sabato 25 luglio 2020

Recensione a James Martin, "Anche Dio Ride", San Paolo Edizioni

      Un giorno Don Pino (Don Ermanno Giuseppe Travella), mio insegnante di Religione in Terza Media, entrò in classe, tirò fuori dalla borsa un libro e ci disse: “Questo è un libro pubblicato da una casa editrice cattolica e raccoglie un po’di barzellette aventi per oggetto i preti, le suore e la Chiesa [cattolica]”.

      Dopo di che, lo aprì e, man mano che lo sfogliava, ce ne leggeva qualcuna. Ridemmo per tutta l’ora di lezione.

      Ma non si creda che per lui insegnare fosse una burla: trattava spesso temi seri, drammatici, difficili, in sostanza si occupava anche di “argomenti ostici” (come li avrebbe tanti anni dopo definiti il mio amico Don Matteo Sorasio). Fra parentesi, in tutto il mio cursus studiorum, Don Pino è stato l’unico docente che ci faceva fare i compiti in classe di Religione.

 

      L’ora di Religione passata ad ascoltare le barzellette raccontateci da Don Pino si è idealmente saldata in me, 46 anni dopo, quando, nelle scorse settimane, ho letto il libro Anche Dio ride di Padre James Martin, SI, pubblicato da San Paolo Edizioni.

      Il filo conduttore fra queste mie due esperienze è rappresentato dal  vivere la vita terrena come gioia e felicità, come un “anticipo di Paradiso” (parole di Padre Martin), e non, nel senso deteriore dell’espressione, come una valle di lacrime, come un percorso di sole sofferenze (che pure ognuno di noi inevitabilmente patisce) e men che mai come un sentiero dove il diavolo è continuamente in agguato.

      Come mi disse Don Matteo Sorasio a proposito di certi sacerdoti invasati, “non si può vivere vedendo il diavolo sempre e dappertutto”.

      E proprio Padre Martin osserva che “la risata è l’arma più temuta dal diavolo”. Ridendo lo si disarma, perché non fa più paura e quindi non condiziona più l’esercizio di quel libero arbitrio che è uno dei più preziosi doni di Dio.

 

      Interessante e meritevole di riflessione è la constatazione che l’Autore fa del fatto che molti santi erano anche spiritosi nella loro vita quotidiana. Mi viene in mente al riguardo la battuta che Dario Fo fece davanti a centinaia di frati francescani quando andò a rappresentare ad Assisi il suo Francesco, Giullare di Dio: “San Francesco era spiritoso, ed era anche spirituale”. Al che, i frati proruppero in un boato di risate.

      Non solo santi “comuni”. James Martin ci fa sapere che ad avere uno spiccato senso dell’umorismo erano anche celebri mistici, come Sant’Ignazio di Loyola e Santa Teresa d’Avila. Contrariamente all’immagine tradizionale che si ha di essi come di persone compunte, ieratiche, seriose, che non sorridono e non ridono mai.

 

      Il libro di Padre Martin può essere letto in tre modi:

-        per il piacere di leggere storielle e barzellette sulla religione;

-        per l’approfondimento teologico della gioia e del riso;

-        per la comprensione di episodi “seri” delle Scritture.

      Spulciare il volume solo per divertirsi un po’ con le barzellette e gli aneddoti divertenti che l’Autore riporta (fra l’altro citando spesso frasi di Papa Giovanni XXIII), è una scelta legittima ma che priva comunque il lettore di tutta la profondità dell’analisi svolta da James Martin su questo argomento.

      Anche Dio ride costituisce infatti una puntigliosa ricostruzione storica e teologica del ruolo che la gioia, la felicità, l’umorismo e il riso hanno e devono avere nella vita dei credenti.

      Colpisce l’ampiezza e la varietà delle fonti e degli autori che cita, compresi molti non cattolici: protestanti, israeliti, musulmani. Segno questo, che l’ironia e l’umorismo, dono di Dio (che è lo stesso per tutti i credenti) devono o dovrebbero pervadere tutte le religioni.

      James Martin si sofferma su due punti essenziali: sia l’Antico che il Nuovo Testamento sono pieni di episodi divertenti; Gesù raccontava spesso storie che inducevano al riso.

      Perché, allora, ancora oggi nelle Scritture i fedeli guardano soprattutto alla Passione, sulla quale naturalmente non c’è niente da ridere?

      Perché il senso dell’umorismo all’epoca della Bibbia era diverso da quello di oggi e, soprattutto, perché per diffondersi il Cristianesimo ha avuto bisogno dell’incontro e del “matrimonio” con la cultura ellenistica, nella quale c’è ben poco spazio per l’umorismo. E così, fin dalla stesura dei Vangeli, non si è visto i vari spunti divertenti di cui è disseminato l’Antico Testamento e gli autori dei Vangeli non hanno incluso nei loro testi gran parte degli episodi della vita di Gesù in cui il Nazareno rideva e scherzava.

      Quanto alla comprensione degli episodi “seri” dei Vangeli, devo ammettere che solo leggendo il libro di Padre Martin ho appreso il vero significato della Visitazione.

 

      Concludo con un’osservazione che non vuole essere politica ma morale e cristiana. Padre Martin in Anche Dio ride associa spesso Dio al concetto di accoglienza.

      Ciò dovrebbe far aprire gli occhi a tutti coloro che invece, al giorno d’oggi, basano sul rifiuto dell’accoglienza del debole e del diverso la propria ragione di esistere, se non addirittura il loro modo per acquisire consensi. Il rifiuto dell’accoglienza è il contrario del modo cristiano di pensare e di agire.


      Anche Dio ride è un libro che mi ha dato molto e, soprattutto, mi ha confermato che si può essere credenti e contemporaneamente ridere su quelle che fra’ Paolo Sarpi definiva “le cose della religione”.


sabato 29 giugno 2019

Umanità, dove sei?


T'ho trovata negli occhi di mille migranti,
che la vita rischiavan ma a sperare continuavano.
Umanità, dove sei? Ora ti vedo sparita
in chi la giusta accoglienza a lor negherà.

Si portavano dietro i sogni più belli,
s'assiepavano stanchi su vecchi barconi,
speravano ancora di esser accolti
ma poi si trovaron di colpo respinti.

Umanità, dove sei ora che sembri smarrita
in tanti egoismi ed in crudeltà?
Io vorrei veder tornarti in questo mondo che
sempre più vuol calpestare chi forza più non ha.

E chissà se un giorno
qui tu ritornerai?

Chiudere porti e frontiere a chi ha bisogno,
essere sordi ai pianti dei tanti che implorano.
Umanità, dove sei? Dimmi dove sei fuggita,
negando aiuto e solidarietà.

Sono esseri umani che scappan da fame,
da torture subite nei loro Paesi.
Bisogna aiutarli, accoglierli bene,
per fare con loro un mondo migliore.

Umanità, dove sei? Tu stai negando te stessa,
preda d'egoismo e di malvagità.
Tu dovresti riapparire in questo mare in cui
lascian sempre più annegare persone come noi.

E chissà se un giorno
qui tu ritornerai?

Umanità, dove sei?
Umanità, dove sei?
Umanità, dove sei?
Umanità, dove sei?

A Carola Rackete, capitana coraggiosa, capitana controcorrente.

Versi adagiati sulla musica della canzone "Là dove stanno gli dèi" dei Nomadi.


martedì 19 marzo 2019

Ode in memoria di Lorenzo Orsetti


Giace il suo corpo,
non è quello d'un vinto
ma d'un vincitore:
chiunque muoia
con la parola "libertà"
sulle labbra
giammai è sconfitto.

Giace il suo corpo,
sopra un suolo straniero
per il cui popolo oppresso
si è immolato:
col suo sacrificio
non ha chiuso porti
ma ha costruito
ponti di libertà.

Giace il suo corpo,
spenta è la sua vita
ma ad arder continua
nei nostri cuori
l'eterna fiamma
della generosità
e della libertà,
che l'ha portato
a donare se stesso
al popolo oppresso
che d'ora in poi
fra i suoi eroi
lo annovererà.

Giace il suo corpo
su un suolo straniero
che sarà fecondato
dal sangue da lui versato,
su zolle di giustizia assetate
da cui il suo nobile esempio
sbocciare e crescer farà
piante di riscatto e di dignità.

giovedì 27 dicembre 2018

Che le lacrime scendano

"La tua sposa come vite feconda
nell'intimità della tua casa;
i tuoi figli come virgulti d'ulivo
intorno alla tua mensa"
(Salmo 128 [3]).

Che le lacrime scendano
nel silenzio di chi
ha la forza della fede
e cadano sul soffice strato
di terra resa feconda
dalla vita di chi
al Cielo ora è salito.

Che le lacrime scendano
invisibili al mondo
dagli occhi dell'amore
e del ricordo,
non disperdendosi
in vuote e vane parole
ma cadendo dolcissime
al ritmo dell'affetto
scandito dal cuore.

Che le lacrime scendano
e si fondano con le gocce
di rugiada della notte
per poi brillare di giorno
della luce del sole,
della luce di Dio,
dei raggi del sorriso di chi
ha già fatto il suo ingresso
nella Casa del Padre.

Che le lacrime scendano
non come prodotto
di distruttivo dolore
ma come ringraziamento
rivolto a chi per ora
più non è coi suoi cari,
che di certo riabbraccerà
alla fine dei tempi.

Che le lacrime scendano
non in un incolmabile vuoto
ma in una serra dove
i virgulti continueranno a crescere,
i rami continueranno a metter fiori,
la sua sposa continuerà ad essere
madre e nonna per tutti.

Che le lacrime scendano
e perdano a poco a poco
il salato che ora fa bruciare
le ferite del distacco
per diventare col tempo
favo di dolcezza
stillante il miele
dell'immutabile ricordo
e dell'esempio sempre presente
a chi gli è stato caro.

Alla luminosa memoria di Contardo Riccadonna e alla sua Amatissima Famiglia.

martedì 25 settembre 2018

Ode alla Franto's


Son venuti da lontano
a portar sincero aiuto,
dal Paese peruviano,
e con loro è venuto

senso di umanità,
che diventa gran sostegno
a chi è in difficoltà
e di problemi tanti è pregno.

Con costanza e serietà,
seguon come condizione
di professionalità
la costante formazione

per potere garantire
una vera assistenza,
ch'essi sanno ben unire
all'umana esigenza

di trattare con dolcezza
chi d'aiuto ha bisogno;
con essi la gentilezza
è reale e non un sogno.

Oggi che 'l sostegno vero
per chi è solo e sta male
spesso vien dallo straniero
e non dal volgo nazionale,

per disabili ed anziani
sono angeli terreni,
son di posti assai lontani
e d'amore non alieni.

Grande è la lor bontà,
acuto il loro ingegno,
essi danno dignità
con il lor costante impegno

alla vita di persone
bisognose d'ogni cura:
essi, anime assai buone,
recan loro ogni premura

e di certo donan loro
con sereno e dolce viso
ogni giorno il tesoro
di un caldo e bel sorriso.

Al mio "hermanito" Luis Alfredo Rodriguez Carbonell e a tutti gli altri membri della Franto's, associazione onlus di badanti.

domenica 8 luglio 2018

Mi ricordo. Versi adagiati sulla musica della canzone "L'ultima volta" di Francesco Guccini


Mi ricordo quell'ultima volta
che ti diedi il serale saluto:
respirasti un poco più forte,
rimanesti però sempre muto;
la morte ti bussava alle porte,
il mattino seguente ti prese;
quella sera ancora speravo
che reggesser le tue difese,
ch'eran forti in te da bambino.
Eri nato tu sull'Appennino.

Mi ricordo bene quella volta,
quando andammo nella nuova scuola,
non ai bimbi ma ai lor genitori
venne offerta una bignola:
fosti l'unico fra i padri a pensare
a quegli occhi da bimbo sgranati,
tu la desti a me da mangiare:
dono fra i tanti mai dimenticati
che conservo intatto nel cuore,
prova certa di paterno amore.

Mi ricordo bene quella volta
che tornai verso l'una a casa
dopo il tema, prima prova scritta:
aspettavi d'andare al lavoro,
mi vedesti e attraversasti la strada
per domandarmi com'era andata;
al mio: "Bene", tu mi sorridesti
e poi: "Grazie", a me tu dicesti.
Mi commossi e ancora lo faccio:
mai avesti un cuore di ghiaccio.

Mi ricordo bene quella volta,
con la mamma già molto malata,
passavate insieme le sere
a guardare la televisione,
vi stavate tenendo per mano;
mai la lasciasti sola in quegli anni,
come letto usando il divano,
che alla tua schiena causò gravi danni,
per rimanerle tu sempre accanto
e mai cedendo a scoppiare in pianto.

Mi ricordo quell'ultima volta
che ti vidi nel letto ancor vivo:
"Buona notte", ti dissi ignaro
che il Distacco incombeva furtivo.
La mattina seguente lasciasti
questa Terra al Cielo salendo.
Tante cose a noi tutti donasti:
nel cuore le tengo, spesso piangendo.
Eri buono e forte fin da bambino.
Eri nato tu sull'Appennino.

Alla memoria di mio padre.


venerdì 22 giugno 2018

Una corona di spine


Una corona di spine
Gli misero sul capo
per dileggiarLo
senza sapere che essa
fece ancor più risaltare
la Sua vera regalità,
quella celeste dell'amore
e non quella oscura
del potere terreno.

Una corona di spine
Gli posero sul capo
per aggiungere sofferenza
alla già Sua dolorosissima
agonia,
facendo spillare
dalla Sua santa fronte
le gocce del Suo sangue,
con cui firmava
la Nuova Alleanza.

Ma sopra le spine
di quella Sua corona
germogliarono
e poi sbocciarono
le rose
della nostra salvezza.