martedì 17 maggio 2016

Una presentazione con sorpresa

Chi mi conosce sa che sono solito fare quelle che, volgarmente parlando, si chiamano figure di merda.
Era da un po' di tempo che non ne facevo più. al punto che cominciavo a nutrire qualche dubbio sul mio equilibrio psicologico, visto che, quando sono sereno e tranquillo, di solito non faccio figuracce. Contrariamente a quanto teorizzava il buon vecchio Sigismund Schlomo Freud (e si capisce benissimo che uno che si chiama Sigismund Schlomo di nome, crescendo, non può non sviluppare dei complessi e, se poi diventa psichiatra, non può non spacciare i suoi complessi per scienza ovvero per psicanalisi), il quale sosteneva che i motti di spirito sono un mezzo che abbiamo per liberarci dai nostri ingorghi psichici, per me è vero il contrario: dico, anzi, per lo più scrivo motti di spirito e, per analogia, faccio delle figure di merda quando sto bene psicologicamente.
Dunque, procediamo con ordine.
Prima figura di merda. Suggerisco, amichevolmente e costruttivamente, all'amico Alberto Riccadonna, fratello di grandissimo amico e direttore di Torino Storia, di inserire nell'ultima pagina della rivista le anticipazioni sugli articoli del numero successivo. .Col tatto e l'educazione che contraddistingue tutta la famiglia Riccadonna (a cominciare da papà Contardo, il quale ha il più bel nome del mondo), Alberto mi fa notare che le anticipazioni vengono già messe su Torino Storia.
Seconda figura di merda. A proposito di una signora che abbiamo appena conosciuto, la mia amica Laura mi dice: "Si vede che non è giovane". E io, sovrappensiero, commento: "E' vero. Ha più o meno la tua età".
Terza figura di merda, rimediata ieri, 16 maggio 2016. Il mio editore ma quel che più conta amico Paolo Stefano Riccadonna ha da qualche settimana programmato la presentazione del mio libro Il calvario di Pina. Avendomi parlato di iniziative nei giorni del Salone Internazionale del Libro di Torino, per giorni mi ero mentalmente preparato a una nuova capatina in mezzo a quell'immenso oceano di volumi esposti.
Mentre siamo già avviati in automobile, a un certo punto vedo che Paolo si sta immettendo in corso Re Umberto anziché in corso Lepanto. Allora gli dico: "Guarda che non è questa la strada per andare al Salone del Libro".
Mi guarda con lo sguardo un po' stravolto ma, a differenza del passante incontrato da Lucio Dalla in una sua nota canzone il cui titolo è bene non citare per una questione di stile, non mi dice: "Sono di Berlino", ma: "Guarda che non stiamo andando al Salone del Libro".
"Come?", - domando io.
"No, la presentazione fa parte delle attività di Salone Off, che si svolgono negli stessi giorni del Salone del Libro ma non al Salone del Libro".
Sicuramente, alcune settimane prima, me l'aveva detto in modo chiaro ma io, come si dice in Piemonte, dovevo aver capito cioca per broca.
Come dice Marco Tognazzi nel film I laureati: "Ricca figura di merda che anche oggi ho fatto".
Anche se, a onor del vero, io mi sono limitato a non capire dove fosse la presentazione del mio libro e non ho offerto, in cambio di un 18 all'esame, un gingillino a Rossella, la signora di Paolo.

Chiarito l'equivoco, Paolo mi spiega che la presentazione avrà luogo alla Bottega Fotografica di Marco Demaria e Raffaella Villa, in via del Carmine 8.
La raggiungiamo. Oltre a Marco e a Raffaella, non c'è nessuno. Nonostante qualche amica aveva assicurato la sua presenza (vero, Viviana?) e qualche altra era stata rassicurata da Paolo che l'evento era gratuito e non si pagava alcun biglietto (vero, Chiara?).
Dopo un po', mentre stavo già pregustando la possibilità di dar sfogo alla mia autoironia in un post dove avrei esultato per il numero di partecipanti uguale a zero ("Un successone! Un record imbattibile! Un fenomeno!", - mi ero già immaginato di scrivere), arriva una signora e la presentazione ha inizio.
Presenti cinque: io, il mio editore Paolo, la signora e i due organizzatori, Marco e Raffaella.
La presentazione, almeno spero, è andata bene: questa volta me la sono cavata in modo più spigliato rispetto all'anno scorso, quando alla prima presentazione de Il calvario di Pina (quella volta veramente tenutasi al Salone del Libro, nello stand dell'Associazione dell'Ospedale a Casa) avevo faticato non poco a spiaccicare le prime parole (era la prima volta che parlavo in pubblico) e per fortuna che Paolo mi era stato di provvidenziale aiuto parlando lui; l'alternarsi delle osservazioni fra me e Paolo è stato armonioso; l'uditorio (la signora e i due organizzatori) è sembrato attento o almeno nessuno dei tre si è addormentato.
Sono rimasto contento: il libro, per chi non lo sapesse, non ha fini di lucro, non è in vendita e le copie stampate vengono regalate. Quindi, senza alcuna mira commerciale, che a una presentazione venga una persona o centomila non fa alcuna differenza. L'importante è la qualità e ieri sera la qualità c'era.
Un sincero grazie, anzi, come direbbe Paolo, un sincero: "Ma grazie! Grazie infinite!", allo stesso Paolo Riccadonna, a Marco Demaria, a Raffaella Villa e anche alla signora che mi ha onorato con la sua presenza.
La quale, al termine della presentazione, ci ha detto di chiamarsi Di Maggio. D'altronde, calendario alla mano, siamo proprio di maggio.

martedì 10 maggio 2016

I PROMESSI SPOSI romanzo della sfiga?

      Umberto Eco sosteneva in Opera aperta che uno scritto potesse essere interpretato liberamente e in tutti i modi possibili dai lettori, tesi questa parzialmente rettificata nel suo successivo saggio I limiti dell'interpretazione.
      Diciamo che un'eccessiva libertà di interpretazione se la presero i critici letterari marxisti, quando videro nella folla e nelle traversie di Renzo e Lucia i simboli del proletariato oppresso. Niente di più infondato: Renzo e Lucia appartenevano a quella classe di contadini-operai piccoli proprietari terrieri che nei secoli successivi non sarebbe di sicuro stata su posizioni rivoluzionarie, mentre la folla, soprattutto quella della rivolta del pane a Milano, non aveva nulla di quella coscienza di classe acquisita che secondo i canoni marxisti caratterizza il proletariato. Anzi, in parecchi passi il Manzoni, pur stando dalla parte dei poveri, denuncia lucidamente la strumentalizzazione della rabbia popolare e il rischio che la gente cada in quelle che oggi chiamiamo derive populiste.
       Fermo restando, dunque, che I promessi sposi sono e rimangono un romanzo della fede e che ha come protagonista principale la Divina Provvidenza, proviamo, a puro gioco letterario, a vederlo anche come romanzo in cui la sfiga si accanisce contro alcuni protagonisti.
      Prendiamo il povero don Rodrigo. Organizza il rapimento di Lucia, manda in paese i suoi bravi guidati dal Griso e che succede? Che Lucia, Renzo e Agnese se ne vanno da don Abbondio per cercare di fregarlo col matrimonio a sorpresa e così il Griso e compagni si recano alla casa di Agnese per rapire Lucia e non trovano quella che Manzoni chiama "la povera giovane".
      E Renzo? Va a Milano il giorno della rivolta del pane, dà una mano a Ferrer a difendere l'ordine costituito contro i facinorosi, poi fa un discorso sconclusionato che lo fa passare per un facinoroso e sfugge per un pelo all'arresto con l'accusa di essere uno dei capi della rivolta.
      Quando poi tornerà a Milano, con l'epidemia di peste in corso, verrà scambiato per un untore e rischierà il linciaggio da parte della folla.
      Va cioè due volte a Milano e in entrambe le occasioni rischia grosso. Probabilmente non si recherà più a Milano.
      Il rapimento di Lucia, quello che riesce ad opera dell'Innominato, è addirittura caratterizzato da una triplice sfiga, attinente alla conversione di quest'ultimo:
            a) sfiga di don Rodrigo e pure beffarda: Lucia è finalmente stata rapita ma l'Innominato si ravvede e, nisba, la ragassuola gli sfugge anche stavolta, perché viene subito liberata;
            b) sfiga di Renzo: Lucia viene liberata dall'Innominato e sembrerebbe tutto a posto ma la ragassuola nella notte ha fatto voto di castità e non potrà più sposare Renzo; per fortuna, fra' Cristoforo con la sua profonda cultura teologica riuscirà a convincerla che quel voto non ha valore (infatti, non ha raggiunto il quorum per rendere valida l'abrogazione della promessa di matrimonio);
            c) sfiga di Lucia: fa voto di castità e il giorno dopo l'Innominato si converte (non poteva, quest'ultimo, convertirsi la sera, quando la vide, anziché il giorno dopo, quando si recò dal cardinal Federigo?).
      Romanzo della sfiga, dunque, I promessi sposi? Non esageriamo: sono e rimangono il romanzo della fede e della Divina Provvidenza. Anche perché, come ci insegna l'Eco più maturo, la libertà dell'interpretazione ha pur sempre i suoi limiti.

martedì 3 maggio 2016

Le gaffe che ricordo del vecchio Mike

Mike Bongiorno si era fatto una formidabile fama di gaffeur. Dalla: "Ahi, ahi, ahi, signora Longari! Lei mi va a cadere proprio sull'uccello" (ma non andò mai in onda: o non disse questa cosa o venne tagliata). Alla: "Adesso arriva Romina Power che ce la fa vedere".
Ogni tanto le gaffe di Mike vengono riproposte in tv. E continuano a suscitare l'interrogativo se fossero spontanee o preparate a tavolino. Dubbio a cui il buon senso non può che dare una risposta: alcune erano spontanee ed altre preparate a tavolino.
Voglio ricordare in questa sede quelle che, perdonatemi il gioco di parole, mi ricordo di aver sentito nella loro prima uscita, non replicate cioè da programmi televisivi imperniati su gaffe e papere.

Rischiatutto. Nelle cabine faceva caldo. Durante una puntata, una concorrente si tolse la giacca del tailleur, rimanendo in camicetta. Mike Bongiorno le disse: "Mi raccomando, signorina, non si tolga altro".
Gian Paolo Lusetti fu campione di alcune puntate e portava come materia la Storia dell'Arte. A un raddoppio le domande vertevano su alcune pale d'altare e Mike gli chiese: "Mi dica il nome di queste tre palle".
Nello studio scoppiò una risata generale, se ben ricordo rideva anche Lusetti, e Mike dovette invitare il pubblico a non ridere, perché rischiava di distrarre il concorrente.
Quella sera ero andato a vedere il Rischiatutto dai nostri vicini di casa, i signori Buzzetti, e il signor Costantino, mettendosi a ridere, disse: "Domani i giornali intitoleranno l'articolo su questa puntata LE PALLE DI MIKE BONGIORNO".

Scommettiamo?, erede del celebre Rischiatutto. Durante la pausa fra una parte e l'altra del telequiz, Mike era solito intervistare qualcuno del pubblico, per dargli o darle l'occasione di una piccola ribalta televisiva.
Quella volta toccò a una giovane coppia di sposi che erano emigrati in Australia e che Mike aveva colà conosciuto durante una sua tournée, invitandoli a venire ad assistere a una puntata di Scommettiamo?
Erano però passati un po' di mesi e nel frattempo la sposina era rimasta incinta.
Quando Mike si accorse che la signora era in dolce ed evidente attesa, si rivolse al marito e gli disse: "Ahi, ahi, ahi! Cattivello, cattivello, cos'ha combinato?".
In un'altra puntata si presentò un concorrente di cognome Gnudi. Dopo averlo presentato, Mike disse: "Allora facciamo come Pirandello: vestiamo gli Gnudi".
Ma questa, più che una gaffe, fu una battuta, che oltretutto dimostrava che Mike era molto meno ignorante di quello che voleva far credere.

Telemike. Uno dei giudici del quiz non fu pronto nel portare le palline per sorteggiare il concorrente a cui fare la prima domanda e Mike gli disse: "Per punizione, alla fine della puntata ti schiacceremo le palline.
Per quel telequiz, quando un concorrente sbagliava a rispondere alla domanda del raddoppio, sul display posto sulla parte anteriore della cabina comparivano tre zeri ("000") per indicare che non aveva vinto niente. La cifra era grosso modo all'altezza della zona inguinale dei concorrenti seduti. Al termine di una puntata, riepilogando quanto avevano vinto i concorrenti, Mike si avvicinò alla cabina di un signore e, constatato che non aveva vinto niente, disse: "Meno male che sono comparsi tre zeri, perché se erano due potevano anche sembrare qualcos'altro".

martedì 26 aprile 2016

Recensione a Massimo Centini, "Bordelli torinesi", Ed. Il Punto - Piemonte in Bancarella

Le bancarelle dei libri a volte offrono l'occasione per fare degli acquisti interessanti e, di conseguenza, delle letture interessanti.
La Storia non è solo evenemenziale, cioè fatta di eventi importanti, ma anche di usi e costumi, abitudini, individuali e sociali, che spesso affondano le loro radici nell'alba dei tempi.
Senza cadere nelle esagerazioni di certa storiografia, che tende a minimizzare gli eventi per privilegiare la Storia "dal basso", informarsi anche degli aspetti che di solito non finiscono sui manuali e non danno vita a saggi rappresenta un utile ampliamento delle conoscenze sul passato.

Il libro Bordelli torinesi, scritto da Massimo Centini per i tipi de Il Punto - Piemonte in Bancarella, rientra in questo genere di letture complementari ai saggi storiografici propriamente detti.
L'Autore ci dà uno spaccato di quello che era la prostituzione a Torino fino al 1958, anno in cui venne varata ed entrò in vigore la ben nota Legge Merlin, che dispose la chiusura delle case di tolleranza.
Partendo da ciò che è stato il "mestiere più antico del mondo" nel corso dei secoli nella civiltà occidentale, per giungere a delineare un quadro delle case d'appuntamento operanti a Torino, soprattutto di quelle attive nei secoli XIX e XX, Centini affronta l'argomento dai suoi vari punti di vista (storico, morale, sanitario, sociologico, antropologico) con uno stile fluente, accattivante, non privo di ironia, senza mai cadere nella pruriginosità e men che mai nella morbosità.
Lo stesso apparato iconografico, comprendente molte foto di prostitute dell'epoca, è scelto con molta cura e raffinatezza, senza mai scivolare nella pornografia.
S'aggiunga a tutto ciò la scelta dei caratteri di stampa, nitidi e di dimensioni sufficienti dal rendere agevole la lettura anche per chi ha problemi di vista.
L'opera risulta quindi costruita bene e perfettamente confacente agli scopi per cui è stata scritta.

Unici nei sono il non venire specificate a volte le fonti da cui si attingono le informazioni (passi per gli "informatori", coloro di cui l'Autore ha raccolto a voce le testimonianze, ma è quanto meno discutibile che egli, pur correttamente, citi una voce di Wikipedia e avverta il lettore che quella voce non contiene la fonte di ciò che riporta) e una certa mancanza di precisione nel citare dati storici.
E' sbagliato che Centini, per periodi antecedenti il 1816, parli di regno delle Due Sicilie, mentre, prima di quell'anno, quel regno non era ancora stato istituito (lo fu dal Congresso di Vienna) e il sovrano Borbone che regnava su Sicilia e Mezzogiorno d'Italia era titolare di due corone, quella di re di Sicilia e di re di Napoli.
Così come è errato iniziare una frase con: "Vittorio Amedeo II, nel 1776, ...". Sarà anche un refuso ma nel 1776 quel re sabaudo era morto da decenni.
Ed è ugualmente sbagliato indicare Carla Voltolina, co-curatrice di un libro di Lina Merlin edito negli anni '50 del XX secolo, come "la futura moglie di Sandro Pertini": all'epoca i due erano già sposati.

Detto questo, però, il volume Bordelli torinesi è di interessante e godibilissima lettura, pur con qualche limite quanto a precisione storiografica.

martedì 12 aprile 2016

Rutti

La bellezza della multiculturalità è che una cosa, un'abitudine, uno modo di comportarsi vengono giudicati diversamente a seconda del posto dove uno si trova.
Nei Paesi anglosassoni, ad esempio, ruttare in pubblico è cosa ben vista, anzi, ben sentita, perché è sintomo di buona digestione e quindi di buona salute. Quando poi il rutto (aerofagia, per i medici) viene sparato in un ristorante, il padrone e lo chef del locale sono molto contenti, perché significa che il cliente e lo stomaco del cliente hanno gradito il pasto servito.
In Italia, invece, quando uno rutta in pubblico o provoca ilarità oppure si becca un eloquente: "Brutto porco!".

La mia prima esperienza "sociale" del ruttare avvenne in Terza Media Inferiore. Durante quell'anno scolastico si era diffusa, penso non solo nella nostra scuola, la pratica goliardica di ruttare in classe, preferibilmente in assenza dei professori perché, all'epoca, certe manifestazioni di zuzzurellonismo venivano punite con severità e, in presenza di una nota sul diario o sul registro, i genitori rifilavano sberle ai figli colpevoli di tali mancanze e non andavano di certo a protestare coi docenti, come purtroppo avviene ai giorni nostri.
Io non presi mai parte a simile pratica goliardica ma alcuni miei compagni di classe erano diventati talmente bravi da ruttare con la stessa potenza acustica di un frequentatore dell'Oktoberfest senza nemmeno tracannare una goccia d'acqua.

Passò un po' di tempo e ci si accorse che le bevande gasate, in primis la Coca Cola, erano eccellenti coadiuvanti ruttici.

Proprio alla Coca Cola ricorse Giampiero, un mio ex compagno di classe alle Medie Inferiori, in una fresca estate del 1978. Insieme ad altri amici eravamo andati a un concerto di musica provenzale che ebbe luogo all'aperto al Parco Rignon. Nell'intervallo, volendo fare una guasconata, Giampiero andò al chiosco delle bibite e acquistò una lattina di Coca Cola, tornò a sedersi accanto a noi, si scolò la lattina e, brooooook!, cacciò fuori un rutto galattico. Poi, un po' provocatoriamente, ci chiese: "E' venuto bene?". Dalla fila di sedie davanti a noi una ragazza si voltò e gli disse: "No".
Fra parentesi, quell'intervallo di concerto non fu scevro da evidente e decisamente volgare profferta erotica. Nella fila di sedie dietro di noi, una ragazza aveva sollevato le gambe, ripiegandole sul piano della sedia e allargandole: detto in parole povere, si era accovacciata sulla sedia mettendo in bella vista le mutande. E stava fissando i maschietti della fila a lei davanti (cioè noi), aspettando che qualcuno incrociasse il suo sguardo. Difficile dire se stesse solo provocando per prenderci in giro oppure se, trivialmente parlando, stesse sul serio cercando pezzoloni. Fatto sta che uno della nostra compagnia, sapendo benissimo che Giampiero era quello fra di noi a cui più ribollivano gli ormoni, gli chiese a bassa voce: "Perché non raccogli la provocazione di quella lì con le gambe aperte?". Giampiero reagì con una risata. Ma, durante la seconda parte del concerto, sia lui che ... lo ammetto ... io qualche sbirciatina ogni tanto ci voltavamo a darla. Tanto più che la tipa non abbandonava quella sua postura statuaria.

Passò circa un anno e dal ruolo di compiaciuto e divertito spettatore volli passare a quello di goliardico ruttatore.
Giugno 1979. Cena della Maturità, pochi giorni prima dell'inizio degli esami, con quasi tutta la classe e alcuni "prof.", in una trattoria di via Santa Giulia.
Contrariamente alle mie abitudini, volli bere del vino e, così, fra un piatto di tortelloni alla salvia e una braciola con patatine fritte o, per meglio dire, fra un boccone e l'altro, ogni tanto mi esibii in rumorose esibizioni di aerofagia, con tanto di espressione di beffarda soddisfazione stampata sul volto dopo ogni "performance". E ad ogni esplosione ruttica la mia vicina di posto, Anna Paola, si voltava e mi diceva con allegro tono goliardico: "Porco!".
Strano: anche in anni successivi, ogni volta che una ragazza mi diede del porco non solo non provai imbarazzo ma gongolai di orgogliosa soddisfazione.

Bevvi Coca Cola all'incirca fino all'età di trent'anni, e pure con abbondanza, nonostante mio cugino Fernando mi avesse messo in guardia dagli effetti poco salutari per lo stomaco. Va be', preferii dare ascolto al mitico Vasco Rossi: "Bevi la Coca Cola, che ti fa bene. / Bevi la Coca Cola, che ti fa digerire. Con tutte quelle, quelle bollicine".
E fu proprio il sorbire avidamente sì nettarica bevanda che mi fece fare una figuraccia sul lavoro.
Estate del 1986. Cinque secondi dopo essermi scolato una lattina di Coca Cola, suonò il telefono in ufficio. Premetti il pulsante del viva-voce e poi ... con l'interlocutore dall'altro capo della linea ... anziché dire il canonico "Pronto?" .... mi scappò un rutto talmente assordante che probabilmente costrinse il malcapitato autore della chiamata a sottoporsi a visita otorino-laringoiatrica.
Subito dopo riuscii a rispondere. Era il centralino dell'azienda che voleva inoltrare una telefonata per uno dei miei colleghi, in quel momento non presente in ufficio. Danni limitati, dunque. Anche se sarebbe stato meglio avere la prontezza d'animo di interrompere la chiamata senza dire niente, lasciando al chiamante il dubbio di avere sbagliato numero.

Da tempo, ormai, non tracanno più bevande gasate, per salvaguardare la mia salute, e gli unici liquidi che ingurgito sono acqua e latte.
Ma se mi viene da digerire, a meno che non sia fuori casa, rutto senza freni, senza pormi alcun problema di imbarazzo.
Ruttare fa bene, sia al fisico che allo spirito: che sublime senso di liberazione!

martedì 29 marzo 2016

Le mie ridarole

      Ridarola è un termine che in dialetto piemontese significa ridarella, quel riso incontrollabile che il più delle volte prende le persone in luoghi e in momenti per cui l'ultima cosa da fare è mettersi a ridere.
      Anche a me è successo e posso testimoniare che trattenere le risate quando a lasciarle andare si va incontro a delle autentiche figure di merda, è impresa degna delle fatiche di Ercole.

      La prima ridarola da cui venni colpito risale agli anni delle Medie Inferiori.
      In Prima, la prof.ssa Zocco, di Matematica e di Scienze, per le lezioni di Scienze ci aveva fatto portare a scuola dei vasetti di terra con delle piantine, che vennero messi sopra l’armadio in dotazione alla nostra aula.
      Alcune settimane dopo, durante l’intervallo Giuseppe venne spinto da un altro nostro compagno di classe contro l’armadio e, a causa della spinta, un vaso che era in bilico sul bordo dell’armadio cadde sulla testa di quest’ultimo con una precisione millimetrica; rimase il dubbio se il vaso fosse andato in frantumi quando cadde sul pavimento oppure un attimo prima, quando cozzò sulla testa di Giuseppe.
      La cosa sadica fu che, mentre il poveraccio si massaggiava la testa ripetendo ogni tanto: "Ahia!", noi ridevamo a crepapelle. E io, francamente, faticai non poco a smettere di ridere quando, a intervallo finito, entrò in classe la professoressa che doveva tenere quell'ora di lezione.

      Anche la mia seconda ridarola ebbe come teatro cronologico gli anni in cui frequentavo le Medie Inferiori.
      La prof.ssa Aggeri, di Italiano, Storia, Geografia e Latino, all'inizio di ogni lezione farsi consegnare da tre o quattro di noi i quaderni coi compiti che avremmo dovuto fare a casa, leggerli ad alta voce e dare il voto.
      Un giorno il compito di Antologia da verificare era il passo de I promessi sposi in cui si narra delle cause che spinsero il giovane Lodovico a farsi frate prendendo il nome di Cristoforo.
      La prof.ssa Aggeri ebbe l'infelice idea di farsi consegnare il quaderno dei compiti anche da Giampiero. Infelice per lui, naturalmente.
      Giampiero era un ragazzo intelligente ma aveva un difetto: non aveva voglia di studiare e non studiava. E quando uno non studia e gli viene richiesto di dire o scrivere qualcosa, 99 volte su 100 dice o scrive una cazzata.
      Ecco come Giampiero aveva messo per iscritto la rissa fra il nobile arrogante e il futuro fra' Cristoforo (risi talmente tanto, e ancora oggi rido ripensandoci, che mi è rimasto in testa parola per parola, fino a quando la professoressa non pose fine alla pietosa lettura):
      "Un giorno Lodovico incontrò per strada un nobile milanese.
       - Ciao, amico,- gli chiese, - come va?
       - Bene, e tu?
       Dopo di che lo prese a braccetto e andarono insieme a fare una passeggiata nel centro di Milano".
      Dal che si evince che, leggendolo in modo evidentemente distratto, di quell'episodio del capolavoro manzoniano, Giampiero non aveva proprio capito un cazzo. Oppure che, non avendo voglia di leggerlo, aveva ricostruito quell'episodio inventandoselo di sana pianta: con uguale effetto di comicità involontaria.
      Fatto sta che, mentre tutti noi studenti ridevamo a crepapelle, la prof.ssa Aggeri (il cui sguardo inorridito credo non dimenticherò mai) interruppe la lettura del "resoconto" di Giampiero, proferì un "oooohhh!" con una nota di raucedine che indicava vero sconcerto intellettuale e diede un bel 4 a Giampiero.
      Il quale non la prese per niente bene, anzi, si incazzò come una bestia, rispose male alla prof.ssa Aggeri, che gli mise una nota sul registro. Forse perché irritato dal fatto che continuavamo a sganasciarci dalle risate per le cagate che aveva scritto, Gampiero non si calmò nemmeno dopo la nota sul registro e continuò a battibeccare inviperito con la docente, la quale lo cacciò fuori dalla classe e dalla scuola, dicendogli di tornare accompagnato dai suoi genitori.
      Tornò un'ora dopo col padre, il quale, più che prendersela col figliolo, si lamentò con la prof.ssa Aggeri perché noi avevamo riso di lui.
      Ma cos'altro potevamo fare se non ridere di gusto per una colossale cazzata come quella di Lodovico e del nobile che a braccetto vanno a fare una passeggiata nel centro di Milano? Povero Manzoni! Se avesse potuto sentire questa versione, si sarebbe rivoltato nella tomba.
      Va be' che Umberto Eco ha elaborato il concetto di opera aperta, cioè del testo scritto aperto alle più diverse interpretazioni e modifiche da parte dei lettori, ma quella volta Giampiero aveva veramente esagerato.

      Qualche anno dopo, esattamente nel 1976, una sera a casa sentimmo un rumore a cui seguì la voce del nostro vicino di casa, il signor Buzzetti, che chiamava la moglie: "Giuse! Giuse!". Non vi furono però ulteriori segnali di trambusto.
      Il giorno dopo, dopo cena, la signora Buzzetti ci venne a trovare per fare quattro chiacchiere e ci spiegò cos'era successo.
      Il signor Costantino (all'anagrafe era stato registrato come Isidoro ma sia in famiglia che i conoscenti lo chiamavano tutti Costantino) si era recato in bagno e qualche secondo dopo dal soffitto si era staccato il lampadario e gli era caduto sulla testa.
      Per fortuna non si era fatto nulla di male, solo un piccolo taglio sul cuoio capelluto.
      Io gli volevo molto bene, tant'è che da bambino lui e la moglie li chiamavo "zio" e "zia", e di sicuro non mi faceva alcun piacere sapere che gli era capitato quell'incidente domestico. Ma la dinamica dell'accaduto era talmente comica che mi prese una ridarola ma una ridarola di quelle che non riuscii proprio né a mascherare davanti alla signora Buzzetti né a far terminare se non dopo parecchi minuti.

      Durante il settennato presidenziale di Sandro Pertini, una notizia mi provocò una ridarola niente male.
      Pertini era solito passare la fine dell'anno a Nizza. La radio riferì che nella notte del 31 dicembre, un ladro ubriaco si era rivolto a due persone in strada chiedendo loro di aiutarlo a svaligiare una gioielleria; peccato solo che le due persone fossero due agenti della Gendarmeria in borghese, incaricati di sorvegliare l'edificio dove era ospitato il Presidente della Repubblica Italiana, agenti i quali avevano immediatamente arrestato l'incauto e sfigato scassinatore.
      La notizia, ascoltata in camera mia, mi causò una ridarola tale che, quando corsi nel tinello per raccontare l'accaduto ai miei genitori e agli zii Carla e Leandro (che ci erano venuti a trovare), ero talmente preso dalle risate che mi sedetti in un posto dove avevo dato per scontato che c'era una sedia che invece non c'era.
      Il risultato fu una plateale seduta per terra, con conseguente culata.

      Facciamo ora un altro salto in avanti nel tempo e andiamo agli anni in cui lavoravo già. Un pomeriggio dovevo andare col mio collega Tatino a una riunione. Prendemmo l’ascensore per recarci al quarto piano della sede del Cliente della nostra azienda, dove ci aspettavano. A questo punto Tatino si accorse di avere la camicia fuori posto e si sbottonò i pantaloni per rimetterla in ordine, evidentemente ritenendo di avere tutto il tempo di sistemarsi durante la salita dal primo al quarto piano. Dimenticandosi però che l’ascensore, se nel frattempo qualcuno l’avesse chiamato, si sarebbe fermato a un piano intermedio rispetto a quello di destinazione.
      Come accade spesso quando si tratta di far nascere involontarie situazioni comiche, l’ascensore si spalancò al secondo piano e i nuovi passeggeri, due impiegati bancari, ebbero la sconvolgente visione di Tatino che si stava tirando su i pantaloni dopo aver messo a posto la camicia. Ironia aggiuntiva della sorte: un paio d’ora dopo, mi accorsi di essermi recato a quella riunione con la bottega dei pantaloni aperta. Se i due signori che erano entrati nell’ascensore notarono tutti questi particolari, dovettero sicuramente aver pensato male.
      Ad ogni modo, io e Tatino cogliemmo subito il lato imbarazzante, anzi, sommamente imbarazzante della situazione. Cosicché, dopo che i due passeggeri uscirono dall’ascensore al terzo piano (già: per andare solo dal secondo al terzo piano non potevano fare le scale, i bastardi?), scoppiammo a ridere. E da quel momento non ci fu freno che tenesse.
      Imboccammo il corridoio ridendo a crepapelle, con tutti gli impiegati e i consulenti del Cliente della nostra azienda che incontravamo a guardarci sbigottiti, in quel tempio della serietà e della professionalità.
       Poi, rendendosi conto di non potersi trattenere, Tatino si rifugiò nell’ufficio dove da mesi era distaccato il nostro collega Walter detto Gico, mentre io corsi nel bagno più vicino. Passai un quarto d’ora a ridere, temendo che il cuore mi scoppiasse da un momento all’altro per lo sforzo involontario; poi, riacquistato un minimo di autocontrollo (ma proprio un minimo!) tornai sui suoi passi ed entrai nell’ufficio dove si era rifugiato Tatino.
      A distanza di oltre vent’anni ho ancora davanti a me nitidissima l’immagine di Tatino come lo trovai: seduto e appoggiato con le braccia su una scrivania, stava ancora ridendo ed aveva letteralmente le lacrime agli occhi.
      Poiché la ridarola è per definizione contagiosa, anche Gico stava ridendo di gusto. E con tutta probabilità senza nemmeno sapere il motivo! Visto che è difficile che Tatino, preso com’era dai singulti del riso, fosse riuscito a spiegargli il motivo di tanta incontenibile allegria.
      E anche lì i dipendenti e i consulenti del Cliente della nostra azienda ci guardavano sbigottiti, mentre ormai in tre stavamo ridendo come matti in quel tempio della serietà e della professionalità.
      Passarono ancora dieci minuti, nei quali cercammo di ricomporci il più decentemente possibile, poi io e Tatino ci recammo, già in ritardo, alla riunione. Nel corridoio scoppiammo ancora a ridere un paio di volte ma per fortuna, una volta entrati nella sala riunioni, riuscimmo a mantenerci tutto sommato seri, nonostante io rimasi vittima di qualche violento attacco di ridarola, subito nascosto voltandomi da un'altra parte o mettendomi a tossire.
      Beninteso, di quello che si discusse non riuscii a percepire un'emerita cippa, concentrato com’ero a trattenermi dal ridere.
      All’uscita dalla riunione, quando fummo di nuovo soli nel corridoio, io e Tatino riscoppiammo a ridere; sempre ridendo, ritornammo nei locali della nostra azienda e continuammo a sbellicarci dalle risate per un bel po’.
      Quella sera, a casa, quando spensi la luce, venni colto da un nuovo attacco di ridarola e passò almeno un’ora prima che si placasse, consentendomi di addormentarmi.
      La mattina dopo, al ritorno in ufficio, appena io e Tatino ci guardammo negli occhi, scoppiammo di nuovo a ridere. Per fortuna, dopo un paio d’ore la ridarola ci abbandonò.

      In altre circostanze, ebbi la fortuna di avere delle vie di fuga per poter sfogare la ridarola.
      Un pomeriggio, appena dopo la fine della pausa pranzo, Ricky tornò nel nostro ufficio. Avendo la scrivania collocata oltre quella di Michela, per andarsi a sedere doveva passare da lì, naturalmente dalla parte delle sedie. Caso volle che in quel momento Michela fosse accostata in piedi alla sua scrivania, intenta a leggere un tabulato aperto su di essa.
      La postura di Michela era ritta, non chinata in avanti e dunque nemmeno provocante. Intendiamoci: anche se lo fosse stata, non sarebbe stata di giustificazione di ciò che stava per succedere.
      Fatto sta che, passando dietro Michela, Ricky esclamò: "Uh, ma che bel sederino!", e poi, paf!, le diede una centrata pacca sul fondoschiena.
      Michela si voltò di scattò verso di lui e gli rivolse uno sguardo che definire "inceneritore" è dir poco.
      Pensai: "Adesso parte lo schiaffone".
      E gli sarebbe ancora andata bene, perché avrebbe potuto benissimo partire il calcio nelle palle.
      Ma per fortuna di Ricky non partì né il manrovescio che avrebbe potuto lasciare temporanea traccia di sé su una delle sue guance nè la ginocchiata che avrebbe potuto comprometterne la virilità.
      Fatto sta che alla scena avevamo assistito io e Gico. Naturalmente ci scappava di ridere.
      A un certo punto, non riuscendo a trattenerci più, io e Gico uscimmo dall'ufficio all'unisono, come se fossimo sulla stessa lunghezza d'onda (in effetti, lo eravamo ... ) e, liberatici dalla presenza dei due protagonisti (uno attivo e l'altra passiva) della chiappica pacca, ci mettemmo a ridere, a ridere, a ridere.

      Una situazione analoga, seppur priva di risvolti machisti, ebbe luogo qualche anno dopo.
      In un ufficio accanto a quello dove lavoravo io, era da qualche giorno arrivata Antonietta Felicissimo, una delle donne più belle che abbiano fatto la loro comparsa nell'azienda che all'epoca mi annoverava fra i dipendenti. In quello stesso ufficio lavorava anche Aldino, un gaffeur niente male.
      Questa volta, però, nella figuraccia che fece con Antonietta io ebbi un ruolo scatenante, sia pure del tutto involontario.
      Un pomeriggio entrai cioè nel loro ufficio per informare Aldino che l'esecuzione di un certo lavoro era andata bene e gli dissi: "Il job è andato bene. Sei contento?".
      E Aldino, con Antonietta presente, mi rispose: "Sono felicissimo".
      Subito dopo avvampò di rossore per il timore che Antonietta prendesse quell'affermazione come una presa in giro nei suoi confronti e le disse: "Scusa, scusa".
      Alla scena, oltre a me, era presente anche Mauro. E, come già era accaduto con Gico a proposito della pacca sul sedere data da Ricky a Michela, a me e a Mauro scappò da ridere e non trovammo altra via di fuga se non uscire nel corridoio e lì lasciarci prendere dalla ridarola senza opporre resistenza.

      Una mattina uno scoop sconvolse il nostro megaufficio (ben 18 scrivanie!): sarebbero arrivate a breve quattro giovani consulenti! Di sesso femminile.
      E subito circolò l'elenco dei loro nomi e, soprattutto, cognomi. Un cognome soprattutto catalizzò la nostra attenzione, comprensiva di risate generali e, per i superstiziosi, energiche toccate di coglioni: Lamorte.
      E venne del primo giorno di lavoro delle quattro ragazze nella nostra azienda.
      Alle ore 9 in punto entrarono nel nostro ufficio, accompagnate dalla nostra capa e dal loro diretto superiore.
      Il timore di tutti era per il momento delle presentazioni. E' vero sì che di solito ci si presenta in modo informale per nome di battesimo ma, avendo già letto l'elenco, sapevamo benissimo che alla frase: "Ragazzi, questa è Claudia", corrispondeva il funereo cognome.
      Durante l'ora precedente, c'era chi pensava a cose tragiche, chi faceva esercizi di meditazione Zen o training autogeno, chi, più semplicemente,  continuava a ripetersi: "Non devo scoppiare a ridere, non devo scoppiare a ridere, non devo scoppiare a ridere, ...". Fatto sta che tutti eravamo rimasti in tremebonda attesa.
      Una volta entrate le fanciulle, sentii venir meno ogni resistenza a mantenere il mio viso atteggiato alla più composta serietà e, con una disperata intuizione voltai il capo verso destra in direzione di Luca, mio compagno di scrivania.
      Luca mi guardò in faccia e scoppiò a ridere, poi si accasciò letteralmente sulla sua scrivania e, sempre ridendo, iniziò a dire: "Non ce la faccio! Non ce la faccio!". Sottintendendo: "Non ce la faccio a rimanere serio".
      Cos'era successo a scatenargli la ridarola? Cos'avevo combinato io per esporre me e lui a una colossale figura di merda, consistente nel ridere in faccia a "colei dal fatal cognome"?
      Semplice. Nello sforzo immane di non scoppiare a ridere, il mio volto era come se fosse stato colto da una paresi: la parte sinistra, labbra e occhio soprattutto, era atteggiata a composta serietà, mentre la destra aveva il labbro superiore piegato e conferente a quella metà del viso evidente espressione di ghigno beffardo, e l'occhio che improntato a riso irrefrenabile. Dovevo sicuramente sembrare uno di quegli gnomi grotteschi che compaiono come bassorilievi sulle facciate delle cattedrali gotiche.
      Vedendo Luca ridere, scoppiai a ridere anch'io e mi accasciai sulla mia scrivania.
      Non so se io e Luca ridemmo piano o se la nostra capa, pur fremendo dentro di sé dall'apprensione di un'imminente figuraccia, mantenne il sangue freddo e fece finta di non vedere e di non sentire le risatine in sottofondo, fatto sta che nessuno sembrò accorgersi del nostro atteggiamento alquanto imbarazzante. Ad onor del vero, l'ufficio era molto vasto, quasi esteso come un open space, e l'isola di sei scrivanie in cui, con altri, io e Luca lavoravamo era proprio in fondo ad esso, per cui può anche essere possibile che nessuno si fosse accorto della nostra incapacità di tenere a freno la ridarola.

      Ridere per le disavventure altrui non è mai bello, soprattutto quando il malcapitato non ti ha mai fatto niente di male. Ma a volte la vita ci pone di fronte a vicende talmente comiche, anzi, tragicomiche, che è impossibile non provare l'impulso della ridarola.
     Un pomeriggio presi un taxi. Feci appena in tempo a salire a bordo e a dire l'indirizzo di casa mia al taxista che questi, con la repentinità di chi viene colto all'improvviso da un dubbio, iniziò a frugare forsennatamente sul cruscotto, nel cassetto sotto il cruscotto e sul sedile anteriore riservato al passeggero.
      Poi, imprecando, innescò la prima, il taxi partì ed egli prese il microfono per parlare con una delle centraliniste della compagnia dei taxi di cui faceva parte.
     Naturalmente, non potei fare a meno di sentire quello che diceva alla centralinista e compresi cos'era accaduto.
      L'astuto era solito infilare nel quotidiano che di solito acquistava il borsello contenente i suoi documenti, compresi patente, libretto dell'automobile e licenza da taxista. Mezz'ora prima aveva fatto sosta a un posteggio e prima di partire per una nuova corsa, ricordandosi di avere finito di leggere il giornale, l'aveva gettato in un cestino nei pressi del posteggio dei taxi. Aveva gettato non solo il quotidiano MA ANCHE IL BORSELLO COI DOCUMENTI.
      A Torino c'è un'espressione ironica per definire chi si rende protagonista di simili distrazioni: "Bravo merlo!".
      Il mio amico Strazz, invece, nel commentare situazioni simili è solito usare un'altra espressione, anch'essa piemontese: "Tant brau ma tant piciu!". Non ci sarebbe bisogno di tradurlo ma, per amor di dettaglio, essa significa: "Tanto bravo ma tanto pirla!".
     Or bene, nel sentire il resoconto dell'accaduto a quel bravo merlo del taxista, mi prese una ridarola da far concorrenza a quella che mi colpì quando i due bancari sorpresero Tatino in ascensore coi pantaloni abbassati.
      Ridarola che contenni ricorrendo alle solite tecniche: ridendo "sottovoce" nascondendomi la faccia con una mano; cercando disperatamente di guardare qualcosa fuori dal finestrino che mi distraesse; fingendo un attacco di tosse che in qualche modo nascondesse il riso; etc.
     Sinceramente ero dispiaciuto per l'inconveniente capitato al taxista ma la situazione era irrefrenabilmente esilarante.
     Il tragico avvenne quando il taxista terminò la conversazione con la centralinista chiedendole di contattare i suoi colleghi ancora fermi a quel posteggio per mandarli a frugare nel cestino onde recuperare il borsello coi documenti. Prima, infatti, potevo sperare che, concentrato sulla chiamata alla centrale, non facesse caso a me; ora, invece, come si suol dire, eravamo solo io e lui e sicuramente si sarebbe accorto se mi fosse platealmente scappato da ridere.
      E mancavano ancora dieci minuti buoni all'arrivo a destinazione a casa mia! In casi come questi, si sa, il tempo sembra non passare mai.
      Poiché la miglior difesa è l'attacco, in quei tremendi dieci minuti del resto della corsa approfittai del fatto che il taxista continuava ad imprecare per affrontare la questione e ogni minuto circa gli dissi: "Coraggio, vedrà che li ritroverà, i documenti". E mi accorsi che, oltre a far bella figura col poveraccio, quando parlavo dell'accaduto la mia voglia di ridere si placava, anche a livello di espressione facciale.
      Terminata però la corsa e sceso dal taxi non ce la feci a resistere e iniziai a ridere ininterrottamente durante il percorso di una ventina di metri che separava il corso dall'interno dove abitavamo. Chi mi avesse visto in quello stato avrebbe sicuramente pensato che ero andato fuori di melone.
      Risi anche durante la salita dell'ascensore dal piano rialzato al settimo piano, dove c'era l'appartamento dei miei.
      Continuai a ridere per un buon quarto d'ora, prima di riuscire a spiegare ai miei genitori cos'era successo.
      E la cosa non finì lì. Durante la serata venni colto da altri, numerosi, intensi attacchi di ridarola.

mercoledì 23 marzo 2016

La mia prima gaffe

      Ecco la mia prima gaffe o, almeno, la prima di cui serbi memoria.
      Da bambino il barbiere che mi tagliava i capelli era il signor Gaetano.
      Un giorno, incontratolo per la periodica tosatura tricologica mia e di mio padre, ci accorgemmo che egli aveva la faccia piena di cerotti, abrasioni e lividi. Ci raccontò che era caduto mentre andava in bicicletta.
      Nel guardarlo bene in faccia conciato com'era, sembrava che portasse una maschera, una grottesca maschera di carnevale.
      E purtroppo eravamo proprio nel periodo di carnevale, che all'epoca a Torino si festeggiava tradizionalmente in piazza Vittorio Veneto, detta semplicemente piazza Vittorio.
      Allora io, collegando le due cose, senza alcuna malizia né alcuna intenzione di prenderlo in giro, dissi candidamente al signor Gaetano: "Beato Lei, che non ha bisogno di una maschera per andare in piazza Vittorio!".
      E dire che allora stavo frequentando la Seconda Elementare. E' proprio vero che il buon giorno si vede dal mattino.