lunedì 20 gennaio 2025

Le pantere di Algeri di Emilio Salgari

Grazie ai consigli dell'amico Vittorio Sarti, ho letto il romanzo Le pantere di Algeri di Emilio Salgari in un'edizione integrale.

L'avevo già letto una cinquantina di anni fa in un'edizione per ragazzi che mi avevano prestato ma chiaramente a quell'età la mia attenzione si era soffermata solo sull'aspetto avventuroso del romanzo.

Ovviamente, adesso continuo a scorgervi il ritmo incalzante della trama, ricca di colpi di scena, così ad apprezzare l'ironica caratterizzazione del personaggio di Testa di Ferro.

Ma Le pantere di Algeri ai miei occhi ormai di adulto se non di anziano non sono più un libro con cui divertirsi e fantasticare o, per meglio dire, non sono più solo quello: sono un grande romanzo, frutto della fertile quanto incompresa e sfruttata penna di Salgari.

A cominciare dall'italiano in cui è scritto, che, pur con qualche differenza di termini e di uso della punteggiatura, è uguale a quello attuale, il che ne rende agevole la lettura.

Per non parlare della dettagliata ricostruzione "scenografica" e della meticolosa citazione degli eventi storici che fanno da sfondo al romanzo.

Se è vero che nel rileggere i libri dell'adolescenza c'è sempre un sovente inconfessato desiderio di ritornare per un attimo indietro nel tempo, a un'età che per molti è stata bella e spensierata, è indubbio che il confrontarsi da adulti con un libro già letto consente di scoprirne tutto il valore letterario.


giovedì 2 gennaio 2025

Darling Deymans, una meravigliosa famiglia


A George e Kathy Deyman.


I Deymans sono la famiglia più cara che abbia attraversato le nostre vite. Cominciamo dall'inizio.

Il padre di Mr. Philbert (Phil) aveva sposato una ragazza della famiglia Beruatto, che abitava a Rivara Canavese, il paese natale di mia madre.

Quando a Phil e a sua moglie Carol nacque il loro figliolo, George, assunsero mia madre come bambinaia per il piccolo.

Essendo essi diplomatici statunitensi, mia madre li seguì prima a Milano, dove Mr. Phil era console, e poi a Belgrado, dove rimasero tre anni.

Quando poi vennero trasferiti di sede, mi pare di ricordare in Grecia, mia madre non se la sentì più di seguirli.

Del periodo trascorso con loro mia madre (Pina, che il piccolo George chiamava Pua) serbò sempre ricordi bellissimi.

I Deymans la trattarono sempre benissimo, da pari a pari, non da datori di lavoro a lavoratrice. La signora Deyman fu per Pina una sorella maggiore, una seconda mamma e le volle quel bene che la mia nonna materna non volle mai a "Pua".

Fra le tante altre cose, le insegnò a preparare alcuni dolci americani come il pie al limone  e una filastrocca che raccontavano al George quando lo mettevano a dormire e che poi mia madre recitò anche a me:


Good night,

 sleep tight,

 to morning light

 you wake up bright.


Mia madre mi raccontava spesso aneddoti della sua permanenza presso i Deymans e in generale della loro famiglia.

Qualcuno divertente.

I primi tempi che erano sposati e vivevano in Italia, la suocera della signora Carol aveva imposto al personale domestico di chiamare "dottore" il signor Phil, perché effettivamente era laureato (se ricordo bene in Economia all'Università di Torino, con una tesi intitolata "L'industria della Frutta in California").

In America, però, non c'è la consuetudine di chiamare "dottore" i laureati.

E così un pomeriggio Mrs. Carol, quando tornando a casa si sentì dire da una cameriera: "E' arrivato il dottore", lei non comprese che si trattava di Mr. Phil e credé che fosse il medico e tutta preoccupata chiese: "Chi è che sta male?".

Mia madre mi raccontava anche che fra le prime parole che il piccolo George pronunciò ci fu: "Strasse'".

Erano a Milano negli anni del Secondo Dopoguerra e nelle strade a volte passavano i raccoglitori di stracci, che annunciavano la loro presenza gridando: "Strasse'! Strasse'!", che il milanese significa appunto stracci o stracciai.

E così George, appena dal balcone vedeva passare qualcuno in strada (non necessariamente uno stracciaio), gridava anche lui: "Strasse'! Strasse'!".

A Milano, nel 1948, fu Mr. Phil, in quanto console statunitense, ad effettuare il primo lancio della prima partita del primo campionato italiano di baseball, sport a stelle e strisce per eccellenza.

Trasferiti all'ambasciata U.S.A. a Belgrado, in un'epoca in cui in Jugoslavia non c'era ancora la televisione (del resto, dubito che avrebbe comunque trasmesso film in lingua inglese), il Dipartimento di Stato aveva organizzato un regolare invio di film da proiettare in un'apposita sala dell'ambasciata.

Alle proiezioni erano invitati sia i diplomatici americani che il loro personale domestico.

Ecco perché, anni dopo, quando alla Rai mandavano in onda film americani, ogni tanto mia madre mi diceva: "Questo l'ho già visto a Belgrado".

Nella capitale dell'allora jugoslava i Deymans e mia madre vissero due episodi, uno drammatico e un altro che avrebbe potuto avere conseguenze spiacevoli. Il primo me lo raccontò mia madre, il secondo George durante la sua visita a casa mia del 2017.

Un giorno alla stazione di Belgrado il piccolo George venne rapito da una zingara.

Fu un attimo di distrazione e non lo videro più.

Panico assoluto.

Per fortuna lo ritrovarono dopo pochi minuti di affannose ricerche. L'aveva, per l'appunto, preso  una zingara. Glielo strapparono subito via dalle mani.

La vicenda, comprensibilmente, traumatizzò la signora Carol (a maggior ragione se si pensa che prima di George lei e Phil avevano avuto una figlia, che purtroppo era morta in tenera età). La sconvolse a tal punto che da allora in poi, quando andavano in giro per le strade di Belgrado, la signora Carol legava George in un'imbragatura di cinghie e lo portava a spasso come un cagnolino.

Del secondo episodio fu protagonista George.

Un giorno dal balcone vide passare un corteo che andava a una manifestazione del regime comunista di Tito. Guardando sfilare delle persone che sventolavano bandiere jugoslave ed essendo troppo piccolo per capire il significato politico di certi gesti, volle partecipare alla "sbandieratura", andò a prendere la bandiera degli U.S.A., tornò sul balcone e si mise a sventolarla.

Qualcuno in strada se ne avvide e senza rendersi conto che a farlo era un bambino piccolo pensò a una provocazione, e per poco la casa dei Deymans non venne assaltata dai manifestanti titini.

Poi, per fortuna, le cose vennero chiarite.

Quando i Deymans vennero trasferiti in Grecia, se ricordo bene nel 1953, mia madre non li seguì. Prima di sposarsi, andò a lavorare cinque anni in Francia.

Ma rimase in contatto epistolare con la signora Carol e potette incontrare lei e il signor Philbert quando si recavano in Italia e passavano per Torino.

Nelle sue lettere, Mrs. Carol ci informava di quello che stavano facendo, mandandoci anche delle foto.

Ricordo la sua bella calligrafia; come ebbi modo di constatare in seguito, quella di George è identica. Buon sangue non mente, dunque.

Tramite le foto che Mrs. Carol le mandava, mia madre potette vedere George crescere: da bambino farsi ragazzo, da ragazzo farsi giovanotto, da giovanotto farsi adulto.

Tra queste foto, una è particolarmente simpatica e spiritosa, quella nella quale suo figlio si era fatto riprendere insieme ad un cavallo che si chiamava anche lui George.

A me, invece, non è mai capitato di farmi fotografare con un asino di nome Gian Contardo, probabilmente perché gli asini sono più intelligenti di me.

Da Mr. Phil ricevetti una cartolina riproducente la foto di alcune persone che indossavano dei vestiti e dei copricapo dei nativi d'America. Me la spedì in occasione di un viaggio turistico dell'allora sindaco di Genova, cui il signor Deyman si era offerto di fare da interprete.

Quando andarono in pensione, i Deymans andarono a vivere dapprima a Orlando in Florida e poi a Hibbing nel Minnesota.

George, intanto, aveva già trovato lavoro come funzionario del governo di Washington, riscuotendo in poco tempo la stima di colleghi e superiori.

Nel 1982 si sposò con Kathy, da cui ha avuto due figli, Philip e Colin.

Quando venivano in Italia, se potevano Mr. e Mrs. Deyman passavano a trovarci ma anche quando non potevano una telefonata a mia madre la facevano sempre.

La prima volta che io ricordi di averli visti risale alla metà degli anni '60.

Io e la mamma stavamo trascorrendo qualche giorno di vacanza a Rivara dai nonni materni e loro erano ugualmente in questo paese del Canavese (la villa della famiglia Deyman confinava con la casa dei miei nonni).

Una mattina era passato Walter, il figlio di una cugina di mia madre, a giocare con me ma Pina gli disse che quella volta avevamo un impegno: i signori Deyman ci sarebbero venuti a prendere fra pochi minuti.

Cosa che avvenne. La prima cosa che mi colpì fu l'automobile di Mr. Phil: un macchinone, almeno ai miei occhi di bambino.

In quell'occasione, ci portarono con loro a visitare il santuario di Belmonte.

La seconda volta che li vidi vennero a trovarci a casa nostra, a Torino. Con loro c'era anche George, che incontrai per la prima volta. Ricordo che giocò con me un po' con la palla.

Era già uno studente universitario, frequentando uno dei due college statunitensi a Bologna. Poco dopo si laureò in Scienze Politiche con 110 e lode.

Rivedemmo Mr. Philbert un'altra volta a Rivara. In quell'occasione mi diede 500 lire, somma che all'epoca non era poco per un bambino: con essa si potevano acquistare ben 50 bustine di Figurine Panini.

Poi, nel 1978, Mr. e Mrs. Deyman vennero a trovarci a Torino.

L'ultima volta che li vedemmo fu nel settembre del 1982.

Fu un anno decisivo, il 1982, sia per George che per me: lui si sposò con Kathy e io cominciai a lavorare.

Ebbi modo di chiacchierare a lungo con loro, perché mia madre era andata ad aspettarli a Piazza d'Armi ed essi vennero da un'altra direzione, cosicché mio padre uscì a sua volta per andare a dirle che erano arrivati e io rimasi solo con loro.

Quando ci riunimmo, passammo un piacevolissimo pomeriggio.

Soprattutto, ci fecero vedere le foto del matrimonio di George e Kathy, e ci raccontarono di come si era svolto il ricevimento di nozze.

La signora Carol ci informò di quali parenti della sua famiglia erano andati al matrimonio.

Al che, mia madre domandò a mr. Phil: "E della Sua famiglia chi c'era?".

Ed egli fece la battuta: "C'era mio figlio".

Ovvio che ci fosse George: era lo sposo.

Durante quel pomeriggio, Mr. Phil e Mrs. Carol ci raccontarono quello che avevano fatto a Torino prima di venire a trovarci. Mrs. Carol ci disse di aver comprato su una bancarella tre libri di cucina.

L'impressione che ebbero di Torino fu positiva: la trovarono migliorata rispetto all'ultima volta che ci erano stati.

Solo su una cosa la signora Deyman ebbe da ridire, scandalizzata ma non troppo: "Anche da noi i giovani fanno l'amore ma non in strada".

Con un po' di orgoglio materno, mia madre fece loro vedere il mio libretto universitario. Fino ad allora avevo sostenuto 12 esami (mi sarei laureato dopo qualche anno, lavorando e studiando nel tempo libero), in molti dei quali avevo preso 30, che erano stati scritti 30/30, che stava per trenta trentesimi.

Quando la loro visita volse al termine e li salutammo, mrs. Carol mi disse: "Mi raccomando, continua a prendere trenta trenta".

Pur parlando benissimo l'italiano, alla signora Deyman ogni tanto scappava qualche piccola inesattezza. Quando per cucinare mia madre usava il rosmarino, mi diceva che Mrs. Carol lo chiamava "l'osso marino".

Sia Mr. Phil e Mrs. Carol che George e Kathy vennero in Italia poco tempo dopo ma non passarono a Torino.

Come in tutte le altre volte in cui non poterono venire a trovarci, fecero comunque una telefonata a mia madre. Quando le passarono George, questi la salutò italianizzando il suo nome, dicendole cioè: "Ciao. Sono Giorgio".

La signora Deyman morì qualche anno dopo.

Le zie di George, nel darci la triste notizia, scrissero a mia madre che George, nonostante il dolore, aveva trovato la forza di commemorare la sua mamma in chiesa durante il funerale.

Mr. Phil morì in seguito, nel giugno del 1994. Era andato trovare le sue sorelle a Breganze, dove nel frattempo si erano stabilite.

Avvertita per tempo della sua venuta in Itala, mia madre disse a me e a mio padre: "State attenti al telefono, perché può darsi che chiami il signor Deyman".

Purtroppo, ricevette invece la telefonata di una delle sorelle di Mr. Philbert, che ne comunicavano la scomparsa.

Era stato bene fino a poco prima. Aveva passato una serata molto serena e gioiosa con le sorelle, a parlare dei tanti ricordi condivisi. La mattina dopo stava male; se ricordo bene, gli venne diagnosticata una polmonite. Dopo pochi giorni volò in Cielo a raggiungere la sua Carol.

George era molto, molto triste e commosso per la morte del suo amato papà ma non poté recarsi in Italia per il funerale e quindi lui e la sua famiglia parteciparono ad esequie separate a Hibbing, nel Minnesota, dove suo padre venne sepolto accanto alla signora Deyman.

Passò qualche anno e i nostri contatti con George si limitarono allo scambio di cartoline degli auguri natalizi. Allora viveva ad Annandale, in Virginia; solo recentemente lui e Kathy si sono trasferiti a South Berwick, nella contea di York del Maine. Come canta Guccini in 100. Pennsylvania Avenue: "Amore ed ecologia lassù nel Maine".

Nel 2002, quando iniziai a navigare su internet, mandai un'e-mail a George all'indirizzo indicato nella sua ultima cartolina natalizia. Mi rispose subito, mostrando grande entusiasmo. Da allora ci scambiamo e-mail, scrivendoci su tutto, cose belle e cose brutte, cose allegre (fra cui le barzellette) e cose tristi.

Mi è stato molto vicino quando mia madre si è ammalata, rimanendo immobilizzata per anni fra letto e carrozzina prima di volare in Cielo.

Lui e sua moglie sono venuti a Torino dall'America a trovarla due volte.

La prima, il 3 gennaio 2009, Pina era ancora lucida e potette interagire con loro, chiacchierando e condividendo ricordi di quando era con George a Milano e a Belgrado.

Con George e Kathy c'erano anche il loro figlio minore Colin con la sua futura moglie Christine e un cugino di George, Walter (un'altra cosa che abbiamo in comune: un cugino di nome Walter).

In quell'occasione, la sera stessa della loro visita scrissi le seguenti righe, dedicate a George e alla sua meravigliosa famiglia:


Siete stati un raggio di sole venuto a baciare il suo lento tramonto.

Siete stati una mite giornata venuta a scaldare il suo gelido inverno.

Siete stati il ricordo vivente di anni lontani e del suo sincero donare affetto.

E da oggi, ogni volta che sentirò soffiare un caldo vento da Occidente, saprò dentro me che si tratta del vostro dolce pensare a lei".


Tradotto in inglese:


You were a ray of sunshine that came to kiss her slow sunset. You were a mild day that came to warm her cold winter.

You were the living memory of distant years and of her sincere gift of affection.

And from today, every time that I sense a warm wind blowing from the West, I will know inside of me that it is your sweet thoughts of her.


Era la prima volta che incontravamo Kathy. Mio padre disse a me e a mia madre: "George ha una buona moglie".

Disse la stessa cosa anche di Pina, quando ella morì: "E' stata una buona moglie".

Forse al giorno d’oggi, in cui il matrimonio è sempre meno rispettato e lo si manda all’aria alla minima difficoltà, titoli come “buona moglie” o “buon marito” non dicono niente o vengono addirittura considerati con sarcasmo. Ma cosa c’è di più bello, di più degno di ammirazione dell’essere una buona moglie, un buon marito, una buona madre, un buon padre, una buona figlia, un buon figlio?

George e Kathy tornarono a trovarci nel 2012, poche settimane prima che mia madre morisse.

La loro visita venne a illuminare una realtà molto più fragile e precaria di quanto pensassi (e sperassi).

George, il figlio di Carol e di Philbert, il bambino che la mia mamma aveva visto appena nato e di cui si era presa cura nei primi anni della sua vita. George, che poi l’ha sempre considerata come la sua seconda madre. George in quel soleggiato pomeriggio di marzo del 2012 fu meraviglioso e commovente.

Purtroppo, nell’alternanza di giorni sì e giorni no, George e Kathy vennero a casa nostra in un giorno no, cioè in un giorno in cui Pina rimase completamente assopita e non fu in grado di rispondere a quello che le si diceva.

Eppure, nonostante ciò, quanta filiale sollecitudine dimostrò George nei suoi confronti!

Nonostante quel giorno la mia mamma non fosse in grado di comunicare nemmeno con uno sguardo o con un sorriso, George le parlò a più riprese, dicendole chi era e ricordandole gli anni che aveva passato con lei.

Se un paziente in coma riesce ad uscirne anche grazie alle persone che gli parlano, a maggior ragione sono sicuro che mia madre abbia sentito le affettuose parole di George, che bypassarono il suo torpore per raggiungere il suo subconscio e la sua anima.

Accomiatandosi da noi, George disse a Pina che sarebbe tornato a trovarla presto. Quando tornerà a Torino e passerà a casa nostra, non la troverà più nel suo letto ortopedico sistemato nel soggiorno.

Quando, il 23 maggio, Pina venne a mancare al nostro affetto, George avrebbe voluto venire al funerale. Ma mancò il tempo per prendere un aereo dall’America e arrivare a Torino. Fece mandare dei fiori. E fece anche di più, molto di più.

Iscrisse il nome di mia madre nella League of Saint Anthony e in virtù di ciò Pina sarà ricordata ogni giorno nelle messe celebrate al Seminario di Saint Lawrence a Mount Calvary, nel Wisconsin. Inoltre, fece dire dai Padri Francescani 30 messe gregoriane consecutive per la mia mamma.

Quando me lo comunicò per posta, fu l’unico raggio di gioia che balenò in quelle settimane per me piene di strazio, fu l’unico raggio di sole che i miei occhi videro in quelle settimane in cui ero circondato ventiquattr’ore su ventiquattro dalla notte del dolore.

Da parte mia, volli che mia madre portasse con sé, nel suo ultimo viaggio, non solo un foulard che le avevo regalato e che le feci mettere al momento della vestizione delle sue spoglie mortali ma anche qualcosa che le aveva donato George, l'altro bambino che aveva allevato con amore: feci recidere alcuni fiori dalla pianta che lui le aveva portato qualche settimana prima, ne feci fare un mazzetto e lo feci mettere all'interno del feretro di Pina.

Nell'agosto successivo, il mio amico Roberto Long mi accompagnò al santuario della Consolata. Feci accendere delle candele, per mia madre, per i miei parenti defunti e anche una per Mr. Phil e Mrs. Carol.

Ho rivisto George e Kathy nel settembre del 2017. Mio padre era mancato due mesi prima e la loro visita mi diede conforto. Fu un incontro da essi appositamente voluto, perché interruppero il loro tour per fermarsi un giorno a Torino al fine di venire a trovarmi.

Fu una giornata bellissima, passata a parlare di tante cose, dei loro figli e delle rispettive famiglie.

Mi ricordo in particolare che, parlandoci della loro cagnolina Lucy, George ci disse che quando la portava a spasso a un certo punto si fermava e non voleva più andare avanti, e non c'era verso di convincerla.

Un po' come adesso fa la mia Neve.

Nel marzo del 2021, in occasione del mio 61° compleanno, George mi ha fatto il grandissimo regalo di dedicarmi questa sua bellissima poesia:


I have a friend whose name is Conty,

He is very much like a brother to me,

He lives in a far-away country,

Many miles across the sea.

 

With Conty I am quite impressed,

I hope that he'll always be blessed,

With all that is good and all that is best,

The best of life and all the rest.

 

I wish him a wonderful birthday,

With much happiness always for him, I pray,

That all will go well for him in every way,

Not only today, but on every day.

 

George Deyman.


Veniamo ora alla loro visita più recente, quella del 15 settembre del 2024.


L'anno prima Kathy era venuta in Europa senza George, che aveva preferito rimanere a casa a prendersi cura della loro cagnolina Lucy, che era vecchia.

Purtroppo, nel frattempo, Lucy ha attraversato il Ponte dell'Arcobaleno.

La giornata del 15 settembre è stata molto intensa e piacevole, soleggiata nel cielo e soleggiata nei nostri cuori.

Ci siamo dati appuntamento per le 10.30 davanti al santuario di Santa Rita a Torino.

George e Kathy arrivano puntualissimi.

Ci salutiamo ed entriamo nel santuario per la funzione domenicale.

A Messa finita, Laura fa visitare loro l'interno della chiesa, in primis le vetrate colorate e la "nicchia", subito a destra dell'entrata, dov'è stata collocata la statua di santa Rita da Cascia.

Usciamo e, nel salire in macchina, non essendo abituato all'auto di  Laura, George picchia la testa: non si fa male, per fortuna.

Arriviamo a casa, dove ci aspetta Iman, che si fermerà solo per pranzo, perché sta per partire per Alessandria d'Egitto con sua figlia Nour, la quale si sposerà fra qualche giorno con Mohamed.

George e Kathy conoscono già Iman ma non ancora Neve.

La quale, appena li vede, si mette ad abbaiare come fa con chiunque entri in casa.

Poi si calma ma rimane sempre sul chi vive, diffidente.

George prova ad entrare in confidenza con Neve, si inginocchia perfino sul pavimento per apparirle meno alto e quindi minaccioso ma non ottiene grandi risultati: la mia bimba ha paura degli uomini, molto più che non delle donne.

George e Kathy mi hanno portato un graditissimo regalo: un berretto con lo stemma della Juventus sulla visiera.

Nelle e-mail che hanno preceduto la loro visita, il mio big brother mi aveva prospettato la possibilità di andare a vedere Torino - Lecce, che si gioca nel pomeriggio nel vicino Stadio Olimpico Grande Torino: gli ho risposto di non offendersi ma, da juventino d.o.c. quale sono, andare a vedere una partita dei cugini granata proprio non mi andava.

Ordiniamo le pizze, quando arrivano pranziamo (il pasto è concluso con lo squisito tiramisù preparato da Laura), poi salutiamo Iman e Nour, che è venuta a prenderla per andare all'aeroporto.

Dopo pranzo, facciamo quattro chiacchiere, quindi portiamo Neve a fare la sua seconda passeggiata, dopo di che ci rechiamo al Cimitero Parco per consentire a George e Kathy di pregare davanti alle tombe dei miei genitori.

Nel salire in macchina, George picchia di nuovo la  testa: nessun problema ma il bis l'ha concesso.

Dopo il raccoglimento davanti alle lapidi di Pina e di Vincenzo, George fa una carezza alla foto di mia madre.

Quando risaliamo in macchina per tornare a casa, big brother George batte ancora una volta la testa. Tris!

Nell'appartamento siamo accolti da Neve, che ci fa un sacco di feste, come ogni volta che rientriamo.

Passiamo il pomeriggio a chiacchierare.

George ci racconta della loro cagnolina Lucy, volata in Cielo qualche mese fa senza soffrire.

Ultimamente soffriva di Alzheimer canino; era scappata di casa un paio di volte ma erano sempre riusciti a trovarla. Del resto, South Berwick nel Maine è una piccola località di poco più di 7.000 abitanti.

Anche se c'è una piccola parrocchia cattolica a South Berwick, George e Kathy per andare a Messa escono dal Maine per andare in una chiesa si trova sì nelle vicinanze ma nel New Hampshire.

Lucy manca moltissimo a George e Kathy. Il mio big brother mi ha raccontato alcune simpatiche cose di lei: mangiava la frutta ma non le banane; all'aperto andava a ripararsi all'ombra di un albero o di un cespuglio del loro giardino; la sera, quando guardavano la televisione, verso le 10 faceva loro capire che era ora di andare a dormire e che dovevano spegnere la tv.

Ci hanno poi raccontato qualcosa dei loro figli, delle loro nuore e dei loro nipotini.

Abbiamo avuto il piacere di vedere molte foto della loro famiglia. Una volta ci si portava dietro le fotografie da far vedere ad amici e conoscenze; ora sono tutte memorizzate nei cellulari.

Fra queste foto, Kathy me ne ha fatta vedere una di un rifugio che accoglie i cavalli abbandonati, esattamente come i canili e i gattili accolgono rispettivamente cani e gatti.

Alla fine abbiamo accompagnato George e Kathy all'albergo che li ospitava. Nel salire in macchina, anche questa volta George ha picchiato la testa. La prossima volta che verranno a trovarci, o pago loro le corse in taxi o dico a Laura di cambiare automobile.

Prima di andare verso il centro di Torino, siamo passati vicino alla casa dove io e i miei genitori abbiamo abitato fino al 2004. George si è ricordato del posto, nonostante venne a trovarci là negli anni '60.

Quando ci siamo accomiatati da George e Kathy nelle vicinanze dell'albergo, un abbraccio e la promessa di rivederci ha posto fine a una bellissima giornata, illuminata non solo dal sole di fine estate ma anche e soprattutto dalla loro presenza.


Carissimi George e Kathy, vi ringrazio di esistere e di essere parte della mia vita.

Ringrazio George anche per aver letto questo scritto e per avermi suggerito le correzioni da apportarvi.


domenica 22 dicembre 2024

Buon Natale e Felice Anno Nuovo

Quando mandano gli auguri di Buon Natale e Buon Anno ad amici e conoscenti, gli Americani hanno l'abitudine di allegare una letterina in cui li si informa di quello che hanno fatto le rispettive famiglie durante l'anno che sta per finire.

Lo riporta non senza ironia in un suo libro Francesco Guccini, quando narra del periodo in cui visse oltreoceano con l'allora sua fidanzata americana.

Lo posso confermare anch'io, visto che, prima di cominciare a scriverci via e-mail, ogni anno ricevevo, con la cartolina d'auguri, la letterina in cui il mio amico George Deyman mi rendeva edotto di quello che aveva fatto nell'anno la sua famiglia.

Se si facesse così anche da noi, la maggior parte delle persone nel leggere questi resoconti commenterebbe: "E a me che me ne frega?".

Se invece questa abitudine l'avessimo io e il mi amiho pistoiese Stefano Baldi, le nostre letterine di fine anno si ridurrebbero a una sola frase: "Le fie un me l'hanno data manco per la mi fava".

Come direbbe Guccini: "Non è la stessa cosa! Gli Americani ci fregano con la lingua, non è la stessa cosa".

Poiché a Natale sono tutti più buoni tranne me, voglio infierire su di voi raccontandovi le cose che ho fatto o che mi sono capitate in questo 2024 su cui sta per calare il sipario.

Innanzitutto questo è il secondo anno che passo con Neve e la conoscenza e il rapporto affettivo con lei sono cresciuti sempre di più, ogni giorno che passava. La mia cagnolina è protettiva con me e le sue marachelle colorano di allegria le mie giornate.

A febbraio mi hanno fatto la bonifica della bocca in anestesia generale all'Ospedale Mauriziano ovvero mi hanno tolto sei denti e sistemati altri. Anche in queste righe voglio ringraziare di cuore il dottor Francesco Della Ferrera detto Francy.

Ad aprile ho rivisto dopo 45 anni la mia ex compagna di classe Anna Paola con suo marito Lucio. Anna Paola è una delle persone più solari che io abbia conosciuto.

Ho letto molti libri, il che non è certo un male. Ho fatto la conoscenza della scrittrice svedese Camilla Laeckberg, di cui ho letto qualche romanzo. Purtroppo è stata solo una conoscenza letteraria e non fisica; dico purtroppo perché, oltre a scrivere bene, è anche una gran bella donna, per cui sarebbe stato anche stimolante conoscerla biblicamente.

Ho continuato a scribacchiare, il che può non essere un bene per gli amici a cui faccio leggere le mie opere.

Ho continuato, naturalmente invano, a chiedere al buon Paolo Stefano Riccadonna di venire a prendere il regalo che gli avevo preso due anni e mezzo fa e che non è ancora passato a ritirare.

A settembre ho ricevuto la graditissima visita di George e Kathy Deyman, che sono venuti a trovarmi dal Maine, dove Guccini diceva che ci sono amore ed ecologia.

Abbiamo passato insieme una splendida domenica, un vero bagno di luce.

George per me è come fratello maggiore, visto che mia madre prima di sposarsi fu per qualche anno la sua bambinaia.

L'unica nota triste di quest'anno è stata la scomparsa di due persone a me care, la signora Giovanna Pessana Merlo e il signor Silvio Contino, che hanno attraversato tanti anni della mia vita.

E' anche mancato il signor Gianfranco Balbo Mossetto, che è stato il mio primo capo, quando cioè entrai alla Findatasystem. Con lui ho condiviso anni di lavoro e momenti divertenti. 

Voglio ricordarli anche qui.

In ogni caso, come cantano Guccini e Ligabue, ho ancora la forza di far la conta degli amici andati e dire loro: "Ci vediam più tardi".

Ma bando alla tristezza e auguri a tutti voi di Buon Natale e Felice Anno Nuovo.

 

P.S. Non ho scritto la letterina a Babbo Natale ma se vi capita di vederlo, ditegli di portarmi Malena la Pugliese: adesso che si è ritirata dal porno, potrebbe farmi compagnia.

 


giovedì 18 aprile 2024

Recensione a Matteo Rubboli, "L'ultima ora. La storia dell'uomo attraverso la pena di morte", Cairo Editore

Il prof. Giuseppe Ricuperati, relatore alla mia tesi di Laurea su Walter Maturi, usava l'espressione "bel libro" per definire un saggio storiografico interessante e ben scritto.

Questa espressione si adatta alla perfezione all'opera di Matteo Rubboli, L'ultima ora. La storia dell'uomo attraverso la pena di morteCairo Editore.

Si tratta sì di un libro di alta divulgazione, in perfetta rispondenza con l'attività dell'Autore come "motore" di Vanilla Magazine (canale YouTube e rivista cartacea), ma definirlo "divulgativo" è riduttivo, perché ha tutte le caratteristiche del saggio storiografico, a cominciare dal rigore scientifico.

Per fortuna, a partire da Piero Angela e poi da suo figlio Alberto, la divulgazione è uscita da uno stato di minorità nei confronti dei saggi di ricerca e se ne riconosce l'importanza come indispensabile veicolo di diffusione della conoscenza anche fra i cosiddetti non addetti ai lavori.

Grazie a chi, come gli Angela e ora Matteo Rubboli, riesce a fondere semplicità espositiva a solida preparazione nelle materie di cui si occupa.

Il saggio L'ultima ora. La storia dell'uomo attraverso la pena di morte ripercorre l'inquietante e crudele tema della pena di morte dalla Preistoria ai giorni nostri.

L'analisi non si limita a riportare i metodi di esecuzione capitale che sono stati via via adottati nel corso dei millenni (senza comunque mai cadere nel sadico e nel grand guignol) e i casi, celebri e non, nei quali essa è stata praticata, ma espone l'atteggiamento nei confronti della pena di morte da parte delle varie società che si sono alternate lungo la Storia nelle diverse aree geografiche del nostro pianeta, nonché le reazioni contrarie ad essa che man mano sono sorte, dapprima ad opera di pensatori isolati e/o all'avanguardia (come l'illuminista Cesare Beccaria) e poi in ampi settori dell'opinione pubblica.

Anche se al giorno d'oggi, purtroppo, la pena di morte è ancora prevista in molti Stati e condivisa dalla maggioranza della popolazione di questi Paesi.

Essa  investe sì la coscienza delle società, delle comunità umane nel loro complesso, ma che riguarda ogni singolo individuo, ciascuno di noi, che mai come su questo spinoso argomento si trova a fare i conti con la dicotomia fra giustizia e vendetta, fra uso della Ragione e istintiva irrazionalità.

Il saggio di Matteo Rubboli tratta tutti questi aspetti con mirabile rigore e altrettanto utile chiarezza espositiva.


Matteo Rubboli,

L'ultima ora. La storia dell'uomo attraverso la pena di morte,

Cairo Editore 

mercoledì 20 marzo 2024

Recensione a Matteo Strukul, "L'oscura morte di Andrea Palladio", Rizzoli Editore

Per sintetizzare il valore dell'ennesima prova maiuscola di romanziere di Matteo Strukul è sufficiente riferire la mia esperienza di lettore de L'oscura morte di Andrea Palladio: ho letto questa novella in un giorno e mezzo.

Non è ripetitivo da parte mia ricorrere alle stesse frasi già adoperate per commentare le precedenti opere di Matteo Strukul: stile lineare e limpido; trama accattivante; rigoroso ricostruzione del clima storico nel quale agirono le persone "romanzate" dall'Autore; continuità del solido impianto narrativo in tutti i suoi romanzi ma ogni volta rinnovata da nuovi elementi.

Già adesso Matteo Strukul rientra nel novero dei più grandi cultori del romanzo storico, non solo in Italia (si pensi ad Alessandro Manzoni) ma anche all'estero (non si può non citare al riguardo Walter Scott e Dumas padre e figlio).

Dopo le eccellenti prove fornite col romanzo su Casanova (il quale ha poi costituito la base per il musical sull'avventuriero veneziano), i due su Canaletto e quello sulla monaca di Monza, ne L'oscura morte di Andrea Palladio Matteo Strukul torna a intingere la sua creativa penna nell'epoca del Rinascimento, con la quale si è già cimentato con la quadrilogia sui Medici, coi due volumi sulle sette dinastie e col romanzo storico su Michelangelo.

In questa sua ultima fatica letteraria vengono narrate le tragiche vicende di Andrea di Pietro della Gondola detto Palladio e dei suoi figli Leonida e Orazio, vittime di invidie, di vendette e della criminale mano assassina dell'Inquisizione, che già nella seconda metà del XVI semina terrore, violenza e morte nei Paesi rimasti sotto l'obbedienza cattolica dopo lo scisma avviato da Lutero.

La trama è avvincente, piena di suspense e arricchita da un'efficace descrizione della psicologia dei vari personaggi e da illuminanti spunti storici e artistici.

Il finale, poi, è a dir poco insolito per un thriller.

Non posso non concludere queste brevi note col commento con cui sono solito raccomandare i libri che mi sono piaciuti: L'oscura morte di Andrea Palladio è un libro da non perdere, un romanzo storico che non può mancare nella biblioteca di chi ama la Cultura.


Matteo Strukul,

L'oscura morte di Andrea Palladio,

Rizzoli Editore


giovedì 8 giugno 2023

Recensione a Giuseppe Ricuperati, "Minima Muralia. Per una storia di me stesso non solo come storico", Biblion Edizioni

Confesso di avere usato a sproposito il sostantivo "recensione" nel titolo di questo mio scritto: le recensioni vere a un libro, soprattutto a un saggio, sono tutt'altra cosa e richiedono un lavoro preparatorio molto accurato, ben diverso dalle sia pur riflessive impressioni che mi accingo a mettere per iscritto dopo la lettura del volume di Giuseppe Ricuperati, Minima Muralia. Per una storia di me stesso non solo come storico, pubblicato da Biblion Edizioni.

È sempre con entusiasmo che leggo i libri del prof. Ricuperati, che è stato mio Maestro all'Università (e non smetterò mai di indicare lui e altri studiosi che ho avuto la fortuna di conoscere come Maestro, usando la "m" maiuscola). Un entusiasmo che nasce dalla stima e dall'affetto discente e che, naturalmente, è ben diverso dal frivolo ed esagerato entusiasmo di un tifoso di calcio che esulta per un gol della sua squadra e da quello che può condurre al fanatismo, come accade a chi vive una fede, religiosa o politica che sia, in modo talmente totalizzante da smarrire il senso critico e il rispetto delle idee altrui. La lettura dei libri del prof. Ricuperati mi induce invece un entusiasmo intellettuale, che mi dà sì gioia ma anche spunti di riflessione e desiderio di approfondire ancora di più la mia conoscenza, non solo della disciplina di Clio.

A ciò si aggiunga, con l'inevitabile scorrere del tempo, che sta trascinando anche me negli anni della vecchiaia, lo stimolo al riemergere dei ricordi, soprattutto nel leggere pagine in cui Giuseppe Ricuperati rievoca un ambiente come l'Università di Torino da me frequentato nella mia gioventù.

Proprio in questo risiede la magia (laica, naturalmente) di Minima Muralia: il far rivivere attraverso la narrazione autobiografica luoghi e persone che hanno attraversato la vita dell'Autore, comprese quelle che tanto lustro hanno dato alla Cultura (anche in questo caso uso la lettera maiuscola) non solo italiana ma internazionale.

Sbaglierebbe però chi si avvicinasse alla lettura di questo libro come a un'opera di memorie rivolta al passato. No, il vissuto di Giuseppe Ricuperati viene da lui narrato con uno sguardo rivolto al presente e al futuro, in perfetta e condivisibile coerenza con l'assunto secondo cui lo studio della Storia deve servire a capire il presente e a progettare un futuro migliore.

E ciò sia quando l'Autore dedica pagine affettuose alla sua famiglia, alla moglie Isa, alla figlia Sara e ai giovani nipoti Ernesto ed Aurora, sia quando tratta dello stato attuale e delle prospettive di sviluppo della storiografia.

Sarebbe banalità e di conseguenza mancanza di rispetto da parte mia (cosa tanto più grave in quanto suo ex allievo) elencare i grandissimi contributi che il prof. Ricuperati ha dato allo studio della Storia, a cominciare dall'aver portato la conoscenza dell'esperienza civile e religiosa di Pietro Giannone (tanto per citare il titolo di un suo fondamentale saggio) a livello mondiale, facendo fare ad essa un decisivo salto di qualità, nel senso che dopo i suoi studi sul Giannone quest'ultimo non viene più visto semplicemente come un pur coraggioso esponente del giurisdizionalismo italiano ma come uno dei primi fecondi esponenti dell'Illuminismo radicale europeo. Gli storici di professione e gli eruditi ("i cultori di materia") non hanno certo bisogno di sentirselo ricordare.

Eppure come sono vive e illuminanti per i non addetti ai lavori le pagine che anche in Minima Muralia Ricuperati dedica a Giannone!

Così come istruttive e di grande interesse sono i passi con cui l'Autore affronta il ricordo dei suoi Maestri, colleghi ed allievi, e del contributo che essi hanno dato o stanno dando al progresso dello studio della Storia.

Mi si permetta, per mie ragioni autobiografiche, di citarne due: Walter Maturi, su cui ho scritto la tesi di laurea, e Massimo Firpo, il docente con cui sono entrato in maggiore confidenza e sintonia, naturalmente insieme al prof. Ricuperati.

Un altro aspetto che emerge da questo libro autobiografico del prof. Ricuperati è il suo costante impegno in campo etico-politico, che ne fa a buon diritto un alfiere di quella religione civile che purtroppo ai giorni nostri sembra essere sempre meno praticata.

Il volume è inoltre arricchito da alcune poesie dell'Autore, sia giovanili che recenti. Ma non sono affatto fuori contesto: in un libro permeato dalla sua laicità, la poesia viene considerata da lui come l'unica forma di preghiera per chi non ha una fede religiosa.

Di lettura godibile e scorrevole anche quando tratta di argomenti impegnativi, Minima Muralia è arricchito, direi "vivacizzato", dalla narrazione di molti episodi della sua vita privata da cui emerge la grande umanità dell'Autore. E io posso ben testimoniarlo, visto che ho avuto la fortuna di frequentarlo con la dovuta assiduità nei due anni in cui ho preparato la mia tesi di laurea.

Concludo con una considerazione.

Ad onta della moda qualunquista di definire "professoroni" gli intellettuali e i docenti universitari, spacciando di essi una falsa immagine di persone piene di sé e con alti redditi, la realtà dello studioso di professione che emerge dalle pagine di Giuseppe Ricuperati è ben diversa: per farsi strada nel mondo accademico e in generale in quella che, illuministicamente parlando, possiamo definire la Repubblica delle Lettere, bisogna fare una dura gavetta, con borse di studio e compensi vari di entità decisamente modesta. E anche quando uno studioso è affermato non è che diventa ricco con le sue ricerche e men che mai con i diritti d'autore, vista la ben poca disponibilità delle case editrici a riconoscere remunerazioni adeguate al valore delle opere che pubblicano.

Dovrebbero rifletterci bene quelle persone che, per ignoranza o per invidia, danno con malcelato disprezzo del "professorone" a chi dalla sua attività di studioso ricava spesso soltanto il pur grandissimo premio di far progredire la disciplina che studia con disinteressata passione.


venerdì 31 marzo 2023

Recensione a Matteo Strukul, "Il cimitero di Venezia", Newton Compton Editori

Con grande onestà intellettuale, nella "Nota dell'autore" de Il cimitero di Venezia, Matteo Strukul scrive che questa sua opera non è un romanzo storico ma un thriller storico-avventuroso.

Secondo me, comunque, il vero respiro della Storia viene ugualmente percepito attraverso l'accurata descrizione della Venezia di quel periodo, il XVIII secolo. Non si può pretendere che un romanzo abbia lo stesso rigore di un saggio storiografico ma, quando basa la sua ambientazione sulla lettura di saggi sull'argomento trattato compiuta dal suo autore, rende un grande servizio alla conoscenza della Storia in chi lo legge. E questo è certamente il caso de Il cimitero di Venezia.

Quanto all'aspetto narrativo, in questo romanzo Matteo Strukul si conferma all'altezza della fama di grande scrittore che ha meritatamente conquistato presso critica e pubblico coi suoi precedenti libri, in primis con la tetralogia sui Medici.

Trama appassionante e, come dire?, in crescendo verso i capitoli finali.

Personaggi ben costruiti e altrettanto efficacemente disegnati dal punto di vista psicologico.

Eccellente trovata, sulla scia di altri scrittori che avevano eletto a protagonisti i personaggi di Aristotele e Dante, quella di far condurre le indagini su torbidi delitti a un celebre detective "dilettante" come il pittore Canaletto.

Queste e tante altre caratteristiche fanno de Il cimitero di Venezia, un grande romanzo.

A proposito, l'ultimo capitolo di questo libro ci lascia intuire che presto leggeremo di una nuova avvincente indagine di Canaletto.

Grazie alla creativa penna di Matteo Strukul, naturalmente.


Matteo Strukul,

Il cimitero di Venezia,

Newton Compton Editori.