Il mio
giudizio su Coelho scrittore è contrastato: mi piace molto il suo stile
letterario (merito anche dei suoi traduttori) ma, quanto ai contenuti, detesto
il suo mix culturale fra cattolicesimo osservante e magia, miscuglio che può
ingenerare confusione in gente che è già molto confusa per conto suo. Non a
caso, l’unico suo libro che apprezzo molto è Undici minuti, nel quale il
romanziere brasiliano è rimasto, come dire?, coi piedi per terra.
Ad ogni
modo, sulla scia di quanto Coelho ha scritto in un suo volumetto (cfr. Paulo
Coelho: biografia di un narratore, Milano, Bompiani, 2003, pp. 107-110),
provo a tracciare un mio ritratto rispondendo a venti domande.
Il tuo
pregio più grande?
La
mancanza d’invidia: le cose belle che capitano agli altri sono per me fonte di
gioia e non motivo di rabbia.
Il tuo
peggior difetto?
Il
rancore: non mi porta quasi mai a compiere atti vendicativi ma è difficile che
io riesca a perdonare chi mi ha fatto del male.
Una
passione?
La Storia, senza dubbio. Il
passato è per me una base irrinunciabile dell’esistenza: sapere cos’hanno fatto
e come pensavano gli uomini e le donne che mi hanno preceduto sulla Terra è una
preziosa fonte di insegnamento.
Un’esperienza catartica?
Guardare
dentro di me senza la paura di scoprire i miei errori.
La tua
fonte d’ispirazione?
Le
persone, che osservo sempre con dissimulata attenzione.
La cosa
che ti fa più paura?
La
stupidità di chi non sa pensare con la sua testa e vuole imporre ad altri ciò
che è stato imposto a lui.
La tua
più grande aspirazione?
Scrivere
non solo per me stesso ma anche per gli altri: mettere a loro disposizione le
mie riflessioni senza volerle imporle ad alcuno.
La
prossima montagna da scalare?
Quella
che è più vicina a me, quella che si chiama “oggi”.
Gli
amici?
Una
realtà sfuggente, che credi di aver catturato ma che ti scappa via di continuo.
E tu avverti sempre, amarissima, la sensazione del tradimento.
Le
donne?
Un
universo affascinante, da esplorare con rispetto e con ammirazione.
Gli
uomini?
Degli
eterni bambinoni: il vero sesso debole.
La
verità?
Una
parola che ognuno adopera a suo uso e consumo.
Il
tempo?
Un
immenso fiume che fa scorrere la nostra vita dalla sorgente dei nostri genitori
allo sbocco nell’eternità.
La fama?
Vanità,
nient’altro che vanità.
La fortuna?
Quella
che ho avuto finora, ed è tanta; non quella che potrei avere e che già da un
bel po’ di tempo ho smesso di desiderare.
L’impossibile?
La
serena accettazione dei miei limiti.
La
felicità?
Consapevolezza di ciò che hai avuto e di ciò che hai, senza badare a ciò
che non hai avuto e a ciò che non puoi avere.
Il
lavoro?
Se è
appagante, è una parte importante della nostra vita. Se è alienante, è una
prigione da cui continuamente si vorrebbe evadere.
La
bellezza?
Una rosa
che al mattino ha ancora sui suoi petali le gocce di rugiada, su cui si
riflette la luce del sole.
La
serenità?
Uno
stato dell’anima che si costruisce a poco a poco, fra alti e bassi, con
inevitabili ricadute: assenza di esaltazione, calma interiore che non impedisce
di provare né gioia né dolore.