Ecco, quando ho saputo che Francesco Guccini aveva raggiunto il Cielo dei Poeti (dove Borges e il Persiano non gli hanno di sicuro fatto avere un posto da genio minore), ho reagito con la stessa forza del mio padrino: tanta gratitudine e poche lacrime per il Maestrone. Sono addolorato per la persona, per quello che può aver sofferto e per i suoi cari ma tutto quello che ci ha dato rimarrà in noi e per noi. E darà frutti anche in futuro, con le prossime generazioni.
Questo per me è il tempo di ricordarlo col sorriso; forse per lui piangerò domani. È una questione di radici, di DNA montanaro.
E poi, da anni io materialmente scrivo su di lui. Ritorno a uno dei periodi strazianti della mia vita. Poche settimane di morire, mio padre soffriva talmente tanto che urlava in continuazione. Mai e poi mai avrei immaginato che sarei dovuto andare a chiudermi per un po’ in camera mia perché sentirlo soffrire così mi era diventato insopportabile. Una volta, per la disperazione diedi un pugno alla tastiera del pc e ne ruppi gli appoggi anteriori. Per poterla continuare ad usare con la dovuta inclinazione per le mani, ci misi sotto un libro. Naturalmente ne scelsi uno di Guccini, una raccolta dei testi delle sue canzoni. Da allora la prima di copertina si è quasi completamente sbiadita ma il contenuto è e rimarrà intatto.
