In fondo, che colpa ne abbiamo se a volte continuiamo a parlare a statue
che ci rispondono col loro mutismo, a cercare brecce, aperture in muri che con
noi vogliono rimanere compatti, invalicabili, a rivolgere un sorriso a visi che
non vogliono contraccambiarlo, a sperare che dopo tante porte sbattuteci in
faccia l’uscio che abbiamo di fronte possa aprirsi per farci entrare?In fondo, che colpa ne abbiamo se proviamo delusione, amarezza e
tristezza quando scopriamo nell'altro una diversità che a noi non è
complementare ma che ci respinge, quando camminiamo su una spiaggia sassosa che
non si fa accarezzare dalle onde del mare e su cui i nostri piedi invano
cercano una morbida sabbia disposta ad accettare le nostre orme?
In fondo, che colpa ne abbiamo se il sole che avevamo scelto come
bussola della nostra vita si nega nascondendosi dietro nuvole scure, se la luna
che avevamo scelto come musa non risponde alle nostre invocazioni e continua a
guardarci col suo gelido biancore?
In
fondo, che colpa ne abbiamo se osiamo sperare che qualcuno capisca le nostre
aspirazioni, i nostri progetti, i nostri sogni, e li faccia propri
rispondendoci con un semplice "sì"?
In fondo, che colpa ne ha chi non si vede simile a noi, chi non vuole
accettare il nostro donarci, chi non contraccambia la nostra sussurrata
richiesta di condividere qualcosa che ci è caro?
In fondo, che colpa ne ha l'atomo che non vuole unirsi a noi, preferendo
far parte di altre molecole, di altre leghe, magari più resistenti al bisogno
di dividere con altri ciò che si ha?
Testo
ispiratomi dalla lettura del racconto “Inviti superflui” di Dino Buzzati.
Grazie a
Paolo Stefano Riccadonna per avermi fatto conoscere questo racconto.