lunedì 20 giugno 2016

Film tratti dalle canzoni

      Negli anni '60 del XX secolo c'era la consuetudine di girare film il cui soggetto era tratto da una canzone di successo: primo esempio di sinergie fra rami dello spettacolo.
      L'attore o l'attrice protagonista del film era il cantante o la cantante che avevano portato al successo il 45 giri.
      Ancora oggi le tv trasmettono film con Gianni Morandi, Al Bano, Caterina Caselli, Mario Tessuto, etc.
      Meno male che fortuna ci hanno risparmiato pellicole per bambini tratte da Il valzer del moscerino e da Quarantaquattro gatti.
      Negli anni '70, invece, la tendenza a trarre film dalle canzoni di successo si perse.
      E per fortuna!
      Sarebbe sicuramente stato imbarazzante fare un film tratto da Disperato erotico stomp di Lucio Dalla. Già, con la scena finale: "Mi son steso sul divano / e con dolcezza / è partita la mia mano".

lunedì 6 giugno 2016

Bacheca aziendale

      Nelle aziende sono di solito predisposte delle bacheche destinare ad ospitare le comunicazioni della Direzione e quelle dei sindacati.
      In quanto aperte allo sguardo di tutti, esse sono dunque un potenziale teatro di scherzi e di pasquinate, che naturalmente hanno la simpatica caratteristica di poter godere dell'anonimato. A meno che l'autore dello scherzo non sia così pirla da farsi vedere mentre con un pennarello deturpa i fogli affissi in bacheca.
      Ovviamente, il terreno pressoché esclusivo di goliardate più o meno pesanti è la bacheca sindacale, perché apporre qualche scritta idiota sulla bacheca della Direzione è un tantino pericolosetto.

     Il tipo di scherzo meno faticoso dell'apporre fogli di carta con scritti concepiti per l'occasione è quello di cambiare o scrivere una frase a commento di quello che si legge su un volantino o su una pagina di giornale oppure quello di cambiarne con penne o pennarelli qualche lettera in modo da stravolgere il senso di un titolo o di una frase.
      Ecco alcuni esempi di possibile uso goliardico della bacheca sindacale.

      Un impiegato affigge la prima pagina di un giornale col titolo a nove colonne: "Si è accesa una luce".
      Una mano anonima scrive sopra il titolo: "Finalmente pagata la bolletta! Grazie, E.N.E.L., per avere riallacciato i fili".

      Un impiegato affigge un manifesto contro la guerra con l'invito a caratteri cubitali: "Fermiamo l'orrore".
      Una mano anonima scrive il commento: "Non vogliamo più vedere la vicedirettrice in minigonna!".

      Un'impiegata modello, Ersilia Bollea (nome e cognome di fantasia), educata educata, sessualmente alquanto inibita, in seguito a un contrattempo di lavoro grida: "Cazzo!".
      Qualche burlone costituisce un team di scrittura creativa, il quale produce su un foglio di carta un testo in stile di commemorazione da lapide. Il foglio viene affisso in bacheca e recita:

      "Oggi, addì 24 ottobre 1984,
        Ersilia Bollea
        per la prima volta in vita sua
        ha esclamato: CAZZO!
        I colleghi riconoscenti posero."

     Un impiegato molto devoto appende alla bacheca un manifesto di un corso di catechesi per adulti, caratteri di colore nero su sfondo giallo, dal titolo: "Il senso del lavoro".
      Una sua compagna d'ufficio e un insospettabile dirigente prendono due etichette autoadesive di colore bianco, passano loro sopra un evidenziatore di colore giallo (della stessa tonalità dello sfondo del poster affisso), poi con un pennarello nero scrivono una "s" e una "n", cercando di conferire ad esse le stesse dimensioni e lo stesso stile dei caratteri stampati, le ritagliano e le attaccano sopra la "n" e la "d" del titolo del corso di catechesi, che in tal modo diventa:
      "Il sesso nel lavoro".
      Guccini esclamerebbe: "Non è la stessa cosa! Gli impiegati burloni ci fregano con la goliardia: non è la stessa cosa".

      Un'impiegata aderente a un'organizzazione che si basa per la difesa dei diritti umani affigge in bacheca un manifesto che recita così:

      "Nella tua vita hai scritto
        lettere d'amore,
        lettere di presentazione,
        lettere al direttore,
        lettere agli amici,
        lettere d'impulso.
        Prova a scrivere lettere di libertà."

      Un suo collega in vena di scherzi prende un pennarello e mette delle barre su un po' di parole, cosicché il testo del manifesto diventa:

      "Nella tua vita hai scritto
        lettere d'amore,
        lettere di presentazione,
        lettere al direttore,
        lettere agli amici,
        lettere d'impulso.
        Prova a scrivere lettere di libertà."

     Mah! Di solito le lettere d'amore al direttore non sono scritte d'impulso, sono premeditate: per fare carriera.

martedì 17 maggio 2016

Una presentazione con sorpresa

Chi mi conosce sa che sono solito fare quelle che, volgarmente parlando, si chiamano figure di merda.
Era da un po' di tempo che non ne facevo più. al punto che cominciavo a nutrire qualche dubbio sul mio equilibrio psicologico, visto che, quando sono sereno e tranquillo, di solito non faccio figuracce. Contrariamente a quanto teorizzava il buon vecchio Sigismund Schlomo Freud (e si capisce benissimo che uno che si chiama Sigismund Schlomo di nome, crescendo, non può non sviluppare dei complessi e, se poi diventa psichiatra, non può non spacciare i suoi complessi per scienza ovvero per psicanalisi), il quale sosteneva che i motti di spirito sono un mezzo che abbiamo per liberarci dai nostri ingorghi psichici, per me è vero il contrario: dico, anzi, per lo più scrivo motti di spirito e, per analogia, faccio delle figure di merda quando sto bene psicologicamente.
Dunque, procediamo con ordine.
Prima figura di merda. Suggerisco, amichevolmente e costruttivamente, all'amico Alberto Riccadonna, fratello di grandissimo amico e direttore di Torino Storia, di inserire nell'ultima pagina della rivista le anticipazioni sugli articoli del numero successivo. .Col tatto e l'educazione che contraddistingue tutta la famiglia Riccadonna (a cominciare da papà Contardo, il quale ha il più bel nome del mondo), Alberto mi fa notare che le anticipazioni vengono già messe su Torino Storia.
Seconda figura di merda. A proposito di una signora che abbiamo appena conosciuto, la mia amica Laura mi dice: "Si vede che non è giovane". E io, sovrappensiero, commento: "E' vero. Ha più o meno la tua età".
Terza figura di merda, rimediata ieri, 16 maggio 2016. Il mio editore ma quel che più conta amico Paolo Stefano Riccadonna ha da qualche settimana programmato la presentazione del mio libro Il calvario di Pina. Avendomi parlato di iniziative nei giorni del Salone Internazionale del Libro di Torino, per giorni mi ero mentalmente preparato a una nuova capatina in mezzo a quell'immenso oceano di volumi esposti.
Mentre siamo già avviati in automobile, a un certo punto vedo che Paolo si sta immettendo in corso Re Umberto anziché in corso Lepanto. Allora gli dico: "Guarda che non è questa la strada per andare al Salone del Libro".
Mi guarda con lo sguardo un po' stravolto ma, a differenza del passante incontrato da Lucio Dalla in una sua nota canzone il cui titolo è bene non citare per una questione di stile, non mi dice: "Sono di Berlino", ma: "Guarda che non stiamo andando al Salone del Libro".
"Come?", - domando io.
"No, la presentazione fa parte delle attività di Salone Off, che si svolgono negli stessi giorni del Salone del Libro ma non al Salone del Libro".
Sicuramente, alcune settimane prima, me l'aveva detto in modo chiaro ma io, come si dice in Piemonte, dovevo aver capito cioca per broca.
Come dice Marco Tognazzi nel film I laureati: "Ricca figura di merda che anche oggi ho fatto".
Anche se, a onor del vero, io mi sono limitato a non capire dove fosse la presentazione del mio libro e non ho offerto, in cambio di un 18 all'esame, un gingillino a Rossella, la signora di Paolo.

Chiarito l'equivoco, Paolo mi spiega che la presentazione avrà luogo alla Bottega Fotografica di Marco Demaria e Raffaella Villa, in via del Carmine 8.
La raggiungiamo. Oltre a Marco e a Raffaella, non c'è nessuno. Nonostante qualche amica aveva assicurato la sua presenza (vero, Viviana?) e qualche altra era stata rassicurata da Paolo che l'evento era gratuito e non si pagava alcun biglietto (vero, Chiara?).
Dopo un po', mentre stavo già pregustando la possibilità di dar sfogo alla mia autoironia in un post dove avrei esultato per il numero di partecipanti uguale a zero ("Un successone! Un record imbattibile! Un fenomeno!", - mi ero già immaginato di scrivere), arriva una signora e la presentazione ha inizio.
Presenti cinque: io, il mio editore Paolo, la signora e i due organizzatori, Marco e Raffaella.
La presentazione, almeno spero, è andata bene: questa volta me la sono cavata in modo più spigliato rispetto all'anno scorso, quando alla prima presentazione de Il calvario di Pina (quella volta veramente tenutasi al Salone del Libro, nello stand dell'Associazione dell'Ospedale a Casa) avevo faticato non poco a spiaccicare le prime parole (era la prima volta che parlavo in pubblico) e per fortuna che Paolo mi era stato di provvidenziale aiuto parlando lui; l'alternarsi delle osservazioni fra me e Paolo è stato armonioso; l'uditorio (la signora e i due organizzatori) è sembrato attento o almeno nessuno dei tre si è addormentato.
Sono rimasto contento: il libro, per chi non lo sapesse, non ha fini di lucro, non è in vendita e le copie stampate vengono regalate. Quindi, senza alcuna mira commerciale, che a una presentazione venga una persona o centomila non fa alcuna differenza. L'importante è la qualità e ieri sera la qualità c'era.
Un sincero grazie, anzi, come direbbe Paolo, un sincero: "Ma grazie! Grazie infinite!", allo stesso Paolo Riccadonna, a Marco Demaria, a Raffaella Villa e anche alla signora che mi ha onorato con la sua presenza.
La quale, al termine della presentazione, ci ha detto di chiamarsi Di Maggio. D'altronde, calendario alla mano, siamo proprio di maggio.

martedì 10 maggio 2016

I PROMESSI SPOSI romanzo della sfiga?

      Umberto Eco sosteneva in Opera aperta che uno scritto potesse essere interpretato liberamente e in tutti i modi possibili dai lettori, tesi questa parzialmente rettificata nel suo successivo saggio I limiti dell'interpretazione.
      Diciamo che un'eccessiva libertà di interpretazione se la presero i critici letterari marxisti, quando videro nella folla e nelle traversie di Renzo e Lucia i simboli del proletariato oppresso. Niente di più infondato: Renzo e Lucia appartenevano a quella classe di contadini-operai piccoli proprietari terrieri che nei secoli successivi non sarebbe di sicuro stata su posizioni rivoluzionarie, mentre la folla, soprattutto quella della rivolta del pane a Milano, non aveva nulla di quella coscienza di classe acquisita che secondo i canoni marxisti caratterizza il proletariato. Anzi, in parecchi passi il Manzoni, pur stando dalla parte dei poveri, denuncia lucidamente la strumentalizzazione della rabbia popolare e il rischio che la gente cada in quelle che oggi chiamiamo derive populiste.
       Fermo restando, dunque, che I promessi sposi sono e rimangono un romanzo della fede e che ha come protagonista principale la Divina Provvidenza, proviamo, a puro gioco letterario, a vederlo anche come romanzo in cui la sfiga si accanisce contro alcuni protagonisti.
      Prendiamo il povero don Rodrigo. Organizza il rapimento di Lucia, manda in paese i suoi bravi guidati dal Griso e che succede? Che Lucia, Renzo e Agnese se ne vanno da don Abbondio per cercare di fregarlo col matrimonio a sorpresa e così il Griso e compagni si recano alla casa di Agnese per rapire Lucia e non trovano quella che Manzoni chiama "la povera giovane".
      E Renzo? Va a Milano il giorno della rivolta del pane, dà una mano a Ferrer a difendere l'ordine costituito contro i facinorosi, poi fa un discorso sconclusionato che lo fa passare per un facinoroso e sfugge per un pelo all'arresto con l'accusa di essere uno dei capi della rivolta.
      Quando poi tornerà a Milano, con l'epidemia di peste in corso, verrà scambiato per un untore e rischierà il linciaggio da parte della folla.
      Va cioè due volte a Milano e in entrambe le occasioni rischia grosso. Probabilmente non si recherà più a Milano.
      Il rapimento di Lucia, quello che riesce ad opera dell'Innominato, è addirittura caratterizzato da una triplice sfiga, attinente alla conversione di quest'ultimo:
            a) sfiga di don Rodrigo e pure beffarda: Lucia è finalmente stata rapita ma l'Innominato si ravvede e, nisba, la ragassuola gli sfugge anche stavolta, perché viene subito liberata;
            b) sfiga di Renzo: Lucia viene liberata dall'Innominato e sembrerebbe tutto a posto ma la ragassuola nella notte ha fatto voto di castità e non potrà più sposare Renzo; per fortuna, fra' Cristoforo con la sua profonda cultura teologica riuscirà a convincerla che quel voto non ha valore (infatti, non ha raggiunto il quorum per rendere valida l'abrogazione della promessa di matrimonio);
            c) sfiga di Lucia: fa voto di castità e il giorno dopo l'Innominato si converte (non poteva, quest'ultimo, convertirsi la sera, quando la vide, anziché il giorno dopo, quando si recò dal cardinal Federigo?).
      Romanzo della sfiga, dunque, I promessi sposi? Non esageriamo: sono e rimangono il romanzo della fede e della Divina Provvidenza. Anche perché, come ci insegna l'Eco più maturo, la libertà dell'interpretazione ha pur sempre i suoi limiti.

martedì 3 maggio 2016

Le gaffe che ricordo del vecchio Mike

Mike Bongiorno si era fatto una formidabile fama di gaffeur. Dalla: "Ahi, ahi, ahi, signora Longari! Lei mi va a cadere proprio sull'uccello" (ma non andò mai in onda: o non disse questa cosa o venne tagliata). Alla: "Adesso arriva Romina Power che ce la fa vedere".
Ogni tanto le gaffe di Mike vengono riproposte in tv. E continuano a suscitare l'interrogativo se fossero spontanee o preparate a tavolino. Dubbio a cui il buon senso non può che dare una risposta: alcune erano spontanee ed altre preparate a tavolino.
Voglio ricordare in questa sede quelle che, perdonatemi il gioco di parole, mi ricordo di aver sentito nella loro prima uscita, non replicate cioè da programmi televisivi imperniati su gaffe e papere.

Rischiatutto. Nelle cabine faceva caldo. Durante una puntata, una concorrente si tolse la giacca del tailleur, rimanendo in camicetta. Mike Bongiorno le disse: "Mi raccomando, signorina, non si tolga altro".
Gian Paolo Lusetti fu campione di alcune puntate e portava come materia la Storia dell'Arte. A un raddoppio le domande vertevano su alcune pale d'altare e Mike gli chiese: "Mi dica il nome di queste tre palle".
Nello studio scoppiò una risata generale, se ben ricordo rideva anche Lusetti, e Mike dovette invitare il pubblico a non ridere, perché rischiava di distrarre il concorrente.
Quella sera ero andato a vedere il Rischiatutto dai nostri vicini di casa, i signori Buzzetti, e il signor Costantino, mettendosi a ridere, disse: "Domani i giornali intitoleranno l'articolo su questa puntata LE PALLE DI MIKE BONGIORNO".

Scommettiamo?, erede del celebre Rischiatutto. Durante la pausa fra una parte e l'altra del telequiz, Mike era solito intervistare qualcuno del pubblico, per dargli o darle l'occasione di una piccola ribalta televisiva.
Quella volta toccò a una giovane coppia di sposi che erano emigrati in Australia e che Mike aveva colà conosciuto durante una sua tournée, invitandoli a venire ad assistere a una puntata di Scommettiamo?
Erano però passati un po' di mesi e nel frattempo la sposina era rimasta incinta.
Quando Mike si accorse che la signora era in dolce ed evidente attesa, si rivolse al marito e gli disse: "Ahi, ahi, ahi! Cattivello, cattivello, cos'ha combinato?".
In un'altra puntata si presentò un concorrente di cognome Gnudi. Dopo averlo presentato, Mike disse: "Allora facciamo come Pirandello: vestiamo gli Gnudi".
Ma questa, più che una gaffe, fu una battuta, che oltretutto dimostrava che Mike era molto meno ignorante di quello che voleva far credere.

Telemike. Uno dei giudici del quiz non fu pronto nel portare le palline per sorteggiare il concorrente a cui fare la prima domanda e Mike gli disse: "Per punizione, alla fine della puntata ti schiacceremo le palline.
Per quel telequiz, quando un concorrente sbagliava a rispondere alla domanda del raddoppio, sul display posto sulla parte anteriore della cabina comparivano tre zeri ("000") per indicare che non aveva vinto niente. La cifra era grosso modo all'altezza della zona inguinale dei concorrenti seduti. Al termine di una puntata, riepilogando quanto avevano vinto i concorrenti, Mike si avvicinò alla cabina di un signore e, constatato che non aveva vinto niente, disse: "Meno male che sono comparsi tre zeri, perché se erano due potevano anche sembrare qualcos'altro".

martedì 26 aprile 2016

Recensione a Massimo Centini, "Bordelli torinesi", Ed. Il Punto - Piemonte in Bancarella

Le bancarelle dei libri a volte offrono l'occasione per fare degli acquisti interessanti e, di conseguenza, delle letture interessanti.
La Storia non è solo evenemenziale, cioè fatta di eventi importanti, ma anche di usi e costumi, abitudini, individuali e sociali, che spesso affondano le loro radici nell'alba dei tempi.
Senza cadere nelle esagerazioni di certa storiografia, che tende a minimizzare gli eventi per privilegiare la Storia "dal basso", informarsi anche degli aspetti che di solito non finiscono sui manuali e non danno vita a saggi rappresenta un utile ampliamento delle conoscenze sul passato.

Il libro Bordelli torinesi, scritto da Massimo Centini per i tipi de Il Punto - Piemonte in Bancarella, rientra in questo genere di letture complementari ai saggi storiografici propriamente detti.
L'Autore ci dà uno spaccato di quello che era la prostituzione a Torino fino al 1958, anno in cui venne varata ed entrò in vigore la ben nota Legge Merlin, che dispose la chiusura delle case di tolleranza.
Partendo da ciò che è stato il "mestiere più antico del mondo" nel corso dei secoli nella civiltà occidentale, per giungere a delineare un quadro delle case d'appuntamento operanti a Torino, soprattutto di quelle attive nei secoli XIX e XX, Centini affronta l'argomento dai suoi vari punti di vista (storico, morale, sanitario, sociologico, antropologico) con uno stile fluente, accattivante, non privo di ironia, senza mai cadere nella pruriginosità e men che mai nella morbosità.
Lo stesso apparato iconografico, comprendente molte foto di prostitute dell'epoca, è scelto con molta cura e raffinatezza, senza mai scivolare nella pornografia.
S'aggiunga a tutto ciò la scelta dei caratteri di stampa, nitidi e di dimensioni sufficienti dal rendere agevole la lettura anche per chi ha problemi di vista.
L'opera risulta quindi costruita bene e perfettamente confacente agli scopi per cui è stata scritta.

Unici nei sono il non venire specificate a volte le fonti da cui si attingono le informazioni (passi per gli "informatori", coloro di cui l'Autore ha raccolto a voce le testimonianze, ma è quanto meno discutibile che egli, pur correttamente, citi una voce di Wikipedia e avverta il lettore che quella voce non contiene la fonte di ciò che riporta) e una certa mancanza di precisione nel citare dati storici.
E' sbagliato che Centini, per periodi antecedenti il 1816, parli di regno delle Due Sicilie, mentre, prima di quell'anno, quel regno non era ancora stato istituito (lo fu dal Congresso di Vienna) e il sovrano Borbone che regnava su Sicilia e Mezzogiorno d'Italia era titolare di due corone, quella di re di Sicilia e di re di Napoli.
Così come è errato iniziare una frase con: "Vittorio Amedeo II, nel 1776, ...". Sarà anche un refuso ma nel 1776 quel re sabaudo era morto da decenni.
Ed è ugualmente sbagliato indicare Carla Voltolina, co-curatrice di un libro di Lina Merlin edito negli anni '50 del XX secolo, come "la futura moglie di Sandro Pertini": all'epoca i due erano già sposati.

Detto questo, però, il volume Bordelli torinesi è di interessante e godibilissima lettura, pur con qualche limite quanto a precisione storiografica.

martedì 12 aprile 2016

Rutti

La bellezza della multiculturalità è che una cosa, un'abitudine, uno modo di comportarsi vengono giudicati diversamente a seconda del posto dove uno si trova.
Nei Paesi anglosassoni, ad esempio, ruttare in pubblico è cosa ben vista, anzi, ben sentita, perché è sintomo di buona digestione e quindi di buona salute. Quando poi il rutto (aerofagia, per i medici) viene sparato in un ristorante, il padrone e lo chef del locale sono molto contenti, perché significa che il cliente e lo stomaco del cliente hanno gradito il pasto servito.
In Italia, invece, quando uno rutta in pubblico o provoca ilarità oppure si becca un eloquente: "Brutto porco!".

La mia prima esperienza "sociale" del ruttare avvenne in Terza Media Inferiore. Durante quell'anno scolastico si era diffusa, penso non solo nella nostra scuola, la pratica goliardica di ruttare in classe, preferibilmente in assenza dei professori perché, all'epoca, certe manifestazioni di zuzzurellonismo venivano punite con severità e, in presenza di una nota sul diario o sul registro, i genitori rifilavano sberle ai figli colpevoli di tali mancanze e non andavano di certo a protestare coi docenti, come purtroppo avviene ai giorni nostri.
Io non presi mai parte a simile pratica goliardica ma alcuni miei compagni di classe erano diventati talmente bravi da ruttare con la stessa potenza acustica di un frequentatore dell'Oktoberfest senza nemmeno tracannare una goccia d'acqua.

Passò un po' di tempo e ci si accorse che le bevande gasate, in primis la Coca Cola, erano eccellenti coadiuvanti ruttici.

Proprio alla Coca Cola ricorse Giampiero, un mio ex compagno di classe alle Medie Inferiori, in una fresca estate del 1978. Insieme ad altri amici eravamo andati a un concerto di musica provenzale che ebbe luogo all'aperto al Parco Rignon. Nell'intervallo, volendo fare una guasconata, Giampiero andò al chiosco delle bibite e acquistò una lattina di Coca Cola, tornò a sedersi accanto a noi, si scolò la lattina e, brooooook!, cacciò fuori un rutto galattico. Poi, un po' provocatoriamente, ci chiese: "E' venuto bene?". Dalla fila di sedie davanti a noi una ragazza si voltò e gli disse: "No".
Fra parentesi, quell'intervallo di concerto non fu scevro da evidente e decisamente volgare profferta erotica. Nella fila di sedie dietro di noi, una ragazza aveva sollevato le gambe, ripiegandole sul piano della sedia e allargandole: detto in parole povere, si era accovacciata sulla sedia mettendo in bella vista le mutande. E stava fissando i maschietti della fila a lei davanti (cioè noi), aspettando che qualcuno incrociasse il suo sguardo. Difficile dire se stesse solo provocando per prenderci in giro oppure se, trivialmente parlando, stesse sul serio cercando pezzoloni. Fatto sta che uno della nostra compagnia, sapendo benissimo che Giampiero era quello fra di noi a cui più ribollivano gli ormoni, gli chiese a bassa voce: "Perché non raccogli la provocazione di quella lì con le gambe aperte?". Giampiero reagì con una risata. Ma, durante la seconda parte del concerto, sia lui che ... lo ammetto ... io qualche sbirciatina ogni tanto ci voltavamo a darla. Tanto più che la tipa non abbandonava quella sua postura statuaria.

Passò circa un anno e dal ruolo di compiaciuto e divertito spettatore volli passare a quello di goliardico ruttatore.
Giugno 1979. Cena della Maturità, pochi giorni prima dell'inizio degli esami, con quasi tutta la classe e alcuni "prof.", in una trattoria di via Santa Giulia.
Contrariamente alle mie abitudini, volli bere del vino e, così, fra un piatto di tortelloni alla salvia e una braciola con patatine fritte o, per meglio dire, fra un boccone e l'altro, ogni tanto mi esibii in rumorose esibizioni di aerofagia, con tanto di espressione di beffarda soddisfazione stampata sul volto dopo ogni "performance". E ad ogni esplosione ruttica la mia vicina di posto, Anna Paola, si voltava e mi diceva con allegro tono goliardico: "Porco!".
Strano: anche in anni successivi, ogni volta che una ragazza mi diede del porco non solo non provai imbarazzo ma gongolai di orgogliosa soddisfazione.

Bevvi Coca Cola all'incirca fino all'età di trent'anni, e pure con abbondanza, nonostante mio cugino Fernando mi avesse messo in guardia dagli effetti poco salutari per lo stomaco. Va be', preferii dare ascolto al mitico Vasco Rossi: "Bevi la Coca Cola, che ti fa bene. / Bevi la Coca Cola, che ti fa digerire. Con tutte quelle, quelle bollicine".
E fu proprio il sorbire avidamente sì nettarica bevanda che mi fece fare una figuraccia sul lavoro.
Estate del 1986. Cinque secondi dopo essermi scolato una lattina di Coca Cola, suonò il telefono in ufficio. Premetti il pulsante del viva-voce e poi ... con l'interlocutore dall'altro capo della linea ... anziché dire il canonico "Pronto?" .... mi scappò un rutto talmente assordante che probabilmente costrinse il malcapitato autore della chiamata a sottoporsi a visita otorino-laringoiatrica.
Subito dopo riuscii a rispondere. Era il centralino dell'azienda che voleva inoltrare una telefonata per uno dei miei colleghi, in quel momento non presente in ufficio. Danni limitati, dunque. Anche se sarebbe stato meglio avere la prontezza d'animo di interrompere la chiamata senza dire niente, lasciando al chiamante il dubbio di avere sbagliato numero.

Da tempo, ormai, non tracanno più bevande gasate, per salvaguardare la mia salute, e gli unici liquidi che ingurgito sono acqua e latte.
Ma se mi viene da digerire, a meno che non sia fuori casa, rutto senza freni, senza pormi alcun problema di imbarazzo.
Ruttare fa bene, sia al fisico che allo spirito: che sublime senso di liberazione!