sabato 20 febbraio 2016

Quel che mi ha insegnato Umberto Eco

Di Umberto Eco, scomparso ieri all'età di 84 anni, hanno scritto e scriveranno persone molto più preparate di me. Lascio a loro il degno compito di tracciarne il profilo di grande intellettuale che si merita.
Voglio invece ricordarlo attraverso quello che la lettura delle sue opere mi fa dato.
Il mio primo incontro con Eco lo ebbi negli ultimi anni delle Medie Superiori, quando iniziai ad acquistare L'Espresso e a leggere la sua rubrica settimanale, non priva di spunti ironici.
L'Eco romanziere lo scoprii, come molti, al suo esordio con Il nome della rosa. Era la fine di luglio del 1981, avevo da pochi giorni dato l'ultimo esame della sessione estiva alla Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università di Torino, il mio secondo esame di Storia del Risorgimento, e una mattina mi ero recato a Palazzo Nuovo, la sede delle Facoltà umanistiche, per godermi l'ambiente accademico in totale rilassatezza e fare un giro delle librerie dei dintorni. E fu in una di queste che acquistai Il nome della rosa, che mi tenne compagnia durante le vacanze agostane.
Inizialmente ne apprezzai soprattutto la trama da giallo (ma forse sarebbe più corretto definirla da noir) e l'ambientazione nel Medioevo.
Essendo in contatto epistolare col mio ex insegnante di Storia e Geografia alle Medie Inferiori, il prof. Sante Demicheli, in una delle sue lettere mi spiegò che, rileggendolo, ne avrei colto tanti altri aspetti. Cosa che accadde qualche anno dopo, allorché, ripresolo in mano, ne afferrai il messaggio di rivendicazione della libertà della Cultura contro qualsiasi oscurantismo e la passione per il Sapere e per i libri in particolare.
Il secondo libro di Eco che acquistai e, naturalmente, lessi fu Come si fa una tesi di laurea. La motivazione, estremamente profana, fu che mi accingevo a chiedere il titolo della mia tesi di laurea e volevo capire bene come andava scritta. Mi fu di grande utilità, nel senso che, quando iniziai a portare al prof. Giuseppe Ricuperati i primi paragrafi della mia tesi su Walter Maturi, la precedente lettura di quel libretto evitò a me di fare gli errori che di solito fa chi è ignaro del modo in cui si scrive una tesi, e al mio Maestro evitò l'incomodo di correggerli. Quel libro di Eco non fu solo utile ma anche di godibile lettura; ebbi modo di parlarne col prof. Massimo Firpo ed egli mi confermò che era un'opera scritta molto bene.
Alla fine degli anni '80 del XX secolo, Il pendolo di Foucault rappresentò per me l'incontro echiano più importante. Come accade a volte nelle piccole e personali avventure intellettuali, la lettura del secondo romanzo di Eco fu per me un assorbire semi che avrebbero fruttificato in seguito. Nell'immediato, apprezzai sia la trama thriller, sia la polemica contro l'irrazionalismo, sia i molti passi di ironia allo stato puro: le pagine sugli APS (gli autori cioè che per correre dietro alle loro vanità editoriali fanno pubblicare i loro libri a proprie spese, rimanendo spennati come polli da editori senza scrupoli) furono, e sono, decisamente esilaranti.
Perché quella lettura mi "impollinò" letterariamente? Perché a poco a poco ho sviluppato un mio stile letterario nello scrivere romanzi, basato su un mix fra trama da giallo, ambientazione culturale e ironia: il mix che è alla base de Il pendolo di Foucault.
Certo, ho iniziato a scrivere romanzi solo una ventina d'anni dopo l'uscita de Il pendolo di Foucault ma è stato questo romanzo a indicarmi quello che ho trovato essere il genere letterario che più mi si confà, non solo per i romanzi ma gli altri miei scritti umoristici, in cui coniugo Cultura ed Ironia.
L'imprinting di tanti miei libri nel cassetto risale proprio a questo secondo romanzo di Umberto Eco.
Successivamente lessi tutte le altre opere di narrativa di Eco e molte Bustine di Minerva, traendone sempre piacere e nuove conoscenze.
Come lettore e, con tutta l'umiltà del caso, come scrittore voglio dargli l'ultimo saluto con un semplice: "Grazie, professor Eco. Lei mi ha reso migliore di quanto sarei stato se non L'avessi incontrata attraverso i Suoi libri".

sabato 13 febbraio 2016

Festa di Carnevale del 1979

Se si eccettua le piccole ed effimere festicciole in casa o alle Elementari, l'unica festa di Carnevale cui partecipai, con tanto di travestimento, fu quella del 1979, in Quinta Superiore.
Già allora rivelavo, senza che ancora me ne rendessi conto, il mio atteggiamento bifronte davanti alla religione: credente e anelante all'Assoluto, sì, ma anche rigorosamente laico, nonostante nel corso della mia vita ebbi qualche sbandata in entrambe le direzioni sbagliate seppur di segno opposto, quella di un'eccessiva partecipazione alla fede e quella dello sconfinamento nel laicismo.
Or dunque, nonostante già allora mi professassi laico, per quella festa decisi di travestirmi da frate. Non certo per sbeffeggiare i frati, sia ben chiaro. Forse, inconsciamente, giocò un ruolo decisivo il fatto che un giorno, nel divertirsi ad abbinare ad ognuno di noi un personaggio de I promessi sposi, alcune mie compagne di classe mi paragonarono a fra' Cristoforo e la cosa mi piacque perché mi piaceva (e mi piace ancora oggi) quel personaggio. Forse, ben più consapevolmente, mi ispirai alle scene dello sceneggiato televisivo La freccia nera in cui Senzalegge (Gianni Musy) e Dick Shelton (Aldo Reggiani) si travestono da frati, scene da me preferite in quanto, manco a dirlo, la profondità delle esperienze di vita si alterna all'ironia.
Probabilmente giocò anche in quella mia scelta il fatto che un saio da frate era relativamente facile farselo confezionare in casa. E in effetti, dopo che mio padre andò a comprare non so dove una pezza di stoffa marrone e una spessa corda da adibire a canapo, mia madre con l'ausilio delle signore Mignacco, madre e figlia, che abitavano al piano di sotto rispetto al nostro alloggio, mi tagliò e cucì il saio, con tanto di cappuccio.

E festa fu. Il Martedì Grasso del 1979 i festeggiamenti si svolsero in due fasi.
La prima si svolse all'I.T.C. "Elio Vittorini" di Grugliasco: per quell'occasione la Presidenza ci aveva dato campo libero, con annullamento delle lezioni di quel giorno.
Io col mio saio e gli altri coi loro travestimenti. Me ne ricordo solo due: Alice vestita da clown e Nicola vestito da antico Romano.
Piccolo dubbio esistenziale, su cui ancora oggi qualche volta arrovello goliardicamente le mie riflessioni metafisiche: essendo l'anno prima stato girato il film Animal House e ed essendo verosimilmente quel film arrivato nelle sale italiane nella stagione 1978-79, fu mica il John Belushi del toga party a suggerire a Nick quella tenuta?
Di certo, arrivare a scoprire questa piccola verità non migliorerà il mondo ma altrettanto sicuramente non farà danni, come invece hanno fatto e, temo, continueranno a fare, quei filosofi e quei teologi che, presupponendo di essere arrivati a un'idea assoluta, forniscono agli uomini il pretesto per scannarsi a vicenda in nome di quell'idea assoluta, sia essa religiosa o politica. Ma torniamo alla nostra festa di Carnevale del 1979.
Volendomi dare un tono, per tutta la mattina ogni volta che nei corridoi incontravo qualcuno lo benedivo facendo il segno della Croce e dicendogli, come Senzalegge: "Pax vobiscum".
Mangiate, bevute, canzoni sentite e cantate, caroselli a piedi nei corridoi della scuola. Né più né meno che in tutte le feste scolastiche che si comanda. Con l'aggiunta, per essere attinenti al Carnevale, di lanci di coriandoli e di stelle filanti.

La seconda parte della festa, dopo pranzo (ma pranzo non ci fu, perché si era mangiato e bevuto tutta la mattina), si svolse a casa di Franca o, per meglio dire, della famiglia di Franca, la cui abitazione aveva nel seminterrato un'ampia tavernetta, che divenne teatro delle nostre prodezze pomeridiane.
Da notare che nell'uscire dall'I,T.C. non ci togliemmo i nostri travestimenti, per cui sia sugli autobus che a piedi (per arrivare a casa di Franca c'era un discreto tratto di strada da fare alla maniera podistica) demmo l'impressione di un'allegra e goliardica brigata. Non solo nei nostri inconsueti abiti ma anche perché non lesinammo canti e risate.
La più allegra di tutti era Alice: salutava in modo oltremodo euforico tutti i passanti che incontravamo, suonando spesso al loro indirizzo non ricordo bene se una trombetta o una lingua di Menelicche.
Durante quella nostra mosaica traversata a piedi di Grugliasco, ad Alice venne imposto di non fare casino solo in un punto, quando cioè passammo davanti ad una fabbrica occupata da operai che rischiavano il posto di lavoro: un saluto più allegro del dovuto o una strombettata con tanto di lingua di Menelicche distesa, quantunque rivolte senza alcuna malizia e solo per giovanile spensieratezza, avrebbe potuto essere interpretata come una provocazione, con tutte le possibili conseguenze del caso.
Alla fine si giunse alla tavernetta di Franca.
L'unico a trovarsi un po' in difficoltà fu Nick: la tavernetta non aveva riscaldamento, in febbraio faceva freddino anche là dentro e lui, travestito da antico Romano, era di fatto seminudo.
Il second round della festa si svolse secondo copione: balli da discoteca, con tanto di luci psichedeliche in funzione e con Nick che si esibiva nelle mosse del John Travolta de La febbre del sabato sera, mangiate e bevute. E anche gli immancabili giochi di società.
Fra cui quello che prevede di far mimare a qualcuno il titolo di un film, mentre gli altri devono indovinarlo.
Quella volta il gioco ebbe due momenti topici.
Il primo fu quando qualcuno, credo fosse Nick, per dare un po' di pepe alla cosa, suggerì ai mimi di turno (avevamo deciso di giocare a coppie) il titolo di un film che non era mai stato girato, e pure decisamente lungo: L'arte ideale di un umanoide. Ovviamente, nessuno indovinò.
Il secondo e, modestia a parte, più divertente momento clou fu quando a fare il mimo venni chiamato io, che comunque in precedenza avevo indovinato il titolo del film Un taxi color malva.
Mia partner di mimica era Luciana, la nostra compagna di classe più timida e pudica (nel senso buono e rispettoso del termine, s'intende).
Ne sono ultrasicuro: non fu per mettere in crisi me (del resto, sapevano benissimo che tipaccio disinibito e sfrontato ero già allora) ma Luciana che ci suggerirono di mimare il titolo di Spermula.
Dicono che il tempo di reazione dei centometristi al colpo di pistola dello starter sia di 23 centesimi di secondo. Quello di reazione di Luciana all'erotico titolo fu molto più veloce, forse andava misurato in nanosecondi. Fatto sta che passò un'infinitesimale frazione di tempo dal momento in cui ci venne etto sottovoce il titolo del film a quello in cui il colorito del suo volto passò dal bianco latte al rosso porpora cardinalizio.
Non solo ma, subito dopo, si coprì il viso con le mani, indietreggiò di due passi e si rifiutò di accennare il benché minimo cenno di mimica.
E così rimasi solo sulla scena, mentre i suggeritori erano già piegati in due dal ridere e gli altri si stavano chiedendo sbigottiti quale titolo potesse mai scatenare una simile "ritrosica" reazione da parte di Luciana.
Per la verità, io non provai alcun imbarazzo, sia perché stavo ridendo pure io per la subitanea vampata di rossore di Luciana, sia perché a me il titolo di quel film non scandalizzava per niente.
Come mi era già accaduto e per fortuna mi sarebbe accaduto parecchie altre volta anche in seguito, un mio lato caratteriale (o un qualche cromosoma del mio DNA, se vogliamo usare un linguaggio scientifico) si manifestò in fretta: la mia capacità di intuizione, che mi consente di trovare soluzioni, appigli, vie d'uscita anche quando, volgarmente discorrendo, sono nella cacca fino al collo. Per meglio dire, la mia è capacità di intuizione e improvvisazione: il cocktail della creatività.
L'intuizione quella volta mi venne quando, gettando lo sguardo intorno, vidi un oggetto che la fece scattare: una delle tante bottiglie di spumante già scolate del tutto.
Agii all'istante. Presi la bottiglia a me la misi nella zona inguinale, a mo' di prolungamento del mio pisello o di metafora del mio pisello in assetto da combattimento (esagerato!). Boato di risate della compagnia.
Poi, con la mano libera, indicai la bottiglia e feci segno di no, per dire che non aveva nulla a che fare col titolo del film.
Infine, sempre con la mano libera, mimai lo scorrere dello spumante dalla bottiglia e feci cenno di sì.
Al che una nostra compagna di classe, associando lo scorrere del liquido alla, ehm, posizione fallica della bottiglia, disse: "Spermula".
Mike Bongiorno avrebbe detto: "Risposta esatta!".
Probabilmente, in caso di errore, avrebbe invece detto: "Ahi! Ahi! Ahi! Lei mi va a cadere proprio sull'uccello!".
Intuizione e improvvisazioni vincenti, dunque. Certo però che, se invece che fra amici e fra quattro mura amiche, mi fossi esibito (è proprio il caso di usare questo verbo) in pubblico, mi sarei beccato una denuncia per atti osceni e oltraggio al comune senso del pudore.

A festa terminata, uscimmo in strada e ci dividemmo in gruppi, a seconda delle zone dove abitavamo, per prendere i vari mezzi pubblici che ci avrebbero riportato alle rispettive case.
Dopo un po' di camminata, io e alcune mie compagne di classe ci stavamo avvicinando alla fermata del nostro autobus quando lo vedemmo giungere in lontananza.
Accelerammo il passo ma, accorgendosi che stavo rimanendo indietro, Alice mi prese per mano e mi trascinò in una corsa che nemmeno Mennea. Attraversammo volando un semaforo, che in quel momento per nostra fortuna era verde, a raggiungemmo la fermata appena in tempo per prendere l'autobus, che nel frattempo si era arrestato e stava per ripartire. Salito a bordo, potei rifiatare.
Ancora oggi mi domando come feci a non cadere durante quella folle corsa, io che sono solito ruzzolare per molto meno.

lunedì 8 febbraio 2016

Scazzottate sui banchi di scuola

A volte si confonde la violenza, premeditata, con le scazzottate che possono scappare da bambini e da ragazzi. La persona umana è fatta anche di istinti, spetta alle famiglie, tradizionali e non tradizionali, e alla scuola educare i giovani a non comportarsi in modo violento.
Le scazzottate sui banchi di scuola non vanno nemmeno confuse col bullismo: lo scambio di pugni avviene alla pari, uno contro uno, mentre il bullismo è praticato dal branco contro i più deboli.

Prima di essere inserito, a partire dalle Medie Inferiori, in una scuola pubblica, frequentai le Elementari in una scuola speciale per bambini disabili.
Sui disabili esistono due pregiudizi: uno in negativo, che li fa considerare esseri inferiori, da discriminare o, se va bene, da compatire; l'altro in positivo che, in virtù delle loro difficoltà, li fa vedere come esseri candidi, innocenti, buoni a prescindere.
In realtà, anche fra i disabili, e anche fin da bambini, esistono tutti i tipi di umanità: i buoni e i cattivi, gli ingenui e i furbi, i leali e gli stronzi, i calmi e gli irruenti, etc.
In quella scuola, come in qualsiasi altra scuola, le baruffe e gli scambi di colpi proibiti erano all'ordine del giorno. Ma erano scambi alla pari, perché tutti avevano difficoltà nei movimenti, chi più in una parte del corpo e chi in un'altra.
Anch'io presi la mia buona dose di pugni. Ma anch'io ne diedi.
La svolta avvenne quando una volta un bambino di un'altra classe mi picchiò. Andai da una assistente sociale a lamentarmi e la solerte impiegata scolastica mi disse, stizzita e arrogante: "Non so proprio cosa farci se sei stato così oco da farti picchiare". Alla faccia del mestiere che faceva, che avrebbe dovuto essere rivolto ad aiutare le persone in difficoltà.
Fu allora che compresi che dovevo farmi furbo, difendermi da solo, rendere pan per focaccia, occhio per occhio e dente per dente. In altre parole, capii che dovevo mettermi a menare anch'io. E, modestia a parte, imparai piuttosto bene.
Ricordo due episodi in particolare.
Un pomeriggio, uno scolaro di un'altra classe mi diede un pugno. Non gli avevo nemmeno mai parlato prima e quindi non potevo avergli fatto niente di male; semplicemente, lo incrociai nei corridoi della scuola e costui, senza dirmi una parola, mi diede un cazzotto e se ne andò. Era chiaramente fuori di testa.
Rimasi basito e non reagii, anche perché il pugno mi aveva fatto parecchio male. Ma decisi di vendicarmi. A freddo.
Il giorno dopo, sempre di pomeriggio (facevamo il tempo pieno e le ore pomeridiane erano dedicate allo svago e alla ricreazione), nel cortile della scuola dove stava per cominciare la partitella quotidiana vidi l'aggressore fra i calciatori della squadra avversaria della mia. Il calcio venne in me completamente sommerso dal desiderio di fargliela pagare.
Fatto sta che, appena la partita ebbe inizio, mentre tutti gli altri correvano dietro al pallone, io mi misi a rincorrere il mio aggressore del giorno prima.
La scena fu simile a quella che costò l'immediata espulsione di Tardelli durante un Milan-Juventus: fischio d'inizio e Tardelli che, disinteressandosi completamente del pallone, piomba su Rivera e lo stende, con inevitabile cartellino rosso.
Non impiegai i 15 secondi che sarebbero poi stati sufficienti a Tardelli per catapultarsi sull'Abatino di breriana memoria, anche perché fra gli alunni della scuola ero fra quelli che aveva più difficoltà a correre, ma alla fine raggiunsi il mio aggressore e gli diedi un formidabile pugno, che fra parentesi gli fece volare via l'apparecchio acustico che portava all'orecchio sinistro.
Quando tutti mi chiesero perché l'avevo fatto, spiegai che il tipo mi aveva picchiato il giorno prima e avevo voluto restituirgli il pugno e venni, come si suol dire, perdonato.
Il secondo episodio riguardò Franchino, che fu mio compagno di classe fino alla Terza, quando venne bocciato.
Nonostante la bocciatura, sia prima che dopo, aveva il fastidioso atteggiamento da primo della classe: ogni cosa che faceva lui era la migliore e gli altri erano delle merde da dileggiare. Ricordo che una volta si vantò di avere fatto il gol decisivo in una delle partitelle perché durante la gara si era messo a pregare: sarà forse stata la mia prima esibizione di laicità ma lo mandai a cagare.
Fatto sta che, fino alla Terza durante tutto l'orario scolastico e dopo solo nella ricreazione del pomeriggio, ogni volta che esagerava col suo salire sul piedistallo per dire quanto lui era superiore agli altri, io lo menavo. Ora, sui social network, uso il sarcasmo più pungente di cui sia capace (e chi mi conosce sa quanto io sia caustico all'occorrenza) contro simili individui, allora passavo alle vie di fatto.
Or bene, anzi, per lui or male, un pomeriggio, non ricordo più a proposito di quale sua insolenza, persi le staffe e gli rifilai nello stomaco un pugno talmente forte che gli uscì tutta l'aria dai polmoni e per qualche secondo non riuscì a respirare, riprendendosi poi a poco a poco.
In un'altra circostanza, invece, mi fece uscire dai gangheri in classe e gli diedi una spinta talmente potente che andò a sbattere contro un banco, cadendo a terra lui e rovesciando il banco.
Sono fatto così: certe persone proprio non riesco a sopportarle. Anche se, naturalmente, da decenni ho bandito pugni e spinte, e mi limito a rivolgere inviti taglienti in stile Jacopo Belbo ossia "ma gavte la nata!", leggasi: suggerire con ironica autorità al pallone gonfiato di levarsi il tappo che ha infisso nello sfintere e che impedisce all'aria di cui è pieno di fuoruscire. Il pendolo di Foucault docet.

Alle Medie, sia Inferiori che Superiori, non ricorsi mai alle botte. E nemmeno i miei compagni di classe. La violenza non ci ebbe mai come protagonisti e di scazzottate (di quelle "fisiologiche", che non recano danni e non lasciano strascichi) ne vidi solo due.

Alle Medie Inferiori, un giorno Giampiero e Gian Luca escogitarono uno scherzo ai danni di Mario.
Mentre costui era seduto, uno dei due gli fece solletico lungo i fianchi e, nell'attimo in cui Mario sobbalzava sulla sedia, l'altro gliela tirò via da dietro, mandandolo a sbattere il fondoschiena sul pavimento.
Mario si rialzò come una molla e si avventò contro Gian Luca. Ne nacque un breve quanto intenso scambio di montanti e di ganci. Tutto finito in pochi secondi, con la sola conseguenza che gli occhiali di Gian Luca erano volati via in seguito ad un pugno, senza peraltro rompersi.

La scazzottata cui assistetti alle Medie Superiori avvenne tra Antonio e Walter.
C'era un'ora buca, cioè senza docente, e a un certo punto i due ragassuoli, che erano e sarebbero stati sempre grandissimi amici, si misero per scherzo a scambiarsi lazzi.
A dimostrazione che le parole sono pericolosissime, perché sai da dove inizi ma non sai dove ti porteranno, dai lazzi ironici Antonio e Walter passarono alle frasi pepate e dalle frasi pepate alle offese pesanti. Un po' come il gioco romano delle rime, che veniva praticato nelle osterie e che spesso finiva con una o più coltellate.
Alla fine, inseguito a non so più quale rilancio "lazzico" di Antonio, Walter si scaraventò su di lui, tempestandolo di pugni.
E la cosa mi sorprese non poco, sia perché Walter non era solito perdere le staffe, sia perché, pur non arrivando mai alle vie di fatto, era Antonio quello fra di noi che tollerava peggio le battute salaci.
Fatto sta che si scatenò una vera e propria rissa da saloon, con un sacco di banchi e sedie rovesciate o comunque spostate rispetto alla loro ordinata ubicazione.
Tutto finito dopo pochi minuti, senza che nessuno dei due si facesse male e senza che la cosa incrinasse i loro rapporti personali. Il giorno dopo Antonio e Walter erano tornati amici come prima.
La cosa surreale e un tantino da stronzoni fu che, quando si scatenò la zuffa tra Antonio e Walter, in classe eravamo presenti solo in due (l'ora era buca), io e Giorgio. Ebbene, invece di cercare di farli smettere (cosa del resto decisamente pericolosa, vista la furia che si era impadronita dei nostri due compagni di classe), io e Giorgio assistemmo al match tutti goduti, ridendo come due scemi.

sabato 6 febbraio 2016

L'investigatore privato

      Chi l’ha detto che uno deve avere il presentimento che sta per succedergli qualcosa che gli sconvolgerà la vita?

      Quella mattina le sue sensazioni erano state assolutamente normali, le stesse di tanti altri giorni: nessun presagio di una terribile mazzata del destino era spuntato nel candido e confortante manto di serenità che ricopriva la sua anima.


      Paparazzo, fotografo, investigatore privato: quante definizioni per il mestiere di chi è pagato per scoprire gli altarini, per mettere di fronte a un cliente dubbioso la sua dolorosa realtà adulterina!

      Non aveva mai avuto rimorsi per il suo lavoro; mai si era sentito immerso nell’opprimente sensazione di fare qualcosa di sbagliato, di scorretto. In fondo, si era sempre detto, regalo delle verità ai miei clienti: verità scomode, atroci, ma che prima emergono dall’ombra dell’inganno e della menzogna e meglio è per l’interessato o, come gli accadde più spesso, per l’interessata. Il mio è un lavoro dignitoso e nobile, aveva sempre concluso, basato sull’accertamento della verità dei fatti e non sull’inganno.

      Seguendo questa filosofia, si era sempre premurato di fornire ai clienti prove al di là di ogni ragionevole dubbio, cestinando tutti quegli sguardi, quei gesti, quegli atteggiamenti che, guardando le foto con un certo pregiudizio della mente, potevano anche sembrare prove di un tradimento ma che egli non aveva la certezza che lo fossero.

      A questa norma morale non aveva mai derogato. Ora, poi, con tutte le diavolerie tecnologiche che il mercato metteva a disposizione degli investigatori privati, consentendo loro non solo di filmare o di fotografare ma anche di ascoltare e registrare a distanza, aveva ancora meno possibilità di sbagliare, di scambiare un cordiale rapporto d’affari o una fraterna amicizia per una relazione extraconiugale.

      Mai lo aveva sfiorato il sospetto che, forse, in un certo numero di casi un adulterio non smascherato avrebbe potuto sgonfiarsi da sé, rimanere confinato nel silenzio della (cattiva) coscienza di un marito o di una moglie, di un compagno o di una compagna, restare un piccolo intermezzo senza alcuna importanza affettiva, un momento di debolezza: la temporanea interruzione di un’unione che, senza l’emergere della scappatella, avrebbe potuto riprendere solida come prima, forse addirittura più solida di prima.

      Mai lo aveva interessato sapere quante tragedie, quante esplosioni di dolore e di risentimenti avevano scatenato i suoi rapporti circostanziati con cui informava i suoi clienti di un tradimento fino a quel momento soltanto sospettato.


      Quella mattina era uscito di casa presto per seguire un caso come tanti: la solita moglie fra i 40 e i 50 anni d’età che, con un misto di imbarazzo e di apprensione nella voce, gli aveva detto che sospettava il tradimento del marito e lo aveva incaricato di trovare le prove dell’adulterio.

      Appostarsi nei pressi dell’abitazione dei due senza dare nell’occhio era per lui pura routine: anni di professione lo avevano ormai abituato ad aspettare senza ansia e senza alcuna tensione, con la macchina fotografica e il microfono direzionale a portata di mano.

      Verso le 8 vide il marito della sua cliente uscire di casa. Dopo qualche scatto fotografico, avviò il motore della sua auto e seguì quella dell’uomo.

      La strada che stava percorrendo alle sue calcagna gli fece intuire di essere sulla pista giusta: non era il tragitto da seguire per raggiungere lo studio di affermato professionista del marito della cliente, il cui indirizzo gli era stato rivelato da lei quando le aveva chiesto quel minimo indispensabile di informazioni per iniziare il suo lavoro.

      Dopo tre quarti d’ora di traffico cittadino, l’auto dell’uomo si fermò nei pressi di un elegante bar del centro storico. Il pedinato entrò nel bar, un locale dalle ampie vetrine che consentiva ai passanti di scorgere nitidamente gli avventori seduti ai tavolini: una fortuna per il nostro investigatore che, dopo aver parcheggiato a pochi metri dal bar, poteva osservare il suo obiettivo standosene comodamente seduto in macchina.

      Il pedinato prese dal bancone uno dei giornali messi a disposizione dei clienti del bar, si sedette a un tavolino, ordinò qualcosa a uno dei camerieri e si mise a leggere il quotidiano in attesa dell’arrivo della consumazione.

      Passò circa un’ora. Il nostro investigatore aveva sconfitto quella sensazione di annoiata irrequietezza che lo attanagliava durante i primi anni del suo mestiere quando si trovava a fare i conti con l’esasperante scorrere del tempo, in attesa che succedesse qualcosa che non voleva proprio accadere. Ora, sulla soglia della quarantina, era diventato impermeabile alle lunghe, interminabili attese.

      A un certo punto, nel bar entrò una giovane donna, sui trent’anni d’età. Concentrato com’era sul pedinato, aveva appena intravisto il suo ingresso. Quando però lei si avvicinò al tavolo del marito della sua cliente, che nel frattempo si era alzato, e baciò appassionatamente quest’ultimo sulla bocca, le cose cambiarono. Eccome se cambiarono!

      Infatti si accorse con sgomento che la giovane donna era sua moglie, che egli credeva si fosse recata al lavoro come tutti i giorni. Sì, era proprio lei!

      L’abitudine all’attività investigativa, che faceva sì che egli compisse meccanicamente gesti come azionare il microfono direzionale con registratore incorporato o fotografare a raffica col dito premuto sul pulsante dello scatto, fece sì che la sconcertante verità di sapersi tradito non gli impedisse di raccogliere le prove di un adulterio di cui anch’egli era vittima.

      Scattò foto e ascoltò la conversazione dei due amanti come se fosse in trance ma senza perdere la lucidità di rendersi conto, dagli sguardi e dai gesti dei due e dall’ascolto delle frasi che sua moglie scambiava con l’affermato professionista, di avere davvero le corna.

      Dopo qualche minuto i due si alzarono. Il marito della sua cliente pagò le consumazioni al bar, dopo di che la sua amante lo prese sotto il braccio e uscirono in strada. Prima di incamminarsi, si scambiarono un nuovo, lungo e sensuale bacio che, come si dice in questi casi, non lasciava spazio all’immaginazione.

      Si stavano dirigendo verso la loro alcova? Seguirli sarebbe stato troppo per il nostro investigatore.

      Mogio mogio, con le orecchie abbassate, li guardò allontanarsi; poi avviò il motore della sua auto per avviarsi verso il suo ufficio.

      Ormai aveva abbastanza prove per dimostrare la verità di un tradimento che, questa volta, avrebbe cambiato anche la sua vita.

 

lunedì 25 gennaio 2016

Bungalow Park

      Per cinque anni, dal 1970 al 1974, abbiamo passato un paio di settimane di vacanze al mare al Bungalow Park di Marina di Carrara.
      Era un campeggio quasi completamente occupato da bungalow (un incendio successivo al 1974 ne distrusse la gran parte e l’area lasciata libera venne destinata alle tende), ubicato al confine, segnato da un rivolo maleodorante, fra Marina di Carrara e Marina di Massa. L’ultimo tratto di strada che conduceva ad esso non era nemmeno asfaltato, anzi, la strada (che separava il camping dal mare) terminava a Marina di Carrara, per cui si godeva di una tranquillità assoluta, nemmeno turbata dalla ferrovia secondaria che correva alle spalle del campeggio, lungo la quale passavano pochissimi treni al giorno.
      Le automobili dei villeggianti venivano parcheggiate fuori dal campeggio, in posti auto coperti da una tettoia di stuoie. Non erano ancora arrivati i tempi in cui ti rubano la macchina sotto casa.
      Il mare davanti al Bungalow Park non aveva spiaggia e bagnava una costa fatta di massi e pietre, che veniva “rifornita” ogni tanto dal materiale di scarto che portavano dalle cavi di marmo delle vicine Alpi Apuane. I primi due anni i miei genitori mi portavano in spiaggia sul lato esterno del molo del porto, sito più a nord: una spiaggia senza sabbia, costituita da pietre nella parte non bagnata dal mare e da ghiaia nella battigia; successivamente, venimmo a sapere che, “sconfinando” a Marina di Massa, c’era una bella spiaggia sabbiosa e andammo là.
      Ma si poteva fare il bagno anche all’interno del camping, dotato com’era di una piccola piscina che i gestori pulivano regolarmente e riempivano metà con acqua marina e metà con acqua dolce.
      Di solito, non solo noi ma anche gli altri ospiti andavano in spiaggia alla mattina e facevano il bagno in piscina al pomeriggio. La piscina interna era comoda soprattutto per le mamme, che potevano sorvegliare i bambini e i ragazzi a bordo vasca senza timore che uscissero dal campeggio.
      E così le giornate scorrevano con un ritmo che si tramandava di anno in anno: colazione al mattino con pizza bianca appena sfornata, acquistata in un negozio poco distante; bagni di sole e di mare in spiaggia; pranzo, a base di pesce o di fritto misto; riposino pomeridiano; tuffi in piscina; cena. Alla sera c’erano varie alternative: fare una passeggiata a piedi seguendo la costa (il lungomare vero e proprio, dotato cioè di passaggio lastricato e di balaustre, non c’era), guardare la tv presso quei pochi ospiti del camping che avevano il televisore portatile; andare a vedere un film nel cinema all’aperto poco distante; fare una capatina in macchina nel centro di Marina di Carrara, dove si parcheggiava l’auto e si facevano quattro passi a piedi.

      Proprio nel centro della località toscana assistemmo ad una scena divertente, che ancora oggi rallegra le nostre chiacchierate a base di ricordi. All’uscita da una trattoria c’era un signore, abbastanza avanti con gli anni e con addosso la maglietta a strisce orizzontali tipica dei marinai; era palesemente ubriaco, come si evinceva dallo sguardo assente e dai movimenti imprecisi, e all’improvviso si mise a cantare ripetendo il ritornello: “Voglio un bel piatto di gnocchi! Voglio un bel piatto di gnocchi!”.

      In quegli anni non si era ancora diffusa la moda, che a volte è diventata mania, dei viaggi esotici, delle vacanze da passare a tutti i costi all’estero o comunque in un posto diverso da quello dell’anno precedente. E così ogni anno al Bungalow Park trovavamo quasi tutte le famiglie degli anni prima, cosicché anche in vacanza sembrava di essere a casa, in mezzo a persone conosciute, in una sorta di grande famiglia in cui il rilassamento delle ferie consentiva l’intrecciarsi di chiacchiere e conoscenze più aperte e distese di quelle che si coltivano nel periodo lavorativo dell’anno.
      Le famiglie provenivano per lo più da zone limitrofe alla provincia di Carrara: da Parma e da Reggio Emilia, da Prato e da Firenze. Ma c’erano anche i Piemontesi, come noi e come la famiglia di Luigi, che con moglie e due figli ancora bambini veniva da Abbadia Alpina (frazione del Comune di Pinerolo, nel Torinese).
      Sono tanti i ricordi di cose belle legate a Luigi.
      A lui devo la scoperta di due settimanali allora molto in voga (“L’Intrepido”, più orientato verso lo sport, e “Il Monello”, più orientato verso il mondo dello spettacolo) e in particolare delle avventure a fumetti in essi contenute, come Iber, Ghibli e il mitico Billy Bis.
      In un’epoca in cui i bungalow non erano dotati di televisore e non tutti avevano il portatile, era da Luigi che andavo a vedere qualche film o qualche evento sportivo. Il riunirsi attorno ad un apparecchio televisivo era allora anche una forma di aggregazione, a differenza del giorno d’oggi, in cui la tv per lo più isola le persone.
       Fu insieme a Luigi che nel 1972 vidi un esaltante e drammatico Mondiale di Ciclismo vinto da Marino Basso, che bruciò sul traguardo Franco Bitossi, raggiunto a pochi centimetri dal traguardo dopo una lunghissima fuga solitaria. Sullo sport in tv Luigi sosteneva che gli spettacoli più belli erano le riunioni di atletica leggera (che d’estate andavano in onda quasi tutti i mercoledì sera) e di ciclismo su pista (oggi praticamente sparite dai palinsesti televisive).
      Grande tifoso del Torino, Luigi era solito discutere di calcio, soprattutto con gli juventini. Ma sempre con ironia e senza cattiveria: in quegli anni il tifo non era ancora avvelenato dall’odio e dalla volgarità. E gli scherzi erano fatti da amico ad amico, per divertire e non per ferire.
      Ricordo quella volta in cui il signor Gualtiero, proprietario del camping e tifosissimo bianconero, la mattina dell’arrivo di Luigi e della sua famiglia gli fece trovare una foto della Juventus attaccata alla porta del bungalow da lui prenotato.
      Uno scherzo un po’ più pesante glielo fecero durante una delle vacanze successive. Luigi aveva preso un cane, un bel meticcio bianco di nome Tarzan. Or bene, qualche juventino del campeggio gli sequestrò per alcuni minuti la simpatica bestiola e gli dipinse sul corpo delle strisce con della vernice nera, facendolo così diventare un cane juventino. Superfluo aggiungere che, quando Tarzan venne liberato e tornò da suo padrone, Luigi provvide subito a lavarlo, per lavare … l’onta.
      A proposito di Tarzan, come non concludere questo post senza menzionare un episodio spassosissimo che vide Luigi come protagonista? Eravamo andati al cinema all’aperto per vedere un film su Tarzan e, dopo aver fatto i biglietti, stavamo aspettando che aprissero le porte; a un certo punto Luigi si mise a fare l’imitazione di Cita e lo fece talmente ben che sembrava proprio uno scimpanzé!

sabato 9 gennaio 2016

E dalla nebbia sbucò un signor dal cupo aspetto

      E' strana la memoria.
      Oggi, apprendendo della scomparsa di Gianni Rondolino, benemerito storico del cinema, mi è tornata in mente una mia figuraccia, che era rimasta sepolta decenni nel mio inconscio.
      E che nulla ebbe a che vedere col prof. Rondolino.
      Il fatto è che, quando frequentai Lettere e Filosofia a Torino, il prof. Rondolino era ordinario di Storia del Cinema e la mia mente ne ha associato la cattedra a quella di Storia del Teatro, che in quegli anni era retta da Gian Renzo Morteo.
      E proprio a proposito del prof. Morteo feci quella figura di merda.
      Non all'Università ma prima.

      Negli anni delle Medie Superiori, ogni tanto l'I.T.C. "Elio Vittorini", che frequentavo con discreto e, soprattutto, goliardico profitto, organizzava dei corsi pomeridiani al di fuori del programma scolastico.
      Se ricordo bene, fu in Quinta che organizzò una serie di lezioni di Storia del Teatro, che sarebbero state tenute dal prof. Morteo.
      La prof.ssa Vasario, nostra docente di Lettere e Storia, ci invitò ad andare all'incontro preliminare col prof. Morteo, incontro che avrebbe definito contenuti ed orari di quel corso.
      E così, un plumbeo tardo pomeriggio d'autunno, io e Richetto ci recammo a Grugliasco. Stranamente Antonio non era venuto; di solito formavamo un trio inseparabile.
      Poiché eravamo in anticipo, ci fermammo a chiacchierare un po' sulla balconata che dava sul parcheggio delle auto.
      Forse era novembre, il mese della nebbia. Fatto sta che la nebbia scese, riducendo a pochi metri la visibilità.
      A un certo punto, dall'umida coltre opaca sbucò un uomo: occhiali, sciarpa al collo, vestito di scuro, aspetto cupo, se non vagamente funebre.
      Si diresse verso l'ingresso dell'"Elio Vittorini", ubicato di lato rispetto alla balconata, e vi entrò.
      Dopo averlo visto passare in silenzio, rimasti di nuovo soli, io e Richetto, si può dire all'unisono, ci chiedemmo a vicenda: "Sarà mica quello Morteo?". E ci mettemmo a ridere.
      Dopo un po' arrivò la prof.ssa Vasario, arrivarono altre docenti, arrivarono gli altri studenti e studentesse interessate a quel corso. Entrammo anche noi, raggiungendo la sala dove era stato organizzato l'incontro.
      E al momento della presentazione del visiting professor io e Richetto scoprimmo di avere delle doti profetiche:il tipo dall'aspetto cupo era proprio il prof. Morteo!
      Che poi, cupo non era per niente, anzi: chi lo conobbe e lo frequentò, come colleghi e studenti universitari, concorda che aveva una notevole e raffinata ironia ed autoironia.
      Fatto sta che, durante quell'incontro, io e Richetto facemmo più attenzione a non metterci a ridere che a quello che si diceva. Distogliendo subitamente gli sguardi ogni volta che i nostri occhi ci incontravano, per non venire colti dalla ridarella.
      C'eravamo quasi riusciti a comportarci da persone serie. Se non  che, verso la fine dell'incontro, la prof.ssa Vasario volle chiedere qualcosa al prof. Morteo ma, essendosi seduta in fondo alla sala, non riuscì ad attirare l'attenzione dell'insigne cattedratico alzando canonicamente una mano e così disse ad alta voce: "Uuuuh! Uuuuh!", mettendosi pure a ridere.
      A quel punto si aprirono irresistibili le cateratte, non quelle acquee del Nilo ma quelle ridarole mie e di Richetto, che scoppiammo in plateali risate.
      La prof.ssa riuscì ad attirare l'attenzione del prof. Morteo ed a porgli la domanda, ovviamente ricevendo cortese ed esauriente risposta.
      Quanto a me e a Richetto, approfittammo del primo istante in cui nessuno stava guardando verso la porta della sala e uscimmo alla chetichella, ridendo come pazzi fino a quando, preso l'autobus, Richetto scese dal mezzo pubblico, mentre io proseguii il percorso fino a casa mia.
      Saggiamente, decidemmo di non iscriverci a quel corso di Storia del Teatro.

domenica 3 gennaio 2016

Il mio esame di Geografia a Lettere

Negli anni in cui frequentai la Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università di Torino, l'esame più ostico era quello di Geografia, il quale, se andava male, non portava a un voto basso ma alla bocciatura, che consisteva nel sostenerlo di nuovo alla successiva sessione.
O, per meglio specificare, erano ostico l'esame di Geografia A, non quello di Geografia B.

Quando uno pensa alla Geografia, gli vengono in mente i programmi delle Medie, Inferiori e Superiori, e parte dal presupposto che gli esami universitari di questa materia siano a base di mari, monti, fiumi e pianure, di Regioni, Stati, Continenti, etc. Niente di più sbagliato: si tratta di un esame in gran parte consistente nello studio della metodologia, con tanto di teorie e formule, l'esame più difficile della Facoltà di Lettere e Filosofia dei miei tempi.
A ciò si aggiunga che uno dei due titolari di cattedra di Geografia era la severissima prof.ssa Sereno, che se poteva stangare qualcuno non si faceva di sicuro pregare. Non a caso, l'80 % degli insulti sulle pareti di Palazzo Nuovo (la sede delle Facoltà Umanistiche) era rivolto a lei. Io non sono e nemmeno all'epoca ero contrario alla severità in un docente, anzi, la ritengo una delle qualità per cui uno studente debba essere eternamente grato ai suoi professori ma c'è severità e severità, e quella della prof.ssa Sereno era una severità esagerata, eufemisticamente parlando.
Inserii l'esame di Geografia nel piano di studi non perché fossi particolarmente appassionato alla materia ma perché esso era uno di quelli necessari per poter essere abilitati all'insegnamento delle discipline umanistiche nelle allora Medie Superiori; non ero nemmeno interessato a quella carriera ma, in un periodo della mia vita in cui non sapevo ancora di preciso quale professione avrei svolto, ritenni giusto mantenermi aperta anche quella strada.
Ovviamente, per schivare il pericolo Sereno, scelsi l'esame di Geografia B, quello col prof. Adamo.
Il programma d'esame era diviso in due parti: una sull'Austria e l'altra sulla geografia urbana.
Il testo sulla geografia austriaca era tutto sommato abbordabile, non dissimile dai manuali su cui avevo studiato Geografia negli anni preuniversitari: comprendeva monti, fiumi, pianure, città, etc.
Vi era poi un volumetto sulla storia della geografia urbana, che spiegava le varie teorie presentate dai geografi che nel corso dei secoli si erano occupati delle città; e anch'esso non presentava grandi difficoltà.
Il terzo testo, sulla geografia urbana vera e propria, era invece allucinante, tutto composto da teorie impregnate di formule e grafici di difficile comprensione. Mi accorsi dopo poche pagine di non capirci assolutamente un fico secco. Non volendo rinunciare all'esame e toglierlo dal piano di studi, feci l'unica cosa possibile: imparare o, per meglio dire, cercare di imparare a memoria quel volume, di circa 200 pagine.
Venne il giorno dell'esame. Ero riuscito ad iscrivermi per primo o, per meglio dire, ad affiggere per primo sulla porta dello studio del prof. Adamo un foglietto recante nome e data dell'esame, seguito dal mio cognome e nome al primo posto della lista (era consuetudine che, man mano che arrivavano i candidati a un esame, scrivessero i loro nominativi su un foglio già affisso e quello sarebbe stato l'ordine con cui sarebbero stati interrogati). E quella fu la mia fortuna. Perché?
Perché l'esame era congiunto, Geografia A e B, e prevedeva la presenza sia della Sereno che di Adamo. Va be', si direbbe, io sarei comunque stato interrogato da Adamo, perché mi presentavo sul suo corso; le cose, per la verità, non stavano proprio così, come vedremo.
Quella mattina arrivò puntuale solo il prof. Adamo e diede il via all'esame senza attendere la prof.ssa Sereno, che era in ritardo. In pratica, cominciò con l'interrogare me.
Il prof. Adamo fu corretto: all'esame un docente non deve essere né indulgente né "carogna", deve fare le domande del caso e verificare in base alle risposte la preparazione degli studenti. E così fu il prof. Adamo.
Mi fece una domanda sull'Austria, una sulle teorie della geografia urbana elaborate dai vari studiosi e poi passò alla metodologia della geografia urbana.
Qui risposi citando a memoria (e meno male che l'avevo e ce l'ho ancora buona).
In quel mentre arrivò la Sereno, si sedette e prese ad ascoltare il finale del mio esame.
Dopo qualche secondo mi interruppe, dicendo che avrei dovuto spiegare più approfonditamente quello che avevo esposto.
Già, perché come pochissimi altri professori di Lettere e Filosofia anche lei aveva la pessima abitudine di intromettersi negli esami tenuti dai suoi colleghi.
Mi venne freddo: avevo risposto a memoria all'ultima domanda e, se avessi dovuto approfondire l'argomento, sarebbe sicuramente saltato fuori che non ci avevo capito niente.
A quel punto, però, il prof. Adamo, forse perché conosceva l'abitudine della prof. Sereno di rompere i coglioni, venne in mio soccorso e troncò la questione dicendo: "Non ce n'è bisogno, l'esame può finire qui". Prese il mio libretto universitario e mi diede 30.
Francamente, me ne andai via più sollevato per lo scampato pericolo che contento per il bel voto.
Chissà se, nel corso degli anni, qualche studente, in seguito agli sconfinamenti della Sereno negli esami altrui, le abbia detto: "Ma perché non si fa i cazzi Suoi?".
Probabilmente no. Si saranno limitati a scrivere col gessetto sulle pareti di Palazzo Nuovo qualche colorito insulto nei suoi confronti.