di un volto o di una conoscenza per rendergli omaggio: atto puro d’amore e di rispetto, quello che si rende agli anonimi, ringraziandoli per il solo fatto di essere passati sulla Terra.


lunedì 5 maggio 2025

Se fossi un albero

Se fossi un albero, farei di tutto per far scorrere dentro di me la linfa del donarmi e dell’ascoltare per produrre i frutti di buone azioni.

Se fossi un albero, mi farei un taglio nella corteccia per far uscire fuori la linfa dell’egoismo affinché non mi faccia produrre frutti secchi o avvelenati.

Se fossi un albero, benedirei grato e commosso le mie radici per avermi consentito di spuntare fuori negli spazi aperti della vita.

Se fossi un albero, curerei i miei rami, le mie gemme, le mie foglie, che da qualche anno hanno ripreso a tendere verso l’alto, verso Dio.

Se fossi un albero, vedrei con gioia i miei frutti venire raccolti, ancora su di me o già caduti a terra, perché ciò che facciamo nella vita ha un senso solo se viene dato agli altri. E non li tratterrei sui miei rami per tenerli con me, perché seccherebbero senza nutrire né me né gli altri.