giovedì 9 luglio 2015

Le ricerche al posto delle interrogazioni

A distanza di tanti anni non ricordo più se l'idea di proporre qualche volta ai professori di presentare una ricerca al posto della tradizionale interrogazione venne a me oppure ad Antonio. Di sicuro, fu un'idea geniale, anche perché i "prof." abboccarono sempre.
Perché geniale? Innanzitutto perché così si evitava la sempre rischiosa interrogazione. Poi perché si studiava di meno e su un argomento limitato, su cui ci si poteva preparare bene. Infine, perché si poteva ricorrere a furbate che rendevano la cosa ancora più facile e ci arrecavano il sommo piacere di prendere per i fondelli i professori.
Come avveniva tutto ciò? Iniziamo dalla nostra prima, ehm, ricerca.
Io, Antonio e Richetto preparammo un breve scritto sull'evoluzione della lingua tedesca (Die Entwicklung der deutschen Sprache), il quale ricerca non era per niente, limitandosi ad alcune pagine scopiazzate da un'enciclopedia italiana e poi da noi tradotte in tedesco.

Un bel mattino ci presentammo dalla prof.ssa Buzzelli, nostra docente di Tedesco, in quanto eravamo nella lista delle interrogazioni programmate per quel giorno e le chiedemmo se al posto dell'interrogazione potevano esporre una nostra ricerca sull'evoluzione della lingua tedesca.
La furbata sembrò franare miseramente perché intervenne la nostra compagna di classe Chiare, la quale manifestò il suo disaccordo sostenendo che così ci saremmo evitati l'onere di rispondere sul programma di Tedesco. Aveva capito l'antifona, la scaltra.
Per nostra fortuna, la prof.ssa Buzzelli ignorò l'obiezione di Chiara e ci fece esporre i risultati della nostra "ricerca". Voto: 8 a tutti e tre.
L'episodio avvenne in Seconda.

L'anno scolastico successivo, ci riprovammo con la prof.ssa Pradelli Portius, nostra insegnante di Conversazione in Tedesco.
Questa volta, memori dell'obiezione di quella rompiscatole di Chiara, giocammo d'anticipo: non ci presentammo dalla "prof." con la ricerca fatta ma le chiedemmo il permesso di farla e poi di farci interrogare su di essa.
L'argomento era le piattaforme petrolifere del Mare del Nord (Die Bohrinseln) e la "motivazione" era che uno zio di Richetto lavorava su una di esse.
Era una balla colossale. Tanto più che i genitori di Richetto erano entrambi figli unici e, di conseguenza, Richetto non aveva zii.
Fatto sta che, nel sentire Antonio dire con la più soave faccia tosta: "Sa, professoressa, uno zio di Richetto lavora su una Bohrinsel e quindi potremmo anche telefonargli per chiedere qualche informazione", io scoppiai a ridere.
Allora la prof.ssa Pradelli Portius mi chiese: "Perché ride, scusi?".
E Antonio intervenne prontamente a tappare il buco: "Niente, forse stava pensando a una barzelletta".
Allontanatici dalla docente, Antonio mi redarguì con veemenza: "Ma che cosa combini, collega?! Per poco non rovinavi tutto!".
Io e Antonio all'epoca ci chiamavamo reciprocamente con quel titolo non perché ci riferissimo all'essere compagni di classe (gli studenti non sono lavoratori) ma perché coltivavamo entrambi l'aspirazione a diventare professori di Religione. Chiariamo la cosa: di quella materia non ci importava granché; la verità è che avevamo sotto gli occhi fior di luminosi esempi di docenti di Religione che prendevano lo stipendio senza fare un c..., limitandosi a passare le ore a chiacchierare amabilmente con gli studenti o a raccontare ed ascoltare barzellette. Intendiamoci: in quegli anni non erano solo quelli di Religione gli insegnanti che non si ammazzavano di fatica.
Tornando alle Bohrinseln, il mio improvvido scoppio di risa dovette turbare alquanto i sonni di Antonio, tant'è vero che, la settimana successiva, prima di iniziare l'esposizione della "ricerca" (anch'essa frutto di scopiazzatura + traduzione), mi prese da parte e mi disse in tono perentorio: "Mi raccomando: non metterti a ridere".
L'esposizione andò bene, io non scoppiai a ridere e prendemmo tutti e tre un altro bel voto.

Ovviamente, la furbata della "ricerca" andava praticata col contagocce: una sola volta per ogni docente e solo per i docenti "raggirabili".
Io vi ricorsi altre due volte, in Seconda.
In Fisica, portando una ricerca sulla fotografia. Il prof. Sciacca non era tipo da farsi fregare ma mi ero preparato a dovere e non corsi rischi.
Decisamente meno bene andò al mio compare, che in quella occasione era Giorgio. Non ricordo più su quale argomento presentò la ricerca ma non doveva avere studiato quasi niente e quando il "prof." entrò nei dettagli con domande pertinenti, Giorgio fece una figuraccia, facendo ridere tutti, compreso il prof. Sciacca.
Il quale gli diede magnanimamente un 6, non si sa per umana compassione o se perché si era divertito un mondo a vederlo arrampicarsi sugli specchi sparando una cazzata dietro l'altra.

L'altra "ricerca" fu di Geografia. Ma questa volta era stata la prof.ssa Barra che, di sua iniziativa, ci aveva detto di portare al posto della seconda interrogazione del secondo quadrimestre una ricerca su un capitolo del programma scolastico.
A questo punto occorre fare un salto in dietro di qualche mese per spiegare l'antefatto alla mia audacia.
La prof.ssa Barra, scusate la crudezza, era una stronza: completamente priva di senso dell'umorismo, non ebbe verso di noi un solo momento di umana comprensione.
Il povero Giorgio ne fece le spese più di tutti, perché ad ogni rilievo della stronza si metteva a battibeccare con lei, col solito, immutabile risultato: venire cacciato via dall'aula con una nota sul registro.
Tant'è che, una volta, esasperato, alla fine dell'ora di Geografia, Giorgio rientrò in classe, andò a leggere sul registro il contenuto della nota: "Giorgio viene espulso dall'aula per aver risposto in modo irriguardoso alla docente", e aggiunse di suo pugno: "E la profia rompe".
Quel suo pur giustificato sfogo avrebbe potuto costargli molto caro ma per fortuna Chiara si accorse della pepata aggiunta e gliela fece cancellare, facendogli capire che una cose del genere poteva anche procurargli una sospensione se non addirittura di peggio.
Una mattina era in programma la visita alla borsa valori di Torino, con la partenza del pullman prevista per le 8,30.
La prima ora di lezione, con inizio alle 8, era di Geografia.
La prof.ssa Barra entrò in aula e disse: "Bene, poiché fra mezz'ora dovete andare via, invece di fare lezione oggi interrogo".
Naturalmente, presumendo che quel giorno non ci sarebbero state lezioni, nessuno di noi si era preparato, tanto più che non era giorno di interrogazioni programmatiche.
Proteste generali ma la profia fu inflessibile: bisognava interrogare.
Ora, ce l'hai un'anima? E' giorno di uscita per imparare qualcosa ed è logico che gli studenti non siano preparati, visto l'orario di partenza del pullman. Un minimo di comprensione non sarebbe costato alcunché.
Invece no: la prof.ssa Barra fu inflessibile e, siccome nessuno si offrì come volontario, tirò a sorte.
Fra i quattro malcapitati che di solito venivano interrogati, venni sorteggiato anch'io.
E anch'io, come le mie tre compagne di classe tirate in ballo, cercai vanamente di spiegarle che non avevo studiato perché credevo che non ci fosse stata lezione.
La stronza allora mi disse: "Se ti rifiuti di venire, ti do 4".
Allora Antonio mi consigliò: "Senti, 4 è il voto minimo che dà alle interrogazioni. Se anche non sai niente, non prendi di meno di quanto ti darebbe a non andare a farti interrogare, quindi non hai niente da perdere. Vai e vedrai che comunque qualcosa riuscirai a dire e limiterai i danni".
Lo ascoltai e feci bene.
La prof.ssa Barra aveva un modo maniacale di interrogare: faceva il giro dei quattro studenti ponendo loro rispettivamente quattro domande ovvero quattro giri di quattro domande e dopo ogni risposta segnava su un foglio di carta il punteggio parziale, da 0 a 2; a interrogazioni concluse, di ogni studente faceva la somma dei quattro punteggi parziali, a cui aggiungeva 1; se il risultato totale era meno di 4, dava comunque 4; il voto massimo era 9 cioè 2+2+2+2+1.
Voi capirete che una così patologicamente malata di punteggi non poteva non essere acida e priva di comprensione umana. E nemmeno possedere un po' di senso dell'umorismo, perché se ne avesse avuto un briciolo si sarebbe risa in faccia da sola per le seghe mentali che si faceva coi punteggi delle interrogazioni.
Fatto sta che, quando mi fece la prima domanda, feci come fanno tutti gli studenti impreparati di questo mondo cioè dissi la prima cosa che mi passava per la testa e in questi casi la prima cosa che ti passa per la testa al 99 % è una cazzata. In effetti, dissi una cazzata e proseguii a sparare cazzate.
Ma Guccini non mi ha citato ne L'avvelenata. D'altronde, eravamo nel 1975 e l'album Via Paolo Fabbri 43 sarebbe uscito l'anno seguente: il Maestrone non poteva sapere che io meritavo più di Bertoncelli di essere citato.
Quella era la mia prima interrogazione di Geografia con la prof,ssa Barra e, quando finii di rispondere, notai con mio sommo sbalordimento che sul foglietto mi aveva assegnato un punteggio esageratamente alto.
Ne dedussi con mio sollievo che forse avrei potuto rimediare la sufficienza e che la profia beveva ogni cretinata che sentiva.
Così ringalluzzito, quando venne il mio turno per la seconda, la terza e la quarta domanda, sparai delle cazzate galattiche con una sicurezza che non avevo avuto all'inizio.
Il risultato fu che presi un 8-. Voto esaltante per uno che era completamente impreparato.
Da quel giorno, per quell'anno scolastico (il solo che avemmo la prof.ssa Barra come docente) non studiai più Geografia: andavo a farmi interrogare, sparavo balle a tutto spiano e prendevo voti alti.
Lo stesso accadde nel giorno in cui esposi la mia "ricerca" di Geografia.

Per la verità, in quella occasione il raggiro non fu premeditato. Ero in classe e stavo ascoltando distrattamente una mia compagna di classe mentre esponeva la sua ricerca, quando mi venne l'intuizione: "E se provassi anch'io? Così mi toglierei di torno questa seccatura".
Allora presi il libro di testo di Geografia, mandai a memoria le due pagine di un capitolo e mi recai alla cattedra chiedendo alla credulona se potevo esporre anch'io la mia ricerca, sfruttando anche il fatto che ci aveva detto di non preparare alcun testo scritto ma di riferirlo verbalmente.
E così cominciai ad infarcire le cose vere che avevo appena letto sul libro di testo con cazzate spudorate dette con la massima affettazione di dire le cose più serie del mondo.
Se ricordo bene, la profia mi diede un 9 ma la gioia per il bel voto fu minore della soddisfazione di averla presa per i fondelli.

L'ultima nostra esperienza con le ricerche avvenne in Quinta, quando il prof. Belotti (Tecnica Aziendale) ci disse di prepararne una sulla Rivoluzione Industriale.

Ci divise in gruppetti, ognuno dei quali venne incaricato di reperire i dati della Rivoluzione Industriale in una regione del mondo ovvero numero di abitanti dei Paesi di quella regione, numero di industrie, numero di chilometri delle ferrovie, etc.
A me, Antonio e Richetto il prof. Belotti assegnò la Rivoluzione Industriale nell'America Latina.
Ci facemmo un mazzo così come i nostri compagni di classe, andando a spulciare polverosi ed enormi volumi nelle biblioteche? Certo che no! Semplicemente, ce li inventammo di sana pianta, badando solo a rispettare le dimensioni geografiche dei singoli Stati: per il Brasile ci inventammo dati superiori a quelli che ci inventammo per l'Argentina, per l'Argentina dati superiori a quelli per il Cile, per il Cile dati superiori a quelli per l'Uruguay, e così via.
Naturalmente, il prof. Belotti prese per oro colato i dati da noi scritti sul prospetto che gli consegnammo.

mercoledì 10 giugno 2015

Come sopravvissi alle interrogazioni

La prima via, quella più razionale e sicura, per superare indenni un'interrogazione scolastica è anche la più lapalissiana: prepararsi bene. Se uno riesce a farlo, non ha bisogno di trucchi e trucchetti per cavarsi d'impaccio.
Tuttavia, vuoi perché per la legge dei grandi numeri capita il giorno in cui uno studente giunge impreparato all'interrogazione, vuoi perché per quanto possa aver studiato a fondo può capitargli una domanda a cui non sa rispondere, esistono varie tecniche per salvare il salvabile.
Vado indietro nel tempo, agli ormai lontani anni delle Medie Superiori, per narrare di come superai i momenti di crisi durante alcune mie interrogazioni.
In primo luogo, imparai a curare l'atteggiamento da assumere di fronte al o alla "prof.": non spavaldo, del genere: "Adesso ti insegno io come si insegna", ma comunque sicuro, a testa alta, mai con lo sguardo e la postura di chi si presenta come vittima del complotto del mondo intero, mai immusonito o triste ma sereno e sorridente; ridanciano no, perché si darebbe l'impressione di voler prendere in giro il o la docente.
In secondo luogo, alle domande, che sapessi o no rispondere ad esse, compresi che non dovevo palesare indecisione, dovevo cioè iniziare subito a dire qualcosa, perché avessi fatto scena mura sarei sembrato impreparato; dovevo inoltre parlare in continuazione, senza pause che potessero consentire al "prof." di muovermi obiezioni o passare a una nuova domanda e, se lo vedevo in procinto di fare ciò, dovevo accelerare il ritmo e aumentare un po' il tono della voce: di solito, mi era sufficiente per farlo desistere.
Terzo trucchetto: se il "prof." era solito fare più domande durante un'interrogazione, compresi che dopo aver risposto alla prima dovevo "batterlo sul tempo". Non lasciandogli il tempo di formulare la domanda successiva ma, una volta esposto l'argomento inerente alla prima, dirgli una frase del tipo: "E poi, cambiando argomento, potrei parlare di ...", e iniziare a disquisire di cose su cui ero preparato.
Quando poi mi facevano una domanda a cui non sapevo rispondere in modo esauriente, prendevo la cosa alla lontana, magari partendo dall'argomento precedente nel programma di quella materia, presentandolo come l'origine di quello su cui mi era stato chiesto di parlare. L'effetto era assicurato, naturalmente se il "prof." non ci cascava e non ti richiamava a parlare di quello che ti aveva domandato: occupando i quattro dei cinque minuti della durata della tua risposta per parlare di altro, nel minuto rimanente potevo rimanere nel generico sull'argomento che non conoscevo bene, tanto il tempo per rispondere su di esso sarebbe durato poco.

Una volta mi avvalsi di questo trucchetto anche successivamente, all'Università. Al mio primo esame di Storia del Risorgimento, per la parte istituzionale venni interrogato dal prof. Ratti, allora assistente del prof. Nada, e mi disse di parlargli del regno di Vittorio Emanuele II; non essendo molto sicuro su di esso, iniziai con un'affermazione storiograficamente vera (se possibile, i trucchi, pardon, le acrobazie dialettiche vanno sempre ancorate a cose vere e non a balle) e cioè che: "Gran parte delle iniziative prese da Vittorio Emanuele II hanno la loro nelle riforme varate nel precedente regno di Carlo Alberto", dopo di che mi misi a sciorinargli tutte le cose fatte da Carlo Alberto, su cui ero decisamente più preparato perché la parte monografica riguardava proprio il suo regno, e di Vittorio Emanuele II parlai ben poco. Mi andò bene: allora presi il mio primo 30 e lode.

Tornando agli anni delle Medie Superiori, rispetto ai miei compagni di classe avevo un asso in più nella manica: le mie difficoltà di parola.
Quando sei disabile, sei portato a guardare te stesso e la gente ti guarda il più delle volte vedendo ciò di cui la vita ti ha privato. In realtà, a volte uno svantaggio può anche offrire opportunità che gli altri non hanno.
Or bene, quando mi trovavo messo alle corde da un "prof." che non abboccava all'amo dei trucchetti sopra esposti, ingarbugliavo apposta il fluire del mio parlare, riducendolo a una specie di grammelot e in certi punti rendendolo del tutto incomprensibile. Poi, con fare angelico, gli dicevo spudoratamente: "Mi scusi, sa, ho delle difficoltà di parola. Vuole che ripeta quello che ho appena detto?". A quel punto, il "prof.", anzi, la "prof." (visto che avevamo quasi tutte docenti donne) non se la sentiva di infierire sulle mie difficoltà di parola e prendeva per oro colato quello che avevo detto, come se fosse la miglior risposta possibile.

Per la verità, io e un paio di miei compagni di classe ricorremmo anche ad un espediente geniale (l'idea, manco a dirlo, venne ad Antonio): proporre al docente di esporre i risultati di una ricerca al posto dell'interrogazione tradizionale. Ma questo merita un post a parte.

In un paio di occasioni, lo ammetto, ricorsi al trucco più ignominioso per scansare l'interrogazione: la fuga, l'uscita dalla classe fingendo un malessere.
La prima volta corsi il rischio di venire bruciato sul tempo da Maria Grazia.
In Prima Superiore avevamo una supplente di Fisica che aveva due caratteristiche: pronunciava la "y" ipsielon invece di ipsilon (e non a caso l'avevamo soprannominata proprio Ipsielon) e aveva un terrore folle del sangue. Non ricordo come lo scoprimmo ma l'importante fu averlo scoperto.
Morale della favola: una mattina entrò in classe e, in barba alle interrogazioni programmate non per quel giorno, volle interrogare lo stesso. Panico generale.
Mi ero già messo il fazzoletto sul naso e stavo per alzarmi dal banco per andarle a chiedere il permesso di uscire dall'aula quando vidi che Maria Grazia stava già facendo la stessa cosa.
Andò alla cattedra con fazzoletto che nascondeva quasi tutto il volto e chiese di uscire.
- Che cos'hai?
- Mi sanguina il naso.
Al che la supplente, spostandosi subitamente all'indietro con la sedia, le disse, anzi, le gridò terrorizzata: "Esci pure!".
Mannaggia, la scusa del sangue dal naso era bruciata!
Ma non mi persi d'animo e come mi accade sempre nei momenti più difficili coniugai al meglio intuizione, esperienza e improvvisazione.
Ricordandomi che da ragazzino avevo sofferto varie volte l'insorgere di grossi foruncolo sul viso, presi un pennarello rosso, imbrattai di quel colore il mio fazzoletto, me lo misi in faccia, andai alla cattedra e dissi alla supplente: "Posso uscire? Mi è scoppiato un foruncolo che avevo sul naso".
Mi diede immediatamente il permesso con un'espressione talmente inorridita sul viso che per poco non scoppiai a ridere.
Uscii ed evitai così il rischio di rimanere coinvolto nell'improvvida interrogazione.

      Un'altra volta, invece, non potei scappare e mi salvai per un'inaspettata propensione della "prof." a credere alle balle che le venivano raccontate.
      La prof.ssa Barra, scusate la crudezza, era una stronza: completamente priva di senso dell'umorismo, non ebbe verso di noi un solo momento di umana comprensione.
      Il povero Giorgio ne fece le spese più di tutti, perché ad ogni rilievo della stronza si metteva a battibeccare con lei, col solito, immutabile risultato: venire cacciato via dall'aula con una nota sul registro.
      Tant'è che, una volta, esasperato, alla fine dell'ora di Geografia, Giorgio rientrò in classe, andò a leggere sul registro il contenuto della nota: "Giorgio viene espulso dall'aula per aver risposto in modo irriguardoso alla docente", e aggiunse di suo pugno: "E la profia rompe".
      Quel suo pur giustificato sfogo avrebbe potuto costargli molto caro ma per fortuna Chiara si accorse della pepata aggiunta e gliela fece cancellare, facendogli capire che una cose del genere poteva anche procurargli una sospensione se non addirittura di peggio.
      Una mattina era in programma la visita alla borsa valori di Torino, con la partenza del pullman prevista per le 8,30.
      La prima ora di lezione, con inizio alle 8, era di Geografia.
      La prof.ssa Barra entrò in aula e disse: "Bene, poiché fra mezz'ora dovete andare via, invece di fare lezione oggi interrogo".
      Naturalmente, presumendo che quel giorno non ci sarebbero state lezioni, nessuno di noi si era preparato, tanto più che non era giorno di interrogazioni programmatiche.
      Proteste generali ma la profia fu inflessibile: bisognava interrogare.
      Ora, ce l'hai un'anima? E' giorno di uscita per imparare qualcosa ed è logico che gli studenti non siano preparati, visto l'orario di partenza del pullman. Un minimo di comprensione non sarebbe costato alcunché.
      Invece no: la prof.ssa Barra fu inflessibile e, siccome nessuno si offrì come volontario, tirò a sorte.
      Fra i quattro malcapitati che di solito venivano interrogati, venni sorteggiato anch'io.
      E anch'io, come le mie tre compagne di classe tirate in ballo, cercai vanamente di spiegarle che non avevo studiato perché credevo che non ci fosse stata lezione.
      La stronza allora mi disse: "Se ti rifiuti di venire, ti do 4".
      Allora Antonio mi consigliò: "Senti, 4 è il voto minimo che dà alle interrogazioni. Se anche non sai niente, non prendi di meno di quanto ti darebbe a non andare a farti interrogare, quindi non hai niente da perdere. Vai e vedrai che comunque qualcosa riuscirai a dire e limiterai i danni".
      Lo ascoltai e feci bene.
      La prof.ssa Barra aveva un modo maniacale di interrogare: faceva il giro dei quattro studenti ponendo loro rispettivamente quattro domande ovvero quattro giri di quattro domande e dopo ogni risposta segnava su un foglio di carta il punteggio parziale, da 0 a 2; a interrogazioni concluse, di ogni studente faceva la somma dei quattro punteggi parziali, a cui aggiungeva 1; se il risultato totale era meno di 4, dava comunque 4; il voto massimo era 9 cioè 2+2+2+2+1.
      Voi capirete che una così patologicamente malata di punteggi non poteva non essere acida e priva di comprensione umana. E nemmeno possedere un po' di senso dell'umorismo, perché se ne avesse avuto un briciolo si sarebbe risa in faccia da sola per le seghe mentali che si faceva coi punteggi delle interrogazioni.
      Fatto sta che, quando mi fece la prima domanda, feci come fanno tutti gli studenti impreparati di questo mondo cioè dissi la prima cosa che mi passava per la testa e in questi casi la prima cosa che ti passa per la testa al 99 % è una cazzata. In effetti, dissi una cazzata e proseguii a sparare cazzate.
      Ma Guccini non mi ha citato ne L'avvelenata. D'altronde, eravamo nel 1975 e l'album Via Paolo Fabbri 43 sarebbe uscito l'anno seguente: il Maestrone non poteva sapere che io meritavo più di Bertoncelli di essere citato.
      Quella era la mia prima interrogazione di Geografia con la prof,ssa Barra e, quando finii di rispondere, notai con mio sommo sbalordimento che sul foglietto mi aveva assegnato un punteggio esageratamente alto.
      Ne dedussi con mio sollievo che forse avrei potuto rimediare la sufficienza e che la profia beveva ogni cretinata che sentiva.
      Così ringalluzzito, quando venne il mio turno per la seconda, la terza e la quarta domanda, sparai delle cazzate galattiche con una sicurezza che non avevo avuto all'inizio.
      Il risultato fu che presi un 8-. Voto esaltante per uno che era completamente impreparato.
      Da quel giorno, per quell'anno scolastico (il solo che avemmo la prof.ssa Barra come docente) non studiai più Geografia: andavo a farmi interrogare, sparavo balle a tutto spiano e prendevo voti alti.

mercoledì 3 giugno 2015

Anno scolastico agli sgoccioli: le ultime interrogazioni

Per fortuna, durante il mio cursus studiorum non ho mai corso rischi di essere bocciato o rimandato a settembre. Solo una volta, in Prima Media Inferiore, rimediai nell'ultimo compito in classe di Matematica un indecoroso 4/5 (determinato anche da una distrazione dovuta alla mia consueta tendenza a fare le cose in fretta: un "6X6=6" inserito in una equazione) ma, tra i voti dei precedenti compiti in classe e quelli delle interrogazioni, nemmeno in quella circostanza rischiai di scivolare al di sotto della media del 6. Anzi, quell'anno scolastico in Matematica ebbi comunque 7 in pagella.
La fine degli anni scolastici, dunque, venne sempre vissuta da me con grande serenità.
Alle Medie Superiori, poi, superati gli ostacoli dei compiti in classe (oggi si chiamano "verifiche"), mi avvalsi ampiamente delle opportunità garantiteci dalle interrogazioni programmate: ad ogni "giro", eravamo noi a decidere quando volevamo essere interrogati, se all'inizio, poco dopo l'inizio, a metà, quasi alla fine, alla fine del turno. E, una volta interrogati, vigeva la regola non scritta che non si sarebbe stati nuovamente messi sotto torchio, almeno fino a quando anche l'ultimo compagno o compagna di classe non fosse stato interrogato.
Regola, questa, che valeva anche per quei pochi "prof." che non facevano le interrogazioni programmate ma che ogni volta che interrogavano chiedevano sempre preliminarmente: "C'è qualche volontario?".
Io mi offrii sempre come volontario alla prima interrogazione di ogni "giro". E il merito di ciò fu del mio compagno di classe Antonio Tumeo (quando si parla bene di una persona, si può anche citarne il nome e il cognome).
Antonio, come me sempre fra i primissimi a farsi interrogare, mi illustrò, con un'argomentazione che nulla aveva di empirico raggiungendo le vette della riflessione teoretica, i tre vantaggi che si avevano nel passare per primi:
a) vantaggio psicologico: ci si levava subito il pensiero, volgarmente detto peso o preoccupazione;
b) vantaggio d'immagine: si faceva bella figura coi professori spacciandosi per studenti seri e diligenti;
c) vantaggio materiale: poiché le interrogazioni proseguivano nelle settimane alternandosi alle lezioni, chi passava per primo veniva interrogato su una parte più piccola del programma, studiava quindi di meno e poteva prepararsi meglio (il dilettevole e l'utile, almeno in questo caso, si univano alla perfezione).
Intelligente e saggio Antonio! Quella sua esposizione mi consentì di avere in tutti quei cinque anni almeno un punto in più di media su tutte le materie.
A tutto ciò va aggiunto un particolare un po' sadico. Quando era giorno di interrogazione di una materia e nessuno, per paura o per impreparazione, voleva andare al patibolo, il "prof." o la "prof." tiravano a sorte, ovviamente esentando dall'andare alla cattedra quelli estratti che fossero già stati interrogati per quel "giro".
E allora, alla fatidica frase della persona docente: "Non viene nessuno? Bene, tiro a sorte", io e Antonio ci sfregavamo le mani e lanciavamo sguardi goduti verso i volti terrorizzati dei nostri compagni e delle nostre compagne di classe.


domenica 31 maggio 2015

Recensione a Pierluigi Baima Bollone, "L'Antico Egitto. Storia e scienza", Ed. Priuli & Verlucca

Il nome del prof. Pierluigi Baima Bollone, oltre che alla sua fama di docente universitario e di esperto di medicina legale, è legato ai suoi studi sulla Sindone.
Lo stesso rigore scientifico egli impiega nella scrittura del saggio L'Antico Egitto. Storia e scienza, edito da Priuli & Verlucca.
E' un libro ricco di spunti di riflessioni che fa il punto sullo stato attuale delle conoscenze sull'Antico Egitto.
Non è un saggio divulgativo: chi si aspettasse un testo scorrevole e corredato con fotografie e immagini in ogni pagina rimarrebbe deluso.
Eppure, se si ha un minimo di conoscenze storiche e scientifiche, l'esposizione risulta comprensibile e generosa di fatti e informazioni che un lettore non particolarmente esperto di egittologia prima ignorava.
Basti pensare alla genesi della civiltà egizia dalle precedenti epoche preistoriche e protostoriche dell'area nord-orientale dell'Africa e all'impiego di manodopera salariata e non di schiavi nella costruzione delle piramidi. Dati scientifici, questi, che smentiscono quanto da secoli sostiene un filone letterario pseudostoriografico che si è buttato sul mondo egizio, e sui suoi presunti misteri, come le mosche si buttano sul miele.
E proprio il sottotitolo del saggio, "Storia e scienza", è il paradigma su cui si basa il saggio del prof. Baima Bollone, che utilizza i risultati che ogni branca della Scienza ha messo a disposizione nello studio dell'Antico Egitto: dalla geologia alla paleontologia, dalla botanica alle moderne tecniche di indagine diagnostica sui corpi umani, dall'utilizzo del radiocarbonio per la datazione dei reperti archeologici all'impiego della psicologia nell'interpretare le credenze religiose del mondo egizio.
L'unico neo che trovo in questo libro di Baima Bollone è la scelta di utilizzare consonanti in uso nella lingua italiana per rendere più comprensibili i nomi di località e personaggi egizi. Ad es., scrivere "Saccara" al posto di "Saqqara", "Carnac" al posto di "Karnak" o "Tutancamon" al posto di "Tutankanon", è cosa a mio avviso inutile, se non addirittura fuorviante, se si tiene conto che anche il lettore più sprovveduto di conoscenze di egittologia conosce il modo con cui, per tacita convenzione internazionale, molti nomi egizi vengono scritti ai giorni nostri.
Concludendo, L'Antico Egitto. Storia e scienza di Pierluigi Baima Bollone è il saggio adatto a chi voglia iniziare ad acquisire una conoscenza solida, seria, scientifica, sul mondo egizio, una conoscenza per la quale la lettura di un libro non sia il punto d'arrivo per la soddisfazione di una pur legittima curiosità culturale ma la griglia di partenza da cui approfondire sempre di più la conoscenza di quel meraviglioso mondo che fu l'Antico Egitto.
Meraviglioso non perché ricco di suggestioni magiche su cui da secoli lucrano i ciarlatani ma, al contrario, perché carico di stimoli a vivere quell'avventura della conoscenza che può solo basarsi sull'utilizzo della razionalità.

martedì 19 maggio 2015

Recensione a HO SOGNATO PABLO, un libro scritto da una Musa



Non lo nego affatto: per me Renata Di Leo è una dea, una Musa, una Erato dei nostri tempi. Ispiratrice di pensieri, di riflessioni che spesso assumono forma di poesie.

Renata Di Leo è un archetipo di poesia, fonte a cui i poeti attingono ispirazione per i loro versi, con l'ambizione, forse con la presunzione, di renderli degni di lei.

Cosa può fare una Musa umana, in carne ed ossa, per dare lo spunto a quel mettere in forma di sensazioni ed emozioni che è la poesia? Scrivere, naturalmente.

Renata Di Leo ha la caratteristica, la mission stabilita all'origine dei tempi da un demiurgo benevolo, di ispirare letteratura anche solo con un suo post di poche parole su un social network: potenza degli spiriti umanamente superiori, che non hanno bisogno di dilungarsi per trasmettere i loro messaggi, i loro suggerimenti.

E se Renata può tanto con una sola frase, immaginiamoci quale oceano sconfinato di spunti da pescare può essere un suo libro.

Ne abbiamo avuto già la prova, e che superlativa prova!, con la sua opera d'esordio, Amo nutrirmi di te, una raccolta di racconti brevi scritta a quattro mani con Massimiliano Fusai o, per meglio dire, un bellissimo volume che raccoglie i "raccontini" (mai diminutivo fu più fuori luogo!) scritti da Renata e quelli scritti da Massimiliano.

Si dice, in ambito sportivo, che un fuoriclasse è già tale a vent'anni; può sì migliorare e acquisire esperienza ma ottiene risultati strabilianti già al debutto. Or bene, Di Leo e Fusai hanno dimostrato, col loro primo libro, di essere dei fuoriclasse della Letteratura, come hanno ampiamente riscontrato critica e pubblico.

Adesso Renata Di Leo regala ai lettori il suo nuovo libro, Ho sognato Pablo (Mediaprint Editrice), questa volta scritto da sola. Anch'esso è una raccolta di racconti brevi, autentiche perle letterarie che vanno a comporre il collier del libro.

Il titolo del volume è un evidente omaggio al grande scrittore cileno, il poeta preferito dall'Autrice: uno scrittore la cui potenza poetica respira anche nelle pagine di Renata, in virtù dell'affascinante forza dell'emulazione infusa negli scrittori dalla lettura delle opere dei loro autori prediletti.

Ho sognato Pablo è la conferma del talento di autrice di Renata Di Leo, già emerso in tutta la sua potenza narrativa ed eleganza di scrittura nella sua precedente opera, con in più l'inevitabile miglioramento che per ogni autore deve sempre scaturire ad ogni suo nuovo libro come prova di costante maturazione: un esame di Laurea superato a pieni voti. E con lode. E anche con dignità di stampa, se mi si consente il doppio senso tra voto accademico e pubblicazione editoriale.

Emozioni, sensazioni, sentimenti, esperienze di vita sono anche in questo volume magistralmente indagate ed esposte. Come ogni Scrittore con la "s" maiuscola, Renata Di Leo non ha alcun bisogno di dilungarsi per raccontare una storia: le sono sufficienti poche pagine e comunica in tutta la sua efficacia quello che vuol fare sapere al lettore.

La vita è fatta di cose belle e cose brutte, eventi felici ed eventi infausti, storie a lieto fine e storie che invece il lieto fine non hanno: l'Autrice la indaga in ogni racconto con somma maestria e con grande padronanza di stile.

Un altro aspetto della bravura di Renata Di Leo trova piena conferma in Ho sognato Pablo: l'eleganza. Quell'eleganza di scrittura che trova il suo specchio fedele nei personaggi e negli ambenti descritti nei racconti della raccolta.



Nel film Operazione Sottoveste, l'ufficiale di Marina Nick Holden (Tony Curtis) dice all'infermiera Barbara Duran: "Non si avvolgono gioielli in carta di giornale". E così non si poteva avvolgere quell'autentico gioiello letterario che è Ho sognato Pablo in un formato cartaceo che non gli fosse consono.

Il libro è, dunque, graficamente molto ben curato: carta patinata, pagine colorate, 40 foto all'altezza del valore del testo. Il risultato, senza tema di esagerare, è semplicemente strabiliante.

Un volume da non perdere da parte di chi ha o voglia avere in casa una Biblioteca con la "b" maiuscola.



Per tutti questi motivi, Ho sognato Pablo è davvero un libro da raccomandare a tutti quei lettori che cercano nell'immersione nel mare delle pagine qualcosa di bello, raffinato, elegante; qualcosa di interessante e che faccia riflettere per comprendere gli altri e anche se stessi; qualcosa che sposi in piena armonia letteratura e vita.



Questa recensione avrebbe dovuto essere scritta da Osvaldo Contenti: un Amico, mio e di Renata, un grande artista e una persona meravigliosa. Purtroppo, Osvaldo è venuto a mancare nel luglio del 2014. Io e Renata abbiamo stretto amicizia proprio in occasione di quel lutto.

Considerando che Osvaldo Contenti e i suoi dipinti mi avevano ispirato molti componimenti (scherzosamente lo chiamavo "il mio Muso ispiratore") e che poi è toccato a Renata e alle sue frasi fornirmi spunto per nuove poesie, voglio credere che sia stato lui, Osva, dal Posto Bellissimo dov'è andato, a guidarmi silenziosamente verso l'amicizia con Renata Di Leo, a indicarmi in lei, come in una staffetta letteraria, una nuova fonte cui ispirarmi.

Anche questa presentazione vuole essere una staffetta: ho, sia pure indegnamente, raccolto il testimone da Osvaldo per fare ciò che egli non ha potuto fare ossia introdurre il lettore al nuovo capolavoro di Renata Di Leo, Ho sognato Pablo.



Renata Di Leo
Ho sognato Pablo
Mediaprint Editrice, 2015
pp. 204, 18 €

Chi è su Facebook può prenotare il libro mandando un messaggio al profilo dell'Autrice "Renata Di Leo".
Chi non è su Facebook o preferisce usare un altro canale, può mandare un'e-mail all'indirizzo di posta elettronica renatadileo@virgilio.it.
L'Autrice chiederà l'indicazione di un recapito postale a cui spedire la copia o le copie del libro.
Nella busta, insieme al libro, i lettori troveranno l'indicazione del codice iban e degli altri dati necessari per effettuare l'acquisto tramite bonifico bancario oppure quelli per pagare con Postepay o con altre modalità.

lunedì 18 maggio 2015

Il Tempo mi allontana dai miei docenti

Il Tempo scorre col suo ritmo e ci porta con sé come se fossimo su una barca e avessimo lo sguardo rivolto a poppa: non vediamo in futuro ma solo il passato.
Un passato che si allontana sempre più da noi e che noi serbiamo nel backup della nostra memoria.
Purtroppo nel nostro hard disk mentale salviamo i ricordi, non le persone, che si allontanano da noi. Oppure a volte siamo noi che ci allontaniamo da loro. Di sicuro le nostre vite si allontanano dalle loro, se le perdiamo di vista. Fino a non poterle più rintracciare, se la Grande Falciatrice se le porta via.
Io voglio bene ai miei docenti, sono loro grato per tutto quello che mi hanno dato, in anni ormai lontani in cui la scuola era seria e chi ci lavorava lo faceva per vocazione e non per avere uno stipendio garantito indipendentemente dalla preparazione e dal merito.
Amo i miei docenti di quell'amore da discepolo che è e deve essere molto simile all'amore che uno nutre per i propri genitori: entrambi i ruoli, quello del padre e della madre e quello degli insegnanti, forma i giovani; io sono quello che sono, un essere libero e pensa con la sua testa, perché i miei genitori e i miei docenti mi hanno fatto diventare tale, e la mia gratitudine verso di loro è immensa, infinta.
Il Tempo mi allontana anche dai miei docenti, soprattutto da quelli a me più cari, da quelli che mi hanno dato di più.
Li ho incontrati che erano giovani o almeno non anziani; ora sono in pensione o non ci sono più. Penso a loro con nostalgia, con malinconia, con la consapevolezza di un legame terreno che mi lega a loro e che a poco a poco si assottiglia sempre di più fino a spezzarsi, quando per alcuni non si è già spezzato.
Del mio maestro in Quarta e parte della Quinta Elementare, Geremia Del Grosso, ho da qualche anno ritrovato le tracce su Facebook ma, come alcuni fanno, non va più da tempo sul suo profilo e non ho potuto richiedergli l'amicizia. Mi sarebbe piaciuto riallacciare i contatti con lui: l'ho conosciuto quand'era giovane, padre di due bambini piccoli, Manuel e Tommaso, ed è stato il primo Maestro (con la "m" maiuscola) che ho avuto. Mi piacerebbe raccontargli quello che sono diventato, quello che ho fatto e fargli sapere che sono consapevole e grato che, se ho combinato qualcosa di buono nella vita, il merito è anche suo.
Delle Medie Inferiori, tre miei professori sono già morti: la prof.ssa Zocco (Matematica) e la prof.ssa Aggeri (Italiano), se ne sono andate prematuramente già da parecchi anni; il prof. Demicheli (Storia), quello che mi ha dato più di tutti e con cui sono rimasto in contatto quasi fino alla fine, è morto nell'ottobre scorso. Della prof.ssa Fois (Disegno) ho perso le tracce da quasi quarant'anni ma, poiché già allora aveva varcato la sessantina, presumo che anch'ella non ci sia più. Tutti questi "quattro moschettieri" delle mie Medie Inferiori hanno lasciato in me una traccia indelebile quando a rigore, cultura e umanità: la sorridente dolcezza dei ricordi non cancella la tristezza del vuoto da loro lasciato.
Delle Medie Superiori: ho perso le tracce delle due docenti di Lettere e Storia da cui ho imparato tanto. La prof.ssa Bertola dovrebbe avere all'incirca novant'anni, la prof.ssa Vasario (a cui, fra l'altro, sono e sarò eternamente grato per aver convinto i miei genitori a farmi andare all'Università) dovrebbe averne circa 85: spero che siano ancora vive.
Dei docenti che ho avuto modo di frequentare alla Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università di Torino, quelli che allora erano stimati cattedratici non ci sono più: il prof. Venturi è morto nel 1994, il prof. Tabacco nel 2000, il prof. Nada nel 2005, il prof. Vivanti nel 2012.
Un particolare commovente accomuna i prof.ri Venturi e Nada: pare che, al di là dei rispettivi problemi di salute che li hanno condotti oltre le porte dell'Eternità, entrambi non abbiano retto la perdita delle rispettive consorti. C'è qualcosa di eroico, di profondamente umano, quando una persona non sopravvive alla perdita del o della consorte: prova che quella era veramente una coppia nella vita, caratterizzata da un legame talmente indissolubile da non sopravvivere alla scomparsa di uno dei due componenti.
Da questi quattro emeriti studiosi ho appreso cose importanti, sia quanto a storiografia, sia quanto ad umanità.
Ancor più triste del vuoto lasciato da essi, scomparsi a un'età in cui la morte non è certo infrequente (sebbene mai auspicabile), è la perdita di studiosi ancor giovani avvenuta nel corso degli anni: penso al prof. Giuliano Gliozzi, grandissimo esperto di Filosofia della Storia (non diedi mai esami con lui ma seguii con entusiasmo alcune sue lezioni sullo Spirito delle Leggi di Montesquieu), e alla prof.ssa Marina Cedronio, controrelatrice della mia tesi di laurea su Walter Maturi.
E' sempre crudele, ingiusto, quando un giovane se ne va, per la sua esistenza spezzata per sempre e per quanto non potrà più ricevere e dalla vita. E' ancora più crudele ed ingiusto quando ad andarsene è una persona che tanto avrebbe ancora potuto dare all'insegnamento e alla cultura, in altre parole al miglioramento dell'Umanità e alla formazione delle future generazioni.
Altri docenti che ho incontrato negli anni '80 del XX secolo sono per fortuna ancora vivi: penso al prof. Massimo L. Salvadori, sommo esperto di Storia Contemporanea, al prof. Rinaldo Comba (all'epoca ordinario di Storia degli Insediamenti Tardoantichi e Medievali) e al prof. Giuseppe Ricuperati, mio relatore alla tesi di laurea, un Maestro per me non sono di Modernistica ma anche di umanità, oltre che naturalmente di rigore scientifico e di etica professionale.
Quando li conobbi, erano già studiosi di fama internazionale, pur avendo solo da poco superato la quarantina; ora sono in pensione (anche se, naturalmente, continuano a studiare e a scrivere). E' un segno del tempo che passa.
Così come lo è constatare che i giovani storici che conobbi quando iniziai i miei studi universitari oggi sono cattedratici esperti, a pochi anni dalla pensione: penso al prof. Mario Gallina (medievista e bizantinista), al prof. Renato Bordone (medievista) e, soprattutto al prof. Massimo Firpo, col quale instaurai rapporti di grande cordialità.
Il Tempo mi allontana dai miei docenti. Ma in me la nostalgia non crescerà mai quanto la gratitudine che provo e proverò per loro.

domenica 10 maggio 2015

Rohmer: dialoghi e immagini

Domandarsi se in un film contano di più i dialoghi o le immagini è come chiedersi se in una canzone conta di più il testo o la musica. La risposta è banale ma non per questo meno valida: in un film dialoghi e immagini devono armonizzarsi, fondersi, tendere insieme all'obiettivo prefissatosi dal regista. Così come una canzone è bella se riesce a fondere testo e musica.
Certo, armonia non significa un rigido ed astratto fifty-fifty, un 50 % per uno. In alcuni film il peso dei dialoghi è maggiore, in altri lo è il peso delle immagini, panoramiche, carrellate, inquadrature su cose e persone, mimica ed espressività degli attori e delle attrici.
In un film come "L'assedio" di Bernardo Bertolucci, ad esempio, le immagini sono dominanti: lo si potrebbe vedere nella versione sonora in una lingua che non si conosce e comprenderne tutto lo svolgimento dall'inizio alla fine.
Per le pellicole girate da Eric Rohmer, invece, il discorso è diverso.
Secondo me, nel cinema rohmeriano i dialoghi svolgono un ruolo preponderante.
Intendiamoci: non che il linguaggio delle immagini, delle inquadrature sia privo di importanza in Rohmer regista. Le panoramiche e le carrellate all'inizio di molti suoi film sono delle vere e proprie "prefazioni", "introduzioni" all'opera. E che dire poi, in "Racconto d'inverno", dell'inquadratura che riprende Charles scrivere sul suo bloc notes l'indirizzo di 36, rue Victor Hugo di Cour Bevoie, detttatogli da Felicie, e di quella successiva in cui si vede il cartello dei lavori di ristrutturazione del quartiere Victor Hugo della città di Levallois, dove arriva Felicie al termine della sua vacanza estiva? Due immagini che introducono l'equivoco sullo sbaglio di indirizzi che sta alla base dello sviluppo della trama del film.
Ma Rohmer non sarebbe Rohmer se il suo nome non fosse legato alla maestria nel costruire dialoghi.
Dialoghi fra personaggi giovani: Rohmer è abilissimo nel far recitare al meglio i giovani attori e le giovani attrici (si pensi, ad esempio, a film come "L'amico della mia amica" e "Racconto d'estate", che inspiegabilmente e scriteriatamente i distributori italiani fecero uscire col titolo di "Un ragazzo ... tre ragazze", azzeccatissimo per il soggetto della pellicola ma decisamente inappropriato se si pensa che fa parte della quadrilogia dei "Racconti delle quattro stagioni").
Dialoghi fra personaggi meno giovani ma non necessariamente anziani: basta citare il dialogo tutto filosofico che ne "La mia notte con Maud" si svolge fra il professore marxista e l'ingegnere cattolico, con una costruzione affascinante e perfetta delle frasi per illustrare le diverse posizioni di pensiero.
Il cinema di Rohmer è a mio avviso essenzialmente un cinema di dialoghi, anche se, com'è naturale in un grande regista come lui, le inquadrature non vi svolgono un ruolo subordinato né sono in alcun modo trascurate dalla sua maestria.